“I cadaveri interi avevano iniziato a finire nelle reti ai primi di gennaio del 1997, quando i pescherecci di Portopalo erano tornati in mare dopo una lunga pausa determinata in parte dalle feste di Natale e Capodanno e in parte dal cattivo tempo […] E mentre le ricerche continuavano senza alcun esito e nasceva il giallo del «naufragio fantasma», le reti dei pescherecci di Portopalo avevano continuato a raccogliere corpi per tutto il mese. A febbraio i cadaveri, mangiati dal mare e dai pesci, straziati dai divergenti, venivano ripescati a pezzi. La sera, nei bar di paese, i pescatori si raccontavano storie dell’orrore”
(Giovanni Maria Bellu, “I fantasmi di Portopalo”, pp. 32-33)
Un libro-inchiesta, ma non solo questo. Un volume commovente e intenso, “I fantasmi di Portopalo”, scritto da Giovanni Maria Bellu, giornalista de “la Repubblica”, con uno stile coinvolgente ed esperto, in grado di far salire una rabbia ed un dolore indescrivibili, pagina dopo pagina.
La trama sembra finta, irreale, degna di un romanzo dell’orrore, ma purtroppo racconta di una vicenda atroce e dolorosamente reale, avvenuta poco meno di dieci anni fa.
Una storia agghiacciante, una strage per troppo tempo dimenticata e solo cinque anni dopo riportata a galla dal lavoro di un giornalista coraggioso, ostinato e desideroso di verità. I resti di quei 283 morti del “naufragio fantasma” della notte di Natale del 1996, la più grave sciagura navale del Mediterraneo dalla Seconda Guerra mondiale, non sono mai saliti a galla, invece, perchè a poco alla volta pescati e ributtati in mare dai pescatori di Portopalo, si sono deteriorati col passare degli anni, ed ora non sono altro che schegge di ossa e vestiti e scarpe che ricoprono corpi ormai inesistenti.
Trecento vite inghiottite dal mare, nel silenzio e nell’omertà generale, che testimoniano un’altra di quelle tristi storie d’Italia che mai vengono raccontate ma che è davvero obbligatorio leggere. L’orrore abominevole di quelle pagine mi sta davvero segnando, scavandomi dentro un solco di rabbia, dolore e indignazione che, ne sono sicuro, non se ne andrà tanto facilmente.
Ma andiamo con ordine. Tutto inizia la notte di Natale del 1996, al largo di Portopalo, paesino a sud della Sicilia, il punto più meridionale d’Italia, se si esclude Lampedusa, che vive soprattutto di pesca – ha la seconda marina di pescherecci dell’isola, dopo Mazzara del Vallo – e di pomodorini sott’olio.
Una nave stracarica di migranti indiani, pakistani e tamil, la Yiohan, dopo un viaggio massacrante durato settimane, deve incontrare una imbarcazione più piccola, la F-174 partita da Malta, effettuare il trasferimento su quella nave più piccola per poi concludere il viaggio sulle coste siciliane.
Un trasbordo di clandestini obbligato, poiché la Yiohan è troppo grande per una simile operazione. Ma qualcosa va storto: la piccola imbarcazione è una delle classiche “carrette del mare”, un ammasso antico di legno e resina incapace di contenere tutti quei passeggeri. E, come se non bastasse, il comandante ubriaco compie manovre azzardate e incoscienti nel mare in tempesta.
Proprio mentre una prima metà di passeggeri è passata sulla piccola nave, questa finisce contro la Yiohan, procurandosi una grande falla. Cola a picco: 283 clandestini (“160 indiani, 31 pakistani e 92 tamil”) vengono inghiottiti dalle onde, mentre il capitano e altri ventinove riescono ad aggrapparsi alle funi e a raggiungere gli altri centocinquanta che ancora non avevano trasbordato. Mentre la F-174 viene sommersa dalle onde, la grande nave si dirige verso il Peloponneso, dove scarica il resto del “carico umano”.
