Kobo Abe, come altri suoi contemporanei (Kenzaburo Oe, premio Nobel 1995 per la letteratura, Mishima, Kawabata ecc.) rappresenta, nello stesso tempo, continuità ed evoluzione nella caratterizzazione della letteratura giapponese.
Si diceva all’inizio evoluzione. Perché? Perché Abe, spesso paragonato a Kafka (e vedremo quali legami effettivamente esistono), sotto la spinta di un senso acuto di frustrazione per l’uomo contemporaneo, travolge la scrittura con un fiume in piena di inedite invenzioni, surreali e grottesche, mai disgiunte da un impegno politico palese ed enormemente sentito.
Sono proprio gli anni sessanta a sancire la sua affermazione come scrittore. Nel 1962 esce La donna di sabbia, romanzo intenso e suggestivo da cui il regista giapponese Hiro Teshigahara trarrà l’omonimo film.
Muore nel 1993.
Metamorfosi nel corso del tempo.
Trasformazioni fisiche e mentali. Ridefinizioni geografiche. Mutazioni genetiche. Scherzi del destino e della natura. Mondo desolato e in frantumi. Mondo di derelitti. Cocci.
Ecco le metamorfosi di Abe, l’elemento principale, ossessivo e disgregatorio, della sua arte e dei suoi incubi. Che sembrano fare i conti non con il fantasma ingombrante di un’eredità nucleare i cui segni i giapponesi portano ancora sulla propria pelle, ma con il senso tragico di un’esistenza volta alla disperazione, all’alienazione e al vuoto.
1948: Il gesso magico (1)
Il gesso magico è il de-evolversi di un dramma: la fuga da una situazione disperata, senza via di scampo, verso un’altra, solo per scoprire l’impossibilità di uscire da un’ennesima trappola. Dice Argon ad Eva, di fronte all’illusione demiurgica:
- No, sono Adamo. Adamo, pittore e ideatore del mondo.
- Non capisco.
- Nemmeno io, perciò sono disperato
1950: Dendrocacalia. (3)
Trasformandosi in pianta si fugge l’infelicità, ma al contempo anche la felicità. Si viene puniti in cambio della liberazione dal peccato.
1950: Il bozzolo rosso (2)
Con tutte queste case allineate nella città, perché mai non ce n’è neppure una per me?
Un uomo gira per la città in cerca di una casa che non ha mai avuto (condizione ferina dell’individuo?) e alla fine finisce col trasformarsi in un bozzolo rosso.
Metamorfosi utilitaristica: l’impossibilità di optare per soluzioni diverse, perché soluzioni diverse non esistono. L’ultima spiaggia. Ma disperato tentativo e trasformazione di un uomo del XX secolo in un uomo del paleolitico, chiuso in un antro buio per paura del mondo e del vuoto.
Ma cos’è una casa per l’uomo che la cerca? Il viatico per una definizione sociale e politica dell’essere individuo o il mezzo attraverso il quale le tendenze asociali comuni trovano sollievo?
1954: L’invenzione di R62 (3)
Non siamo molto lontani dai pensieri di suicidio di R62, ma se in quest’ultimo la dignità è parzialmente recuperata dalla risata finale, in K. si spegne nella completa assoggettazione alla fame.
1957: L’uovo di piombo. (1)
In questa atmosfera ‘ecologica’ e apparentemente serena c’è spazio per il desiderio di fuga che coincide in modo spasmodico col desiderio della morte: adesso però noi tutti non ne possiamo più di vivere. La nostra più alta aspirazione è la morte.
Aspirazione che sembra contrastare nettamente coi desideri e i sogni di gran parte dell’umanità e l’utopia su cui aveva tanto fantasticato il genere umano consiste semplicemente nell’ozio, la pigrizia e la tranquillità (ancora un omaggio a Wells).
Fughe nel corso del tempo.
Fughe che diventano metaforiche prigioni, l’esterno che d’improvviso diventa ‘inner space’ (spazio interiore come direbbe il buon Ballard; spazio interiore desolato, aggiungiamo noi); pessimismo esistenziale e paura di un mondo in via di dissoluzione, crollo delle ideologie positive (crollo in Abe dell’ideologia comunista).
