Orwell George

1984 (Togliatti scrive...)

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Orwell George
Porgo alla vostra attenzione la recensione che Roderigo di Castiglia, alias Palmiro Togliatti, ha scritto a proposito di 1984 di George Orwell su «Rinascita», a. VI, nn. 11-12, Novembre-Dicembre 1950.
 
Hanno perduto la speranza
 
Con la pubblicazione di questo racconto dell’inglese George Orwell, che si intitola «1984», la cultura borghese, capitalistica e anticomunistica, dei nostri giorni, ha aggiunto al proprio arco sgangherato un’altra freccia: un romanzo d’avvenire. Il romanzo d’avvenire! Il semplice richiamo a questo genere letterario è pieno di fascino per chi sa quanta e quale parte esso ha avuto nella marcia degli uomini verso una migliore comprensione del loro destino, verso una più grande padronanza di sé stessi, delle proprie forze e di quelle della natura. Si chiude il mondo antico con la immagine della Repubblica ideale, evocata dalle menti più elette; si apre il mondo moderno con le Città del Sole, con le Utopie, con le Atlantidi, con le Oceane, con le Città felici, con le Repubbliche immaginarie, costruite dai più audaci tra i sognatori, dai più conseguenti tra i ragionatori. Il Settecento riprende il motivo, lo giustifica in sede di filosofia, lo estende, deduce secondo ragione un ideale regno della natura, introduce e fa muovere sulla scena del tempo personaggi nuovi: il cittadino di un mondo sconosciuto che, seguendo principi di natura e di ragione, critica, schernisce, distrugge le incongruenze della realtà e della storia; il selvaggio buono, che ha nella mente e nel cuore uno specchio di razionalità. La gente saggia, ch’è venuta poi, dice ch’erano tutte ingenuità e fantasie non giustificate. È in gran parte vero; ma sotto quelle ingenuità e quelle fantasie si avvertono due cose grandi, che sono state molle potenti del progresso umano: da un lato l’audacia di un pensiero che scopre le flagranti ingiustizie della società esistente e lo slancio di un sentimento che ad esse non si acqueta; dall’altro lato la fiducia spesso senza limiti nella ragione umana, e la certezza, quindi, che le ingiustizie presenti saranno riparate e corrette, e un mondo migliore sarà costruito, dagli uomini stessi, e potrà esistere, e in esso vi sarà benessere, felicità, gioia, per il maggior numero possibile di umani.
 
Altra cosa è il romanzo d’avvenire della borghesia dei nostri giorni, capitalistica e anticomunista, convinta oramai, in sostanza, che la propria fine è possibile e vicina, e decisa, perciò, alle ultime difese. Che alcuni dei suoi uomini, o degli uomini di cultura che si conformano al costume della casta dirigente e la servono, - letterati, artisti, filosofi, - possano avvertire le flagranti ingiustizie del mondo contemporaneo e metterle in luce, parlare dei ricchi e dei poveri, dire che quelli son tracotanti e questi son disperati, che i quartieri operai d’una grande città sono un inferno e che è una dannazione la esistenza dei lavoratori nelle grandi fabbriche, nelle colonie, negli ergastoli dove si creano ricchezze e fasto per una casta di privilegiati, - sì, questo potrebbe ancora, entro certi limiti, venir tollerato. Sia ben chiaro, però, che se si insiste troppo questa non è più arte, è attività politica, è lavoro dell’«agitprop». La realtà bisogna che l’artista la sappia trasfigurare, perbacco; infonderle un soffio di «eticità»; vederla nella coscienza del singolo, dove si possono far diventare grigi tutti i gatti, e l’atto di chi si mette il pigiama per andare al cesso può sprigionare, attraverso il crogiuolo delle parole, altrettanta emozione dello spirito quanto il fatto del bambino che è morto di fame perché il padre e la madre non hanno lavoro. Se vi tenta la descrizione dei fatti, ebbene, descrivete; ma non vi tenti Victor Hugo o Emilio Zola, non date giudizi, non li suggerite. La società non è il vostro tema. Se mai il male sociale vi colpisca e vi soffochi, evadete, evadete: quante cose non si possono scoprire al di sopra della realtà! E non vi seduca nessuna indagine da cui possa scaturire il richiamo a un’azione liberatrice, soprattutto! Non evocate il demonio che è all’agguato! Le radici del male stanno in ciascuno di noi, perché siamo tutti egualmente peccatori, e se anche non abbiamo proprio colpa per aver individualmente peccato, c’è il peccato originale, che spiega tutto, che dà egual senso metafisico all’azione di chi nega la mercede e a quella di chi deve lottare per ottenerla. Come si può prevedere, giunti a questo punto, o costruire, o sognare un avvenire diverso, una diversa società, la fine per il genere umano delle ingiustizie, delle sofferenze inutili, delle miserie, della guerra, di tutte le altre cose mostruose del giorno d’oggi? Non soltanto questo non si può fare, ma occorre fornire la dimostrazione precisa, scientifica vorremmo dire, che qualsiasi sforzo generale e vasto si compia dall’umanità, o dalla parte più avanzata e cosciente degli uomini, per uscire dalle contraddizioni e dalle angosce del presente, gettar le fondamenta di una società nuova e ben ordinata, e costruire questa società, non può condurre ad altro che a un disastro, alla umiliazione della ragione umana, al suo annientamento e all’annientamento di tutto ciò che per gli uomini ha sempre avuto e sempre avrà un valore: la libertà, la dignità personale, la passione per il vero, per il bello, per il giusto.
 