Qui inizia un’altra storia: una storia di misteri, di scetticismo, di infamie e menzogne per troppo tempo nascoste, e che Bellu nel suo libro tira fuori in tutto il suo orrore. I superstiti, una volta a terra e arrestati, hanno raccontato la tragedia nell’ indifferenza e diffidenza generale – in molti hanno scambiato questo comportamento come una tattica per essere accolti con maggiore compassione e benevolenza – e solo dopo un po’ si sono fatti decisi passi in avanti, ma nel silenzio generale dei media. Il processo ai danni degli assassini, un libanese – El Hallal – e altri dieci imputati, è andato avanti ma si è poi arenato fino a diventare quasi una farsa con solo un imputato (tra latitanti e altri in paesi che negano l’estradizione).
Poi il silenzio. Il silenzio di tutti. Nessuno in Italia a domandarsi se e dove fossero quei 300 morti, come mai non era stato ritrovato alcun cadavere in mare, mentre in India, Pakistan e Sri Lanka ne chiedevano notizie. Nulla. Fin quando Giovanni Maria Bellu, giornalista “atipico” del quotidiano “la Repubblica” ha preso a cuore il caso. E ha iniziato la propria personale battaglia verso il raggiungimento della verità.
Questo libro, a metà tra l’inchiesta e il romanzo, racconta appunto questo: due storie parallele, quella di Anpalagan Ganeshu, giovane migrante tamil diretto in Italia, di cui era stato ritrovata la carta d’identità in mare da un pescatore, e di Bellu alla caccia di questa nave e del suo amico visto solo in foto, quel piccolo ragazzo che, alla ricerca di un sogno chiamato Europa si è imbarcato su una nave ed in una storia molto simile ad un incubo.
La loro è un’amicizia nata all’improvviso, attraverso quel documento di riconoscimento ritrovato nelle profondità marine e recapitatogli da uno sconosciuto. Da quel momento il patto tra i due diventa indistruttibile: Bellu, come il migliore giornalista d’inchiesta, decide di riportare a galla una questione ormai dimenticata. Armato di penna, carta e tanta buona volontà, parte per la Sicilia e inizia a raccogliere prove che confermino quel terribile naufragio e l’omertà della gente del paese.
Il giornalista arriva a Portopalo di Capo Passero. Conosce il pescatore che ha ritrovato il documento, Salvatore Lupo detto Salvo, e lo accompagna in una battuta di pesca, per capire meglio dove si trovi il luogo del presunto naufragio. Inizia a conoscere meglio il paese, la sua gente, le usanze, e si accorge di essere in un paese normale con abitanti normali.
Come mai, quindi, nessuno ha mai trovato ne parlato di quei morti a qualche decina di miglia dalla costa? Per scoprirlo si finge “giornalista che si occupa di ambiente e turismo” e riesce ad estorcere ad anziani, al vicesindaco e al parroco del paese la stessa, mormorata confessione: “Se avessero portato i cadaveri a riva quanti giorni di pesca avrebbero perso?”; “Li ributtavano in mare perché avevano paura di perdere tempo con la burocrazia”; “L’hanno fatto per non interrompere il loro lavoro. Hanno sbagliato?”. A questi motivi prettamente economici si devono aggiungere certamente elementi culturali e, probabilmente qualche filo mosso “dall’alto”. Il governo, da parte sua, preferisce tacere per evitare guai in un’ottica europea, mentre la stampa, come suo solito, fece rapidamente cadere nel dimenticatoio la vicenda dopo aver sparato qualche titolone esagerato per qualche giorno.
