“La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. (…) Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo”.
Heschel scrive pagine di fronte alle quali il ripetersi frenetico dei gesti quotidiani si ferma per far spazio alla riflessione. Il suo saggio compie il tentativo di interrompere il letargo alienante della società moderna, fagocitata dai suoi ritmi congestionati, per riportare l’uomo alla meditazione, all’introspezione e alla riscoperta dell’intimo richiamo del trascendente:
“Il nostro compito è imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo” perché “È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione”.
In quest’ottica per l’ebraismo, religione che mira alla santificazione del tempo, il Sabato assume il valore del ritorno all’anima. Dopo sei giorni vissuti cercando di dominare il mondo, nel settimo si cerca di dominare il proprio io. Lo spirito trova la sua dimora nel sabato donato da Dio agli uomini nel desiderio di aprire loro una finestra sull’eternità. “Per questo, quindi, amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio”..
Il riposo dello Shabbath ci dice che il senso della temporalità umana non sta nell’attivismo, ma nella comunione con Dio. “Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno”.
Il sabato riconcilia l’uomo con la propria interiorità e gli insegna a resistere alla dittatura delle cose dello spazio, ponendosi come esperienza anticipata dell’eternità in grado di proiettare l’esistenza umana nel tempo ininterrotto di Dio. Oltre il tempo relativo, scisso in passato, presente e futuro.
In una società votata ai due imperativi categorici di “produci e consuma”, lo Shabbath, quindi, sancisce il ritorno alla libertà e “ci consente di capire che la sopravvivenza, unione bioeconomica di produzione e consumo, non è e non può essere vita”. (Ovadia).
“Esistere, infatti, non significa essere nel mondo, senza speranza, buttati lì passivamente. Esistere significa assistere insieme col mondo allo svolgersi del tempo, significa essere testimoni della creazione del mondo”.
Il nostro compito, dunque, è quello di vivere in modo spirituale, convertendo le cose dello spazio in momenti del tempo. Il comandamento cui dare ascolto diventa, pertanto, quello di fermarsi e guardare per imparare a non essere assenti quando il tempo è presente, per imparare a comprendere che ogni istante è una Presenza. Il Sabato invita l’uomo al distacco dalla materialità della vita terrena, per arrivare a percepire il nostro legame col Cielo, dando ascolto alla voce interiore che chiede di andare a se stessi e conoscere il tempo intimamente.
“Nella corrente principale della tradizione ebraica, del resto, la presenza di Dio nel mondo non è pensata come un fatto statico e permanentemente ancorato allo spazio, la Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui noi siamo. Egli non è soltanto di fronte a noi, ma è il nostro stesso essere come continuo essere creato. Egli ci si avvicina in una sorta di atmosfera spirituale, anche se non vi è alcun santuario fatto di sostanza fisica”.
È la nostra anima, infatti, a farsi santuario di Dio e lo Shabbath “ci offre la possibilità di santificare il tempio, di scorgere il sacro nell’astensione dal profano”. Esso è il giorno prescelto per realizzare la nostra comunione con lui. Le cose del mondo le possediamo, i momenti del tempo li condividiamo e Dio, che è eternità, ci permette di conoscere l’essenza del mondo futuro, facendoci sperimentare la vita eterna nell’ambito del tempo: in quel settimo giorno che ha il profumo del cielo ed è stato concesso agli uomini per pregustare il mondo a venire.
La legge del Sabato, infatti, cerca di convogliare corpo e spirito nella dimensione del sacro, nel tentativo di superare l’opposizione tra sacro e profano considerata dalla religiosità ebraica la suprema dicotomia umana. “Con il nostro corpo noi apparteniamo allo spazio, ma la nostra anima si leva verso l’eternità, aspira al sacro”. Tuttavia il mondo non può essere visto esclusivamente sub specie temporis.
“Tempo e spazio sono tra loro correlati; trascurare l’uno o l’altro significa essere parzialmente ciechi”.