Così siamo giunti a George Orwell e al suo scritto. Siamo giunti cioè ancora una volta al romanzo di avvenire, ma a un romanzo di avvenire che è precisamente l’opposto di quelli che furono pensati e scritti nei secoli trascorsi, nell’antichità, nel Rinascimento, ai tempi dell’illuminismo, del primo socialismo. Quelli erano la parola - o il sogno, se volete - di un mondo in cui regnava, o rinasceva, dopo secoli di oscurità, la fiducia nell’uomo, la fede nella ragione umana. Erano espressione fantastica di una grande e giustificata speranza. Questo è la parola di chi ha perduto qualsiasi speranza, di chi è intento a spegnerla là dove ne sia rimasta traccia alcuna. È il punto di arrivo della sfiducia nella ragione degli uomini e nelle sorti stesse del genere umano.
 
A dire il vero, qui saltano fuori anche i difetti del libro dell’Orwell. Egli presenta, sì, il quadro di un futuro catastrofico per l’umanità, ma quando cerca di dare una giustificazione della catastrofe, - e una giustificazione deve darla, altrimenti non si capisce come gli uomini siano potuti arrivare al punto ch’egli descrive, - rivela una totale assenza di fantasia, si riduce a ripetere i più banali argomenti della più vecchia delle polemiche contro il socialismo. La tesi è che non è possibile creare e mantenere la uguaglianza, perché, fatti i primi passi in questa direzione, si ricostituisce un gruppo dirigente e questo, non volendo abbandonare il potere, mantiene la grande massa degli uomini lontana dalla ricchezza. Se non facesse così, i suoi privilegi, - asserisce l’Orwell, - andrebbero perduti. Il potere, poi, per essere mantenuto, richiede la organizzazione gerarchica di un ceto dirigente, ed in questa organizzazione gerarchica quegli uomini che ne fanno parte perdono ogni personalità, libertà, dignità, sono sottomessi alla volontà tirannica di un capo o di un gruppo di capi supremi, che li riducono a essere semplici strumenti passivi e inconsapevoli di qualsiasi abiezione. Al di sotto della gerarchia dirigente, la grande maggioranza degli uomini vive nell’abbrutimento e nella miseria, e per impedire che i beni ch’essa produce in grande quantità servano a elevarne le condizioni, gli stessi beni sono sistematicamente distrutti in una guerra ininterrotta, nella quale si affrontano i tre grandi Stati in cui è divisa la terra, senza che alcuno di essi mai vinca, però, e senza che le gerarchie dirigenti nemmeno desiderino la vittoria, poiché questa potrebbe porre fine al loro potere.
 
Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato, oppure giustificato soltanto dal richiamo, come dicevamo, a una di quelle «massime eterne» con le quali gesuiti e liberisti credono di avere risposto efficacemente a chi rivendica maggiore giustizia sociale (che la diseguaglianza non si sopprime; che i potenti e i servitori dei potenti e i poveretti ci son sempre stati e ci saranno sempre; che lo sforzo per dominare il mondo economico e dirigerlo si conclude con la fine della libertà). Questo è il primo motivo del relativo successo del libro, che una rivista di sedicenti liberali [174Il Mondo», ndr] ha pubblicato in appendice, che raccomandano i preti e Benedetto Croce (il quale, però, forse non l’ha letto tutto con attenzione, come vedremo). L’altro motivo è che l’autore, quando deve descrivere lo stato di catastrofica abiezione cui è ridotta la umanità per il tentativo fatto dagli uomini di creare un mondo ove regnino l’eguaglianza e la giustizia, accanto ad alcune note che chiameremo di varietà, accumula con la maggior diligenza tutte le più sceme fra le calunnie che la corrente propaganda anticomunista scaglia contro i paesi socialisti. Nota di varietà, per esempio, è il divieto ch’è fatto ai membri di sesso diverso della gerarchia dirigente di amarsi e congiungersi con amore. La giustificazione anche qui manca, ma la cosa serve a introdurre alcune scene erotiche e qualche parolaccia, secondo la formula corrente dei libri che si vendono. Per il resto, la gerarchia dirigente si chiama «partito»; vi sono anzi due «partiti», uno che dirige l’altro; nel «partito» vi sono continue epurazioni, persecuzioni, soppressioni; si sopprimono, anzi, tutti coloro che han contribuito a far la rivoluzione e se ne ricordano, e regna il terrore davanti ai dirigenti, potenti ma sconosciuti. Nel «partito» si insegna a commettere, per il «partito», le azioni più stolte, a mentire, a negare la evidenza dei fatti, ad affermare che due più due fanno cinque e non quattro, e così via, fino a che dell’uomo intelligente non resta più nulla. Il capo del «partito», infine, ha i baffi neri, e il suo nemico mortale la barbetta a punta. C’è tutto, come si vede; ci sono principalmente tutte le bassezze e le volgarità che l’anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sventura sua l’autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più.
 
Ma il potere della casta che governa questo mondo mostruoso su che cosa si regge, in sostanza? Perché ubbidisce al gruppo più elevato la gerarchia intermedia; che cosa tiene assieme questo «partito» di sciagurati e di cretini; quale forza o quale metodo consente a chi sta in alto di ridurre chi sta in basso alla condizione che abbiamo veduto? Confessiamo che arrivati a questo punto aspettavamo qualcosa di notevole, di impressionante, perché solo qualcosa di simile, cioè un assieme di mezzi misteriosi e potenti potrebbe spiegare il risultato catastrofico che l’autore ci vuol presentare. Ahimè! a questo punto si scopre invece proprio soltanto l’autore, nella meschinità e abiezione che a lui stesso sono proprie. Eccolo, l’autore, secondo le indicazioni biografiche fornite non da noi, ma dall’editore stesso, non sappiamo se a titolo di raccomandazione: - la sua carriera si apre nella polizia imperiale inglese della Birmania, di cui è funzionario per sette anni; poi lo si incontra in altre colonie e in qualche centro di vita internazionale; scoppia la guerra di Spagna, ed eccolo in Catalogna, il funzionario della polizia inglese e, naturalmente, tra le file degli anarchici. Quali mezzi misteriosi e potenti per estendere il proprio dominio sugli uomini poteva inventare un simile tipo? E non ha inventato nulla, difatti. Il mezzo ch’egli conosce è uno solo, quello che si adopera contro gl’indigeni in Birmania e altrove, le botte, il calcio negli stinchi, la mazzata nel gomito, la tortura con la corrente elettrica, e poi lo spionaggio, s’intende, ch’è sempre il cavallo di battaglia. E così il racconto chiude con cento pagine di percosse e la minaccia di un supplizio coi topi, copiato, se non erriamo, da Octave Mirbeau, e con stupore ti accorgi che su niente altro che sulle percosse dovrebbe reggere la costruzione intiera.
 
Doveva aver davvero una grande esperienza di bastonature e torture, questo poliziotto coloniale, per giungere a porre la fiducia nelle torture e nelle bastonature più in alto che la fiducia nella ragione umana. Questa è la sola parola che seriamente e alla fine esce dal suo libro. Bisogna picchiare gli uomini, per espellere dal cuore e dalla mente loro la passione per la libertà, la giustizia, l’eguaglianza; la passione per la generosa utopia. Picchiateli, torturateli, riduceteli un mucchio d’ossa e di carni sanguinolente; allora sarete sicuri di mantenere su di essi all’infinito il vostro potere. Allora non avrete più da temere nulla per la tranquillità della casta dirigente. Non è l’ultima saggezza, questa, della classe che con la bandiera dell’anticomunismo pretende il dominio sul mondo intiero e crede davvero, con le botte, di fermare il corso della storia?
 
