LA PRIGIONE DELLE LIBERTÀ
Un insegnante, entomologo per hobby e per ambizione, una vita ordinaria improvvisamente catturata e inghiottita in un pozzo vero e metaforico, una donna senza qualità capace di cambiare le prospettive mentali e fisiche. Come la sabbia, protagonista assoluta, elemento ostile, foriero di morte e di follia dapprima, poi nemico con cui stringere una tregua armata, infine sfondo naturale a ritmi di vita nuovi.
Questi gli ingredienti di un racconto ai limiti dell’irreale, una narrazione intrisa di simboli e onirismi metaforici non casuali, a leggere le note biografiche dell’autore, che genera l’idea di una rappresentazione spinta all’estremo della società giapponese per chi l’ha vista con occhi di Manciuria (dove Kobo Abe aveva vissuto fino a diciott’anni), e ne ha attraversato le contraddizioni della ricostruzione post-bellica.
Scrittore, poeta e compositore di opere teatrali, Kobo Abe racconta con una fiaba triste, abilmente travestita da romanzo dal fascino calcolato, la propria visione della vita, dell’amore, dei rapporti fra l’uomo e i suoi simili, dell’uomo e se stesso. La sabbia è il paravento dietro cui, come ombre cinesi, si muovono i personaggi di un’opera circolare, ove l’inizio è fine ma anche il contrario e nella quale al lettore è lasciata libera interpretazione di ogni dicotomia.
L’uomo a passeggio su una spiaggia sconosciuta, in cerca di una nuova specie di insetti per lanciare il proprio nome fra gli astri delle scoperte scientifiche, è attirato con l’inganno e letteralmente rapito da una comunità umana che nella sabbia consuma le faticose ore della propria esistenza, in una lotta eterna contro un elemento mutevole, fastidioso, instabile e totalizzante quando si sostituisce all’aria in bocca, sui vestiti, nelle pieghe della pelle, ma fonte di lavoro e quindi di sostentamento.
Le certezze della geologia e della fisica non risolvono i problemi di quello che di fatto è un prigioniero, poiché le conoscenze, cui egli si aggrappa come unica speranza di liberazione e ritorno al suo mondo, non valgono a nulla, categorie ormai sovvertite da un ordine diverso.
La donna che abita la buca-casa ove l’uomo viene condotto e alla quale è stato probabilmente promesso un valido aiuto nel lavoro, inizia innocentemente e impercettibilmente il suo ospite alla convivenza con la sabbia, a cominciare dalla guerra quotidiana contro di essa, presente su ogni superficie organica e inorganica ma anche pericoloso coinquilino pronto a ingoiare ogni forma di vita.
La ribellione verso l’inganno, verso la percezione di un’ingiustizia tremenda, verso una prigionia priva di speranze, portano l’uomo all’idea e poi all’ossessione della fuga. La violenza psicologica e fisica ai danni della sua compagna sono un primo tentativo di richiamare l’attenzione del villaggio, degli abitanti delle buche accomunati in un destino di schiavitù che non lascia spazio ad alcuna compassione. L’unico tentativo di fuga vera e propria fallisce miseramente. Ma poco a poco, anche per quella presenza femminile viva accanto a sé, la disperazione lascia il posto a una rassegnazione indifferente, che si fa addirittura consapevolezza di come talvolta la libertà agognata non sia che una diversa forma di prigione.
Costruzione stilistica problematica da valutare in traduzione, tesa a rendere l’atmosfera pesante e opprimente del mondo di sabbia come metafora di schemi sociali e comportamentali cui è difficile se non impossibile sottrarsi e nei quali si finisce – recalcitranti o meno – con l’identificarsi. Metafora anche di pretese libertà nei modelli stereotipati imposti da un certo tipo di società (l’insegnamento, la moglie, gli insetti, la normalità secondo canoni propri) che tuttavia si dimostrano raffinate prigioni mentali e, capovolgendo la visuale, metafora di prigioni avvertite in una dimensione estranea e nemica svelanti invece l’unica esistenza possibile e non necessariamente peggiore.
Il nuovo orientamento dei punti cardinali personali avviene lentamente, la presa di coscienza dell’impossibilità di mutare la propria condizione (e la conseguente accettazione di essa) passa attraverso la percezione di consapevolezze minime, l’espletamento di bisogni fondamentali, l’adattamento a un’esistenza sub-umana ridotta all’essenziale.