Da qui, dunque, l’importanza del dono del Sabato che “ci pone in sintonia con la santità del tempo chiamandoci a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo”, mettendo in evidenza come “la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell’eternità”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Abraham Joshua Heschel (Varsavia 1907 – New York 1972) è uno dei massimi pensatori dell’ebraismo contemporaneo. Cresciuto in una famiglia di chassidim, fu professore a Berlino. Nel 1940 si stabilì negli Stati Uniti, dove dal 1945 alla morte tenne la cattedra di etica e mistica ebraica nel Jewish Theological Seminary di New York. Si impegnò attivamente al fianco di Martin Luther King e nella preparazione del dialogo tra ebrei e cristiani in vista del Concilio Vaticano II. Tra le altre sue opere si ricordano “L’uomo non è solo” (1951) e “Dio alla ricerca dell’uomo” (1956).Abraham Joshua Heschel, “Il Sabato”, Garzanti, Milano, 2001.Traduzione di Lisa Mortara ed Elèna Mortara Di Veroli.Approfondimento in rete: morasha Angela Migliore, agosto 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"?la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell?eternità?. "
concetto per altro anche cristiano, delle parti più sane e vere del cristianesimo, intendo.
Interessante. Anche qui, aspetto Hevel al varco...
E' stato proprio Daniele a consigliarmi il libro, doveva essere una recensione a quattro mani, poi è andata com'è andata.
Aspetto anch'io le sue pagine. Mi sa che a furia d'insistere, qualcosa otterremo.
"Il nostro compito è imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo? perché ?È nella dimensione del tempo che l?uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione".
Concetto che può condividere solo chi segue il precetto. é una metafisica figlia del pensiero ebraico-cristiano, quasi opposta a quella di matrice induista e delle dottrine orientali in genere. Nel senso che è una suggestione che può affascinare alcuni, ed altri assolutamente sconcertare. A mio modo di vedere, difatti, la dimensione temporale non è cosi lineare come viene qui prospettata. Questioni di punti dista, comunque. O di fede, se il confronto è sul piano religioso. Il mio è un punto di vista non religioso, ma sicuramente forgiato sul privilegiare l'ottica delle metafisiche orientali, rispetto a quelle giudaico-cristiane.
"Con il nostro corpo noi apparteniamo allo spazio, ma la nostra anima si leva verso l?eternità, aspira al sacro".
Con lo stesso criterio analizziamo questo passo. Con il nostro corpo apparteniamo allo spazio è condivisibile. La nostra anima aspira all'eternità invece è vago. E lo spirito? Non è con lo spirito che cerchiamo la congiunzione col sovrasensibile, col sacro?
Quello che m'ha sempre allontanato dalle religioni monoteiste in genere (e parliamo soprattutto di dottrina), è questo loro credere nell'incapacità dell'uomo di auto trascendersi. Il loro "imporre" una visione in cui è solo Dio che ci consente di avvicinarci al sacro. Senza contemplare lo spirito, ed una possibile divisione corpo-anima-spirito, l'autotrascendenza è impossibile. Il sacro diventa improbabile, se non impossibile. Sempre seguendo le suggestioni delle metafisiche estremo orientali, è, dunque, lampante rimarcare la funzione dello spirito nell'accostarsi al trascendente, al sovrasensibile.
Mi chiedo, e vi chiedo, per quale motivo la sua azione non è contemplata nel mondo giudaico-cristiano (ovviamente non parlo dello spirito santo...)?
Non so risponderti, Federico.
Per me, che credo, anima e spirito sono spesso addirittura sinonimi.
Ovviamente anche nel mondo pagano, nella tradizione indo-aria, era contemplata la possibilità di auto trascendersi. Naturalmente, erano differenti anche i riti iniziatici.
Eh, lo so Angela, purtroppo lo credono in molti. Il putroppo è per la poca conoscenza delle tradizioni diverse da quella ebraico-cristiana. Ma è un problema del nostro mondo (occidentale) in genere, non solo tuo;)
Mi spiego meglio, Angela. A scuola, in quella cavolo di ora di religione che non serve a nulla, potrebbero pure far studiare dottrina comparata. Non è colpa tua se la curiosità non ti viene fornita dall'esterno. Io ho approfondito questi argomenti per puro caso. Anzi, più che per caso, per destino.