Ma le botte servono davvero a troppe cose, nel libro di George Orwell. Vedete che cosa succede a pag. 263. Siamo a un momento culminante della tortura. La vittima è già sfinita, impotente. Ma le botte fioccano ancora e s’accresce il tormento; il poliziotto torturatore ha infatti altre pretese. È una convinzione filosofica, quella ch’egli esige. “Tu credi - dice - che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, che esiste per proprio conto?”. Pazzia! Bisogna credere che la realtà non è esterna, che esiste solo nella mente degli uomini... Potenza delle percosse! Persino l’idealismo filosofico viene accettato, dalla povera vittima, senza convinzione, s’intende, ma per farla finita. Avrà letto anche questa pagina, benedetto Croce, prima di lanciare il libro così come ha fatto?

Speriamo, ad ogni modo, che almeno per l’idealismo filosofico si voglia fare eccezione, onde noi possiamo continuare, senza correre il rischio del terzo grado, ad aver fiducia nella ragione umana, ad essere e dirci materialisti, a coltivare le nostre speranze.

ISBN/EAN: 
9788804507451

Commenti

Pagine che mi erano del tutto oscure, splendido ritrovamento (come hai fatto?). Non condivido naturalmente niente, m'accorgo solo d'una bella intelligenza accecata dalla sua ideologia omicida spacciata per libertaria, ma lo stile è incredibile e le argomentazioni sono molto lineari.

...quando si dice che mangiavano i bambini...

"La giustificazione anche qui manca, ma la cosa serve a introdurre alcune scene erotiche e qualche parolaccia, secondo la formula corrente dei libri che si vendono.". ah, se recensisse adesso...!

è allucinante come T. ragioni " a senso unico", esiste appunto solo l'ideologia. Sinceramente ho sempre diffidato da uno che si faceva chiamare "il migliore" e purtroppo temo che mentalità di questo tipo ce ne siano ancora in circolazione.
Parentesi faceta che spero mi perdonerete: ho sempre pensato che, se avessi un altro gatto rosso (l'attuale si chiama Ulisse ed è persiano), a pelo corto lo chiamerei Togliatti,,sottinteso "il migliore" (gatto esistente).

Questo passo è

Questo passo è particolarmente raccapricciante, in questo senso: "C'è tutto, come si vede; ci sono principalmente tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sventura sua l'autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più".

> incredibile, davvero. Il tono, soprattutto, e la terminologia. Incredibile. Togliatti. :). Buccia, ma che meraviglia hai ritrovato, sul serio. Questo pezzo è un'arma!:). Grande.

Marina, Palmiro è meglio, no? nome evocatore tonni in scatola e spiagge esotiche. miao.

La mia opinione su Togliatti la conoscete un po'tutti, immagino: uno dei personaggi più inquietanti della politica italiana del dopoguerra. E, badate bene, non perchè comunista, ma per i suoi numerosi misfatti.

Mi fa piacere che il ripescaggio abbia suscitato interesse. E' una pratica agevole per me dato il materiale che mi trovo a consultare cotidie; visti i risultati, in presenza di altre "perle", proseguirò.

Anch'io trovo rivoltanti numerosi passi di questo scritto. E' un colpo basso continuo. A cominciare dalla polemica antiidealista e pro realismo nell'arte, condotta con punte di volgarità (il "pigiama", il "cesso") e spirito bassamente gregario nei confronti delle correnti estetiche in voga allora in Unione Sovietica: tipo il cosiddetto "zdanovismo", da Zdanov, il burocrate che si ingegnò in tal senso -- nome oscuro che forse vi sarà capitato d'incontrare.

Poi tutto l'argomentare calunnioso verso l'Orwell "sbirro coloniale". Ma soprattutto la protervia e la sfrontatezza con cui si spaccia per fandonie della propaganda anticomunista una serie di atroci verità, come quelle del terrore elevato a sistema di potere con annessi e connessi (torture, campi). Verità che Togliatti -- dirigente di punta dell'internazionale comunista negli anni Trenta, quelli delle purghe e degli eccidi staliniani più estesi, e con lunghi e ripetuti soggiorni a Mosca -- non poteva ignorare al di là di ogni ragionevole dubbio.