1962: La donna di sabbia. (4)
Universalmente il romanzo di Abe più conosciuto, da cui il regista Hiro Teshigahara trasse un film in bianco e nero di rara intensità, premio della giuria a Cannes nel 1963.
Come può essere possibile la fuga da un ambiente che sembra accompagnare i nostri passi che non riescono ad avere un appoggio stabile, che quando cercano un appiglio trovano l’inconsistenza di una montagna di sabbia luccicante che sommerge lentamente?
Junpei, dopo aver tentato tutte le carte, persino un rapporto di disperato e violento erotismo con la donna, accetterà fatalmente la sua condizione di uomo solo nel deserto. Quando finalmente gli si presenterà l’occasione di fuggire (una scala incustodita dentro la sua casa-fossa) rinuncerà alla salvezza, perché sa che oltre il muro di sabbia c’è un muro di un’umanità incomprensibile.
Chi poteva ascoltarlo adesso? Nessun altro, se non qualcuno del villaggio. Se non oggi, domani, probabilmente l’uomo avrebbe raccontato a qualcuno dell’impianto.
In quanto al modo di fuggire, avrebbe fatto in tempo a pensarci anche il giorno dopo.
1973: L’uomo-scatola. (5)
Istruzioni per la fabbricazione della scatola.
Una scatola di cartone vuota.
Un foglio di plastica (semitrasparente) di 50 cm.
Circa 2 metri di filo metallico.
Circa 8 metri di nastro adesivo (impermeabile).
Un’arma da taglio corta (come utensile).
(per quanto riguarda inoltre l’abbigliamento più adatto a uscire per strada, preparare tre stracci vecchi usati e un paio di stivali di gomma da lavoro).
Tentativo di fuga sopraffino. Un uomo si infila in una scatola di cartone e se ne va in giro per la città spiando il mondo. E’ la ricerca di una nuova dimensione? (Libertà? Solitudine? Sicurezza?) o in realtà un ulteriore 'dolce naufragar' su di un’isola deserta?
Si tenta la carta dell’illusione: Chiunque preferisce guardare che essere guardato, anche il fatto che strumenti d’osservazione come la televisione o la radio si vendano di continuo è un’ottima prova che il novanta per cento del genere umano sta prendendo coscienza della propria bruttezza (e pensare che Kobo non ha mai conosciuto i satelliti spia e Berlusconi!).
Ma l’illusione, come accade spesso, è schiacciata dalla ‘bruttura’ della realtà: l’uomo-scatola osserva certo, smaschera finzioni, è coinvolto persino in intrighi pericolosi, ma l’unica certezza a cui arriva è la perdita di ogni identità, la quasi convinzione di non esistere se non per la soddisfazione materialmente violenta degli altri (ricordate la lezione esistenziale de Il bastone?).
Dovrebbe essere evidente che i soldati nemici, il condannato a morte, e anche l’uomo scatola, sono esseri di cui, già in partenza, la legge non riconosce neppure l’esistenza.
L’uomo scatola è la ridefinizione letteraria del vagabondo, di colui che rinuncia al mondo per vivere un’esistenza al limite della sopravvivenza (i milioni di Doya-Gay sparsi per la terra, a pochi centimetri da noi, ma sideralmente lontani); è la ridefinizione letteraria della solitudine più straziante, dove nemmeno guardare senza essere guardato può essere di sollievo. L’uomo scatola è la ridefinizione del mito dell’uomo invisibile (e quindi la certezza di quanto H.G.Wells abbia influenzato Kobo Abe).
A questo punto vorrei che provaste un po’ a pensare. Chi è che non è un uomo-scatola? Chi è che non è riuscito a diventarlo, un uomo-scatola?
1977: L’incontro segreto (6)
Un’ospedale, allegoria del mondo, è il centro dove si svolge la vicenda. Vicenda paradossale e surreale (non fu Abe uno degli artefici mondiali del teatro dell’assurdo?) in cui un uomo è ‘costretto’ a passare cinque giorni della sua esistenza in un ospedale enorme (ramificazioni che sembrano occupare l’intero spazio, dove è possibile fuggire, ma quando l’esterno sembra davvero essere altro ci si accorge che si è sempre dentro la struttura) alla ricerca disperata della moglie che è stata prelevata da casa e portata di corsa in una clinica perché ‘forse’ malata.