Ad ogni modo, ripropongo il quesito ad altri che vogliono intervenire: perchè la tradizione giudaico-cristiana non contempla l'azione dello spirito (per maggiore chiarezza vedere comm.3)?
Ho sempre pensato che potrebbero cambiare la materia, da religione in storia delle religioni. Ma non credo sarebbe servito a stimolare la mia curiosità verso le "metafisiche orientali", per usare parole tue. Ho disertato la scuola, le suggestioni sarebbero dovute nascere altrove. Come da altro che non sia la fede, nasce il mio interesse per la cultura ebraica.
Si, infatti, non ne dubitavo affatto. Si capisce bene che il tuo interesse non è religioso. ma che deriva da una fascinazione culturale e intellettuale.
7. E' corretto, nella tua definizione di spirito, addurre l'esperienza del misticismo (parlo non solo monoteista, ma per esempio anche sciamanico)?
Domanda a cui non so rispondere compiutamente, sullo sciamanesimo ho letto qualcosa anni addietro. Immagino, per quel che ricordo, che potrebbe essere. Più in generale ti dico di si, è corretto. Ma bisogna distinguere da caso a caso. Su alcuni mistici (in senso ampio) sono parecchio ferrato.
"Ad ogni modo, ripropongo il quesito ad altri che vogliono intervenire: perchè la tradizione giudaico-cristiana non contempla l?azione dello spirito (per maggiore chiarezza vedere comm.3)?" + in questo senso il misticismo non può essere eccezione? (Elevazione dall'immanente è quel che accade, contatto stretto e diretto con la divinità-trascendente è la sua configurazione, visionarietà e sapienza la sua eloquenza).
Eccezione? Dipende che misticismo e cosa intendiamo per misticismo. C'è confusione in merito, molti ritengono misticismo anche le dottrine orientali. Quello che posso affermare con ragionevole certezza è che le religioni monoteiste sono per loro natura ingessate su questi temi. Il misticismo ha meno prescrizioni, meno dogmi, in questo senso può indagare alcune questioni, come lo spirito e la possibilità di autotrascendersi, con più libertà. Certo, non confondiamo alcuni mistici con la new age (che mischia sacro e profano), e stiamo sempre ben attenti a inquadrare le teorie di questi ulltimi nel contesto in cui presero vita.
Canonico dello sciamanesimo è la trance, il delirio e la compresenza di spiriti-guida o spiriti-protettori. Lo sciamano può trasformarsi in animali o essenze sovraumane, dialogare con il mondo degli spiriti e relazionarsi, nel suo stato estremo, alle divinità-essere extraumani di sorta. Spirito, anche in questo ambito di religioni, dette primitive dagli studiosi, ha un significato molto particolare e lontano dal nostro. Quasi un mana o dema, ma assai vago perché non soggetto a dottrina fissata.
L'esempio che hai fatto calza appieno su quella che è la funzione dello spirito in molte tradizioni iniziatiche precristiane. Manca la dottrina, è vero, ma non necessariamente è un male.
Una ricerca di elevazione di tipo orientale è forse presente anche nella nostra società attuale e passata, ma con toni meno assolutistici e radicali. Penso al tentativo di emanciparsi dalla carnalità e materialità dei Valdesi e altri eretici medievali, dove appunto un'impostazione di autocritica cristiana soprattutto sui piaceri temporali possa dislocarsi nella direzione di fuga dalla materialità e realizzazione nello spirito quintessenziale. C'è ricerca meno libera e disinibita, nel monoteismo che c'è vicino, ma penso che il desiderio e le diverse declinazioni siano comunque nel profondo universali.
"Il sabato riconcilia l?uomo con la propria interiorità e gli insegna a resistere alla dittatura delle cose dello spazio, ponendosi come esperienza anticipata dell?eternità in grado di proiettare l?esistenza umana nel tempo ininterrotto di Dio. Oltre il tempo relativo, scisso in passato, presente e futuro."