Quindi? Togliatti-demonio? Francamente una tale doppiezza, una tale sfacciataggine lasciano allibiti. Allibiti. Un'intelligenza può essere plagiata a tal punto? Può arrivare a rinnegare se stessa nella menzogna a tal punto scoperta, nella calunnia a tal punto gratuita? Evidentemente sì.

La cosa però rasenta l'incredibile, tanto che certi passi -- confesso -- mi hanno fatto pensare a un saggio di "dissimulazione onesta" alla Torquato Accetto.

Questo, per esempio:

"Come si può prevedere, giunti a questo punto, o costruire, o sognare un avvenire diverso, una diversa società, la fine per il genere umano delle ingiustizie, delle sofferenze inutili, delle miserie, della guerra, di tutte le altre cose mostruose del giorno d?oggi? Non soltanto questo non si può fare, ma occorre fornire la dimostrazione precisa, scientifica vorremmo dire, che qualsiasi sforzo generale e vasto si compia dall?umanità, o dalla parte più avanzata e cosciente degli uomini, per uscire dalle contraddizioni e dalle angosce del presente, gettar le fondamenta di una società nuova e ben ordinata, e costruire questa società, non può condurre ad altro che a un disastro, alla umiliazione della ragione umana, al suo annientamento e all?annientamento di tutto ciò che per gli uomini ha sempre avuto e sempre avrà un valore: la libertà, la dignità personale, la passione per il vero, per il bello, per il giusto".

Non conosco Togliatti, al du fuori delle eventuali citazioni che mi possono esser giunte all'orecchio. Tuttavia è bene ricordare che Orwell, in particolare con questo suo romanzo di fine vita e con "Animal Farm" ebbe rivali di ben altra caratura, pensiamo ad B. Russel ad esempio.
Per quanto mi concerne, da estimatore dell'Orwell scrittore e filosofo - 1984 è forse il libro migliore che abbia mai letto - non riesco a comprendere le ragioni di critiche tanto aspre.
Nel caso di Russel però non riesco a credere si sia potuto trattare di malafede od i semplice propaganda comunista di bassa lega. Il Russel filosofo, non dimentichiamolo, fu promotore di molte e numerose campagne pacifiste, non da ultima la lettera al presidente per l'abbandono dell'arma nucleare (A. Einstein firmatario).

Mi sembra fuori luogo 5), se inteso come arma anticomunista.
Comunista Togliatti, e non mi sembra dei più onesti, ma non dimentichiamolo, comunista anche Orwell. Onesto, indipendenemente dalle simaptie politiche di ognuno.

Grazie Patrik per questa recensione. Ma non credere che basti così.
:-)

Orwell COMUNISTA? Ma scherzi? :)))

Tu sì. Ricordo una tua recensione in merito.

"La fattoria degli animali"? :)

Socialista, mica è la stessa cosa. Per carità!

Si questa. Comunque Orwell era proprio comunista. Militante.
In catalogna tra l'altro, guerra contro Franco (non tu, il generale). E anche Russell.

Almeno per quanto concerne gli anni di gioventù la militanza nelle frange dure del partito socialista inglese è un fatto. La mia nozione di partito socialista è molto Svizzera, e non ha alcun legame con il comunismo. Nel nostro caso dovrei controllare bene però la biografia di Orwell. Ricordo distintamente l'indifferenza tra comunisti e anarchici nella scelta del battaglione durante la guerra in catalogna. Troppi anni che non rileggo tuttavia.

Io non vedo grande differenza di fondo tra socialista e comunista, se non nel considerare i secondi una sottocategoria dei primi. Non si chiamava "Unione delle repubbliche socialiste sovietiche"?
Vedo allora una differenza più importante tra socialista e anarchico, anche se ragioni storiche e pasticci propagandistici hanno spesso confuso i due.

Posso dirti, in attesa dell'approfondimento, che ho sempre sentito una differenza non ordinaria tra socialisti e comunisti. Proprio nella visione dello Stato, a partire dalla struttura economica: economia mista contro regime comunista non è differenza da poco.