La donna occupa un posto misterioso e centrale, attorno cui ruotano l’immobile fissità di giorni sempre uguali, i desideri di fuga, i radi contatti con il resto della comunità, i pensieri ossessivi del protagonista. L’amore non ha posto, qui, neppure nell’epilogo che lo farebbe quasi supporre.
L’uomo, usato dalla donna per dividere la fatica del quotidiano riempimento di ceste di sabbia (da vendere a ditte di costruzione senza scrupoli che la mescoleranno al cemento) si serve a sua volta della donna come una metaforica “presa di terra” delle proprie frustrazioni sessuali, psicologiche e culturali. Eppure sarà il pragmatismo dai piedi per terra (il suo elemento maschile) a soccombere al mondo capovolto della donna di sabbia (la parte femminile dell’universo?) quando, pur avendone la possibilità, rinuncerà alla fuga.
Il ricordo della vita precedente svanisce nella realizzazione di una vita incredibilmente possibile.
La donna e la sabbia sono ora l’unica prospettiva di senso compiuto, così come l’acqua che sgorga dal terreno e la vita che prende forma nel corpo della compagna danno all’uomo l’esatta misura della sua nuova libertà. O della sua nuova prigionia.
“Non c’era più bisogno di scappare in fretta. Ora non soltanto possedeva un biglietto di andata e ritorno, ma c’era uno spazio bianco su cui egli poteva scrivere con tutta libertà sia la méta sia il luogo del ritorno […] In quanto al modo di fuggire, avrebbe fatto in tempo a pensarci anche il giorno dopo.” [p. 305]
Michael Ende (1929-1995) mi ha prestato il titolo per questa recensione. Paesi e lingue lontanissimi hanno espresso negli stessi anni visioni di alienazione umana talmente simili da risultare inquietanti…
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Il romanzo di Kobo Abe (Tokyo, 1924 – Tokyo, 1993, pseudonimo di Abe Kimifusa), che gli valse il premio letterario Yomiuri nel 1962, ha ispirato nel 1964 l’omonimo film di Teshigahara. In Italia ha conosciuto un paio di edizioni (per i tipi di Longanesi e Guanda) e attualmente non è nei cataloghi dei libri in commercio. Rintracciabile su www.libriantichi.com, presso librerie specializzate in usato o remainders e in biblioteche ben fornite.
Kobo Abe, “La donna di sabbia”, Guanda, Parma 1990. (Narratori della fenice)
Traduzione di Atsuko Ricca Suga.
Tit. orig.: “Suna na Onna”, 1962.
Approfondimenti in rete:
Commenti
"la disperazione lascia il posto a una rassegnazione indifferente, che si fa addirittura consapevolezza di come talvolta la libertà agognata non sia che una diversa forma di prigione".
E' una verità tremenda.
"Paesi e lingue lontanissimi hanno espresso negli stessi anni visioni di alienazione umana talmente simili da risultare inquietanti" > voglio ascoltare il suono del sanscrito.
"Il ricordo della vita precedente svanisce nella realizzazione di una vita incredibilmente possibile.
La donna e la sabbia sono ora l?unica prospettiva di senso compiuto" > shanti, shanti!
"Costruzione stilistica problematica da valutare in traduzione, tesa a rendere l?atmosfera pesante e opprimente del mondo di sabbia come metafora di schemi sociali e comportamentali cui è difficile se non impossibile sottrarsi e nei quali si finisce ? recalcitranti o meno ? con l?identificarsi."
Problema di traduzione a parte, l'idea della sabbia ovunque mi dà l'angoscia.
Notevole questo tema del significato metaforico della sabbia.
Peccato sia un testo pressoché introvabile.
A Venezia secondo me lo recuperi :-))
Confesso in verità di non essere una grande esploratrice dei mercatini ....
Intanto c'è in tantissime biblioteche e da qualunque biblioteca d'Italia attraverso il prestito interbibliotecario si può avere (ricordatevelo sempre, voi "lettiru forti"!!!!
Poi se uno proprio non può farne a meno, www.maremagnum.com.
grazie, Ilde! Soprattutto per avermi ricordato la possibilità di usare le biblioteche, lo facevo ampiamente ai tempi dell'università, adesso mi sono impigrita (e poi spesso ci passiamo i libri tra amiche)