Tu sai ,Angela, che ho sempre amato questa tua recensione, per vari motivi dei quali in passato ti scrissi e che non sono mutati, quindi ti ringrazio per averla ripubblicata.
La trovo fascinosa e riprendo la citazione fatta da Ilde come emblematica:
?la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell?eternità?.
Si, Arpa, immagino anche io siano universali. E ciò mi fa spesso credere nelle capacità di discernimento dell'essere umano. L'importante è rifuggire il dogma cieco, sempre.
"Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno?.
Io sono spirito, la terra è mia madre e mio padre è l'infinito.
"ma la nostra anima si leva verso l?eternità, aspira al sacro?.
> no, Abraham. La nostra anima è sacra.
Ottima immagine Franco, condivisibile.
Angela, il destino ti riserva grandi cose.
Lèon, veniamo dalla stessa fonte;).
Mi riferisco al comm 19, ma vale pure per il 20.
Eh, si;)
18. Penso spesso che in altri periodi sarei diventato buddista. Ma non avrei mai sopportato dogmi come reincarnazione o karman, che proprio non sento di accettare ciecamente come si dovrebbe.
Ma non sono dogmi Arpa, per loro non lo sono. Soprattutto nel buddismo delle origini.
Niente religione. A noi spetta la ricerca.
Lo Spirito non è chiesa e non è dogma.
Giusto!
Uè, sembra quasi che veniamo dalle stesse antichiese:)
Eh si, Franco. Rispetto di tutte le fedi, ma contro ogni dogma. Consapevoli che lo spirito è una componente umana. Quella più importante.
Son contenta del confronto nato da questa pagina. E' bello leggervi.
22 > Sicuro? :)
26. "dogma: punto fondamentale di una dottrina religiosa o filosofica" "dogmatismo: posizione di chi afferma in modo perentorio e non ammette discussioni" (dizionario Sansoni) + in questo ultimo senso sento incompatibile asserzioni come reincarnazione ciclica ecc.
Sì, assolutamente. Più ancora che in passato (è che leggo quel che sta nascendo dalle tue mani, ha un sapore buono sul serio).
Eh magari...
Ti voglio sentire convinta, fuoco freddo cosciente d'essere fuoco freddo. Divampa.
33 - Arpa, hai capito in che senso dogma, no? Al di là dei dizionari, è evidente che il buddismo, come l'induismo non ha testi di dottrina, ma solo poemi opere di metafisica. I Veda non sono paragonabili alla Bibbia, la Torah e il Corano, ad esempio. Ma è prorio il messaggio che non è prescrittivo, e non c'è un unico DIo.
36 > Grazie sempre.
37. Un dogma molto più individuale e calzante a seconda del percorso di ognuno, questo penso sia quello che auspichi. Però certe logiche anche del buddismo, tra le quali il concetto allargato di dogma che ho esemplificato sopra, non è nella logica che io ritengo accettabile in una religione che faccia per me. Probablmente religioni flessibili e lunatiche come la mia ricerca e percorso non possono né devono esistere, e non è un problema che sento grave per la mia salute spirituale, e so concorderai.
Concordo pienamente, Arpa. In questo ti sono assai vicino.
?C?è un quadro di Klee che si chiama Angelus novus. Vi è rappresentato un Angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati,la bocca aperta, e le ali sono dispiegate. L?angelo della storia deve avere questo aspetto. HA il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un ?unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. egli vorrebbe ben presto trattenersi, destare i morti riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l?angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente verso il futuro, a cui egli volge le spalle mentre cresce verso il cielo il cumulo di macerie davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso è questa bufera?(W.Benyamin)
Una premessa, Odio la locuzione giudaico cristiana. Per due motivi,perché il cristianesimo pur avendo le proprie origini nell?ebraismo ha fondato ,almeno fino alla dichiarazione del concilio vaticano secondo Nostra Aetate, la propria dottrina sulla sostituzione dell?Israele storico. Ed in una visione del genere il popolo ebraico con le sue sofferenze era testimone della verità di Cristo. In altre parole doveva soffrire. Non vi spiego che implicazioni ha avuto una visione del genere storicamente, ma se considerate la posizione ambigua del vaticano nella Shoa potrete capirlo da soli. Quando il Vaticano non ha perseguitato direttamente gli ebrei per ottenerne la conversione ha lasciato che altri lo facessero.