Ma comunismo non significa per forza regime. Lasciamo queste medicrità a Berluscobni e amici.
Ci sono stati e ci sono comunisti che hanno pensato il comunismo estraneo ad ogni forma di regime autoritario o di violenza. Russell è esempio esaustivo.
La critica che andrebbe rivolta al comunismo è piuttosto dell'ordine di quella che possiamo rivolgere a Rousseau, di avere supposto a priori che l'uomo è buono (o nel caso nostro che l'uomo ha fede nel comunismo), il che tende a invalidare il sistema.
Questo è forse ciò che accomuna le tre ideologie, socialismo, comunismo, anarchia. Una debolezza nei confronti dell'eccessiva fiducia nell'uomo.
Il comunismo ha, alla prova dei fatti, fallito, sia nella sua deriva autoritaria "alla Fidel" (rifiuto di considerare la dittatura stalinista come comunista) o alla Gorbaciov che nella sua versione un po' frivola "alla catalana", incapace di organizzarsi e di far valere la propria forza davanti al generalissimo.
Filosoficamente questo non invalida il modello teorico, sarebbe un abuso logico, ma è oggettiva fonte di sfiducia. Affermare però che si tratta di un'ideologia violenta, unicamente perché solo le sue frange e derive autoritarie sono penetrate nella mentalità comune mi sembra assolutamente scorretto.
Come affermare liberalismo = aristocrazia delle multinazionali.

eh. Comunismo non significa regime. "Dittatura del proletariato", massificazione, grottesco meccanismo di uguaglianza tra tutti i cittadini, di logica riduzione alla povertà o alla miseria tanto dell'assassino quanto del cittadino onesto, dell'imbecille e del geniale scienziato o del grande artista, con a latere una oligarchia di tecnici e intellettuali a essere più uguali, selezionata misteriosamente ... è da mani nei capelli. Che ci siano individualità che abbiano confuso il cristianesimo col comunismo, cancellando il Paradiso con il "Potere" al Proletariato, è probabile. Ma non significa che il comunismo fosse quel che è: aberrante ingegneria umana e sociale.
Non suppone che l'uomo sia buono, suppone che l'uomo sia sempre identico. Ed è una gran cazzata. Tu non sei Berlusconi e non sei Cossutta e non sei Unabomber e non sei uno con la quinta elementare e non sei un elettore della Lega, tanto per cominciare, e non meriti di essere trattato come quella gente. La distinzione è tutto, personalizzare è necessario, la differenza è una fonte di crescita.
*
Sì, Stalin era il degno capo di un regime comunista. Un po' più uguale della sua classe dirigente. Gente che meritava d'essere combattuta alla morte e senza pietà, senza esclusioni e senza eccezioni. Pericolosi nemici dell'intelligenza e dell'umanità, prima ancora che della libertà individuale. Che azzeravano.
*
La violenza nasce quando qualcuno pensa: "la mia fede è vera, e allora la impongo". La verità fa male agli esseri umani: non la sopportano e la vogliono imporre. I compagni sono come certi fedeli di chiese o sette, non sanno evitare la propaganda per la conversione. E se disgraziatamente vanno al potere, sognano di convertire altre nazioni. E' parte del loro disegno.

Al di là del liberalismo, non ho nessun problema a dirti che preferirei essere borghese durante un regime aristocratico - oggi inesistente - piuttosto che cittadino d'un regime comunista.
Almeno avrei più liberta e meno nemici, e più facilmente identificabili.

A margine: quel che ha saputo insegnare l'esperienza PARLAMENTARE, attenzione, e quindi DEMOCRATICA, attenzione, del partito comunista & derivati - tante scissioni già in passato che non vengo a fare distinzioni - ha altro valore, umano e politico. Ma questo è un altro discorso. E che in generale quell'idea avesse qualcosa di buono è chiaro: nemmeno il fascismo si fondava su idee malvage, d'altra parte. E non ha animato solo malvagità.

Sottoscrivo in toto le considerazioni di Franco sul comunismo (compreso lo stigmatizzare l'enorme differenza tra socialismo, comunismo e anarchia). Per una volta, non ho nulla da aggiungere;)

Ringrazio anche Michele per la lettura e la partecipazione al dibattito. Da quello che so Orwell è stato socialista e anticomunista. Socialista nel senso di appartenente alla grande famiglia della socialdemocrazia europea, da fine Ottocento (a partire da Bernstein) su posizioni di rottura rispetto alla tradizione del socialismo rivoluzionario poi confluita, dopo la RIvoluzione d'Ottobre, nell'esperienza dei partiti comunisti.