La ricerca di Bellu continua, con un susseguirsi tragico ed emozionante di notizie, colpi di scena e speranze. Incontra dapprima Metha, presidente della più grande comunità tamil di Italia, poi Bala, zio di Anpalagan trasferito a Milano, che gli racconta la vita del piccolo nipote e le speranze che hanno i familiari, a casa, di vederlo ancora vivo. Riceve la visita dell’“anima bella” Dino Frisullo, che sul mensile “Narcomafie” ha parlato della vicenda. Parla con Shakoor, uno dei ventinove superstiti della nave colata a picco, aggrappati alle funi lanciate dalla Yiohan e miracolosamente ancora vivo. Incontra Yossef El Hallal, latitante in Francia e comandante della Yiohan.
Attraverso numerose testimonianze ricostruisce nei minimi dettagli la rotta della nave, i retroscena dalla vicenda, la dinamica dell’incidente ed insieme la dolorosa vicenda di Anpalagan, la sua vita, i suoi sogni, le sue speranze andate in frantumi, nell’indifferenza generale dell’Italia.
Poi intreccia il passato di Anpalagan con il suo presente di giornalista, con tutte le peripezie derivanti dall’estenuante ricerca.
L’obiettivo principale, infatti, resta quello di trovare le prove reali di quella sciagura ignorata da tutti. È solo grazie ad un robot in grado di esplorare le profondità marine, il ROV, e dalla spedizione finanziata da “la Repubblica” che tutta Italia può assistere alle immagini di quel “cimitero sommerso” e Bellu può far salire a galla, finalmente, la verità.
Schegge di ossa, brandelli di tessuto umano e di vestiti ondeggiano sul fondale sabbioso, si perdono tra le alghe e contornano la carcassa sventrata di quella nave diventata la tomba di 300 migranti. I morti ci sono, sono là sotto, da altri cinque anni, ormai – l’inchiesta di Bellu è apparsa su “la Repubblica” del 15 giugno 2001 – senza degna sepoltura e senza essere tirati fuori dall’acqua, sebbene un gruppo di premi Nobel abbia inviato un appello al governo. Soprattutto senza che nessuno abbia avuto compassione, pena o un semplice pensiero per qualcuno di loro prima dell’inchiesta di Bellu, e senza colpevoli e senza pene per gli assassini anche dopo il lavoro del bravo giornalista.
Ci sono voluti cinque lunghi anni e la ferma volontà di un giornalista per far emergere la verità, ma forse questo non basta. Giustizia è stata fatta solo in parte, perché gli assassini sono ancora liberi, Bellu ha reso noto l’orrore di questa vicenda e ne ha trovato le prove ma quei morti non potranno mai tornare in vita, la crudeltà di quegli scafisti, l’indifferenza dell’Italia, dei media e degli abitanti di Portopalo resteranno come un marchio indelebile nella nostra memoria collettiva, uno degli avvenimenti più tragici e crudeli della storia della nostra Penisola.
Giovanni Maria Bellu ha scritto un libro emozionante, duro, a tratti fin troppo commovente, ma estremamente necessario.
Una storia orribile e crudele, ricostruita nei minimi particolari e con uno stile brillante, asciutto e coinvolgente. L’autore è stato bravissimo nell’alternare le storie, i toni ed i piani temporali, costruendo in questo modo quasi un romanzo giallo, in cui a poco a poco vengono offerti tutti gli elementi che compongono il puzzle e alla fine, in un crescendo di pathos, si ha lo sviluppo finale della vicenda.
“Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere in questo modo la propria forza. Diventano come malati terminali nell’ospedale da campo dell’informazione planetaria. Non vale la pena di occuparsene, ci sono nuove urgenze. Così a volte gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria ma i sepolcri delle tragedie dimenticate. E, come si sa, è raro che qualcuno vada a deporre un fiore su una tomba senza nome”.
(Giovanni Maria Bellu, “I fantasmi di Portopalo”, p. 15)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Giovanni Maria Bellu (Cagliari, 1957). Vive a Roma ed è inviato speciale de “la Repubblica”. Nella sua attività giornalistica si è occupato soprattutto dei misteri d’Italia, dalla strage di Piazza Fontana a Padre Pio.