Il secondo motivo è che da quel momento il popolo ebraico produsse forse l?opera letteraria che più ha influenzato la sua identità,ovvero il Talmud. La sua identità quindi si sviluppò a prescindere da cristianesimo
Ora il Talmud è prima di tutto una risposta alla storia. La storia concreta era quella di un regno distrutto dai Romani,come afferma Giuseppe Flavio(lo storico dell?epoca che tradì il suo popolo passando sul fronte nemico per non essere ucciso) non c?erano più alberi per appendere i cadaveri. Nel 70 il tempio di Gerusalemme è distrutto(ora resta soltanto il muro occidentale),il Luogo in cui dimorava la Presenza divina viene messo a fuoco dai Romani. Nel 135 poi viene sedato l?ultimo tentativo di rivolta, agli ebrei fu proibito di entrare a Gerusalemme,sull?altare del Tempio fu innalzata una statua di Giove.
E il Talmud invece si occupa di ciò che avveniva nel Tempio dei sacrifici. In questo è oltre la storia perché storicamente è una follia. La creazione di una gigantesca realtà parallela in cui il Tempio era ancora in piedi,Israele era il popolo eletto dal Signore destinato ad ereditare la terra. Si tratta di una risposta in qualche modo letteraria.
L?argomento del tempo nel pensiero ebraico è di estrema complessità, l?unità delle coordinate temporali viene completamente scardinata. Non si può parlare di linearità. Il concetto utilizzato per l?interpretazione del Tora è che non c?è un prima o un dopo nella scrittura, tutto costituisce un unità . Così non rappresenta una contraddizione il fatto che Mosè possa sedersi fra i banchi della yeshivà(scuola) di rabbì Akiva vissuto 1500 anni dopo, ne che ai vari rabbini dell?epoca apparisse il profeta Elia.
Ma soprattutto ciò su cui vi voglio invitare a riflettere è che Heschel parla di una tensione, tensione che è indirizzata verso l?eternità soltanto come specchio della soggettività da un lato e dall?altro non si realizza concretamente. Rimane un tendere insoddisfatto. Pensate alla frase sopra, di Walter Benyamin.
Oppure all?uomo che aspetta in Kafka di fronte al cancello(nei racconti e nel Processo),che è lì per lui ma che gli resterà sempre interdetto. Qui il problema è che l?uomo resta a metà fra la tensione costante verso l?infinito e la sua spazialità. L?uomo vive nello spazio,agisce nello spazio e aspira ad un eternità che non può raggiungere
una sola precisazione: come tu odi la locuzione giudaico-cristiana, a me infastidisce l'identificazione del cristianesimo col Vaticano. Soprattutto in tempi recenti. Prenditela pure con noi cattolici, se c'è ancora ragione di farlo (e tenendo presente che sulle posizioni tenute dal Vaticano nel secondo conflitto mondiale ci sarebbe da dire molto), ma non dimenticare che i cristiani da 1000 anni sono anche altro (ortodossi e protestanti).
comunque: bentrovato! :)
Ma parliamo di storia o di dottrina, Daniel? Perchè in ciò che scrivi le due cose sembrano confondersi. Ritengo che sia sempre bene analizzare i due aspetti - quello storico e quello dottrinario - separatamente.
Sul termine giudaico-cristiano posso essere d'accordo, le semplificazioni sono spesso fuorvianti, ma è indubbio che, dall'ottica in cui ponevo il problema, esista una tradizione comune che è intrisa di dottrina. Tradizione giudaico cristiana a confronto con quella estremo orientale: in quest'ottica si sviluppava il mio discorso.
(mica me lo ricordavo questo vostro gigantesco dibattito d'antan...)