Dice il protagonista:
Sembra che vogliono dirmi che se davvero ho intenzione di ritrovare mia moglie, devo prima ritrovare me stesso. Ma ciò che cerco non ha nulla di così complicato, è un semplice luogo, il luogo in cui si trova mia moglie. Cercare me stesso, che assurdità. Sarebbe come un ladro che ruba il portafogli a sé stesso, oppure come un poliziotto che si ammanetta da solo. No grazie, non sono disperato a tal punto.
Ma la disperazione del protagonista cresce di ora in ora perché la ricerca della moglie assomiglia sempre di più ad un resoconto con la propria coscienza. Forse più che in qualsiasi altro romanzo di Abe, questo racchiude in sé, come si diceva all’inizio, la tradizione dell’autobiografismo (lo shishosetzu) con l’elemento caratteristico dello scrittore giapponese, il crescente senso di smarrimento nei confronti del mondo attraverso una materia surreale e quasi apocalittica.
1984: L’Arca Ciliegio (7)
Di nuovo un rifugio (bozzolo… fosso di sabbia… scatola), ma questa volta per salvarsi da una più che probabile guerra nucleare. L’Arca Ciliegio è un rifugio antiatomico posto in fondo ad una cava abbandonata. E i ‘compagni d’avventura’ del narratore-costruttore, un venditore ambulante d’insetti immaginari (forse Junpei de La donna di sabbia non andava alla ricerca d’insetti a cui dare un nome? E come l’arte di Abe avrebbe chiamato Gregor Samsa dopo la trasformazione dell’uomo in scarafaggio?) e una coppia di comparse, sembrano dividere con lui le stesse angosce.
Secondo uno psicologo tedesco, questa sarebbe l’era della simulazione. Per cui si produce una confusione tra realtà e simboli. Una sorta di claustrofobia, di fascino delle case matte, di aggressività, di attrazione per i carri armati. Che lei comprenda o no, è scritto sui giornali.
Il rifugio antiatomico è la miniaturizzazione di una società basata su regole dettate, su comportamenti non devianti, su un’organizzazione data. E’ su queste considerazioni che il senso di angoscia si fa più cupo, perché non sembra esserci possibilità di fuga (se non dal pericolo ipotetico di una guerra nucleare) da un mondo prestabilito.
- Organizzare un gruppo non è un’attività che mi si addice.
- Gruppo? Siamo soltanto quattro.
- Conosce le tre condizioni essenziali per il funzionamento di un rifugio antiatomico? Anzitutto l’eliminazione degli escrementi, poi la regolazione dell’aria e della temperatura. E, infine, l’organizzazione del gruppo.
Una volta dentro l’Arca, nemmeno una falsa esplosione nucleare (in realtà uno scoppio di dinamite) riesce a riportare la piena tranquillità: non vi è la presa di coscienza di essere non solo vivi tra i vivi, ma psicologicamente integri come gruppo. E non consola il pensiero che invece fuori, al di là del rifugio, una tragica quotidianità e la paura ossessiva di una trasparenza del genere umano la fanno da padrone.
Ho intenzione di scattarmi una foto sullo sfondo della città: fisso l’obiettivo angolare di ventiquattro millimetri. Ma è troppo trasparente. Non solo la luce, persino gli uomini sembrano trasparenti. Attraverso gli uomini trasparenti siscorge una città ugualmente trasparente. Possibile che anch’io sia trasparente? Mi allargo le mani davanti al volto. Tra le dita scorgo la città. Mi volto: la città è sempre trasparente- L’intera città è vivamente morta. Cesso di pensare a chi possa essere vissuto e a chi vive.
(*)Avvertenza: per i nomi di persona non si è seguito l’uso giapponese secondo il quale il cognome precede sempre il nome, ma l’uso occidentale.