Io non sono uno storico e non mi voglio misurare né con Leon né con Patrik su questioni del genere.
Mi sembra però di poter sottolineare come dittatura del proletariato e simili stupri lessicali siano parte del frasario marxista che non è, fortunatamente, l'unica interpretazione possibile del comunismo.
Sull'annullamento dell'individuo all'interno della gerarchia dello stato sono d'accordo, anche se questa può essere stata in certe forme di utopia comunista una sorta di compromesso accettabile. Non amo e stento talvolta persino a tollerare l'ingerenza dello stato.
Il secolo breve è stato sì, purtroppo, caraterizzato da una superposizione comunismo/marxismo in quasi tutte le occasioni, eccezione forse va fatta per la resistenza catalana.
Speriamo sia finita lì.

Se ben ricordo nell'ottocento ci fu un tentativo di comunismo democratico (Francia? la memoria non mi aiuta), almeno teorizzato.
In quanto alla povertà e alla miseria non posso che dissentire. Il comunismo marxista ha attecchito proprio dove c'erano povertà e miseria e continua a fare proseliti, nonostante le barbarie, proprio per i miglioramenti che ha portato da questo punto di vista.
Io preferisco la fame al regime, però in questo momento onestamente io Non ho fame. Per fortuna.

"Mi sembra però di poter sottolineare come dittatura del proletariato e simili stupri lessicali siano parte del frasario marxista che non è, fortunatamente, l?unica interpretazione possibile del comunismo".

Mah, Thomas, la pratica politica dei partiti comunisti nasce proprio dal "frasario" marxista... e altre concretizzazioni del comunismo al di fuori di quelle ispirate dalla dottrina marxista nella storia non le vedo. Che poi, utopisticamente, qualcuno possa sognare una società retta su principi comunisti (ocio, però: alla proprietà privata in qualche sua manifestazione siamo legati tutti) è senz'altro vero, ma dovrebbe farlo fuori dal verbo di Marx. Insomma, la distinzione: comunismo di Marx / socialismo reale a me non convince.

Uh, proprietà privata è ancora altra faccenda.
Il pensiero anarchico ad esempio si fonde con quello comunista (o socialista duro) nel non voler ammettere la proprietà privata come fondamento della società. Rousseau aveva già discusso il problema prima della nascita vera e propria del comunismo.
È una questione difficile, concordo in sostanza con R. sia sui difetti della nozione di proprietà sia sul suo carattere a priori rispetto alla creazione di una struttura sociale.

Io ragiono però a partire da considerazioni di carattere teorico, le basi su cui si fonda il pensiero sono per me quelle su cui discutere, non la storia di un movimento politico.
Se volessimo cercare nella storia del novecento un esempio di pensiero comunista o strettamente affine, totalmente disgiunto da quello marxista cadremmo in contraddizione forzata credo, per via dell'obbligo al confronto con la maggioranza ed in definitiva l'impossibilità di sfuggire al frasario dell'interlocutore.

Infine se vogliamo collocarci nell'adesso e discutere di cosa sia oggi il comunismo ancora il discorso cambia. Da quando è caduto il muro sono cadute anche le ragioni della dicotomia destra-liberale sinistra-comunismo-socialismo. Oggi comunista è quasi più un dispetto a Berlusconi che un colore politico.

Caso mai, io non sono comunista. E non ci tengo particolarmente a salvare nessuno, tranne la filosofia magari, ma quella dal confornto con la Real-Politik è uscita praticamente spacciata

per quanto esposto ed articolato secondo rigidi stilemi zdanoviani o vetero-marxisti all'italiana che dir si voglia, che ben altre argute pagine c'hanno regalato, dal punto di vista strettamente letterale non condivido i giudizi letterari del noto Palmiro. Chissà se questo scritto era stato preceduto dall'amara e difficile "digestione" di "Omaggio alla Catalogna" del medesimo Orwell

"Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, affermare una cosa e il suo opposto simultaneamente, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall'oblio per tutto il tempo che serva, negare l'esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile".

George Orwell, 1984, cap. II, "L'ignoranza è forza".