(1) Il gesso magico e L’uovo di piombo sono contenuti in Racconti dal Giappone (vol.2) – Oscar Mondadori – 1992
(2) Il bozzolo rosso e Il bastone sono contenuti in Novelle e saggi giapponesi - Istituto giappone di cultura – Roma – 1985
(3) Dendrocacalia, L’invenzione e L’appendice sono contenuti in Tre metamorfosi – Marsilio – 1996
(4) La donna di sabbia - Guanda editore – 1990
(5) L’uomo-scatola – Einaudi – 1992
(6) L’incontro segreto – Manni - 2005
(7) L’Arca Ciliegio – Spirali - 1989
Commenti
Superbo neo AL!
Movi e Ilde, in primis a voi impressioni & giudizi.
mamma mia... dopo una trattazione così esauriente non si trova nulla da dire - per la verità - e l'archivio Kobo può essere considerato completato!
Tra l'altro io ho letto solo La donna di sabbia, quindi non ho una visione d'insieme dello scrittore come qui ben dimostrato da A.L. cui vanno i miei complimenti in primis proprio per la scelta di completezza.
Né conosco la letteratura giapponese da poter fare qualche paragone (mi sembra che su Lankelot ci sia qualche esperto però).
L'unico autore che mi viene in mente di accostare a Kobo è - sì, più ci penso più mi convinco che il paragone è interessante - Josè Saramago. "Metamorfosi" (in Saramago più come difficoltà di un'identità propria) come sopravvivenza a un certo tipo di realtà sociale, timore di un certo tipo di realtà sociale...
Tempi diversi ma modo di percepire l'umanità direi abbastanza simile. Kafka non è così lontano, insomma.
(chissà Movi se ha letto...)
(grazie, intanto, Ilde. Sia per le osservazioni che per il bel paragone con Saramago, che farà contento il nostro Giambo)
No, non avevo proprio visto questo "monumento". Di Kobe ho letto solo L'incontro segreto ed ho visto il film tratto dalla donna di sabbia. Mi piacerebbe leggere L'invenzione di R62 e l'uomo scatola, ma di Kobo non ho trovato altro che ciò che ho letto, pertanto ho preferito approfondire Kenzaburo che ha trovato maggiore diffusione. In particolare dell'Invenzione di R62 mi copisce l'attenzione verso i lavori giovanili per disoccupati. Ho visto ragazzi il cui lavoro consisteva nell'indicare un gradino (del tipo attenti al gradino) all'ingresso di centri commerciali, ma in quel momento ho pensato solo, e tristemente, che in Italia i disoccupati vengono pagati per non far nulla e che i giovani potrebbero ben essere impiegati in ben altro modo; certo la schedatura di cadaveri non è allettante per nessuno, ma guardando quei giovani li ho visti sorridere soddisfatti nella loro dignità di lavoratori. Nulla è unutile...ma sto divagando...
Per rispondere a Gianfranco che mi ha chiesto note sulla Shinkankakuha. Ecco il movimento era in contrapposizione a quella che era l'ispirazione allo ?shishosetzu? e ?la lezione realista', nel tentativo di arginare l'ideologia marxista. La realtà nello Shinkankakuha veniva filtrata per trarne arte per l'arte.
(un Kenzaburo d'antan è stato ristampato pochi mesi fa da Alet, "Note da Hiroshima" o qualcosa del genere).
*
(splendida la visione della Shinkankakuha. E condivisibile. Simpatizzo senza difficoltà)
(Note da Hiroshima era il primo libro che avrei voluto leggere di Kenzaburo, ma dopo il suo "un'esperienza personale" e la visita del Museo della Bomba ad Hiroshima, credo di non averne più il coraggio, ma terrò in nota la segnalazione...per tempi, diciamo più sereni)
(d'accordo. Io devo ancora comprarlo... ma non mancherò. Purtroppo ho avuto anni un po' disordinati, grazie agli uffici stampa amici;) )
[kobo abe] articolo segnalato
[kobo abe] articolo segnalato qui: http://sonnenbarke.wordpress.com/2010/12/18/giappone-centanni-di-raccont...