Giovanni Maria Bellu, “I fantasmi di Portopalo”, Mondadori, Milano, 2005.
Il libro è diviso in tre parti – “Portopalo”, “Gli indifferenti”, “Il naufragio” – un prologo ed un epilogo.
Antonio Benforte, luglio 2005. Già pubblicato su lankelot.com
Commenti
Io leggo "mondadori" eppure mi accorgo che non ne ho sentito parlare che da te, sia in passato - sul vecio lanke - che qui. E' vero che nell'ultimo anno non ho partecipato con grande intensità alla vita culturale del Paese, nemmeno da laterale. Eppure qualcosa non torna. Torna a informarci sulla vicenda - e sulle pubblicazioni dell'autore - magari integrando qualche link.
Grazie ancora del prezioso contributo e della sensibilità.
Bellu:"Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere in questo modo la propria forza. Diventano come malati terminali nell?ospedale da campo dell?informazione planetaria. Non vale la pena di occuparsene, ci sono nuove urgenze. Così a volte gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria ma i sepolcri delle tragedie dimenticate. E, come si sa, è raro che qualcuno vada a deporre un fiore su una tomba senza nome?.
- questo passo è splendido, bello e vero e importante, e andrebbe ripetuto come un mantra in tutte le redazioni ogni mattina, fin quando non viene interiorizzato nella sua semplice natura. Rivoluzionaria (paradosso? forse no)
Questo libro l'ho scoperto grazie ad un corso universitario, ma è stata una delle letture più interessanti da quando sono a Roma a studiare.
E' mondadori, lo so, ma merita di essere letto.
L'inchiesta uscì su Repubblica, 5 anni fa, ma io il giornale non lo compravo ancora con regolarità.
Per quel che riguarda il giornalista, noto che su carta sta scrivendo poco, ma ogni settimana è sulla versione online de la Repubblica, con la rubrica "Gli altri noi", sui problemi dell'immigrazione e dello sfruttamento.
Mi sembra uno di quei giornalisti in gamba, davvero.
Basti pensare anche al fatto che mi inviò, ai tempi di lanke, una email di ringraziamenti, che mi lasciò davvero a bocca aperta.
Senti se gli va di scrivere per la causa e per l'ideale, ogni tanto, da queste parti. Se ci regala qualcosa di intelligente, di raro e di profondo non potremo che essergliene grati.
*
grazie ancora per il tuo scritto.
Caspita, una vicenda anche a me ignota che sento piena di verità nascoste. E poi un pensiero di scoraggiamento: ma se neppure di ustica si è riusciti a sapere tutto, figurati di questi poverini... Hai fatto benissimo a scriverne, spero che molti leggano questa recensione (e l'inchiesta da cui è scaturita). Per parte mia, grazie.
Sono stato a Porto Palo questa estate.
Ho fatto il bagno in quell'acqua splendida. Intanto, non potevo non pensare a tutti quei morti dimenticati da tutti.
Questo è vero giornalismo.
"Il Dottore bellu ha fatto un bello lavoro.Ma nel marer e necessario un
perito marittimo. Come un pakistano e salito sulla Yiohan sulle corde?il
mare era mosso. la nave era alta di 6metri. il mistero e diventato una
odissea greca.Solo i ignorenticredono a questa storia del eroismo di
pakistani chi hanno ucciso lo0ro compagni per salvarsi
non sono logato perche non lo so come fare.
saluti il commandante della yiohan el
hallal youssof"
Trascrivo la mail appena ricevuta. Vi metto in contatto, Antonio.
Segnalo ancora:
qui:
http://7magazine.it/new.asp?id=1135
intervista all?avv. Francesco Comi che assiste El Hallal Youssef.
Da leggere.
[portopalo] altro libro
[portopalo] altro libro dedicato all'accaduto: ne scrive qui su lanke alessandra giordano, http://www.lankelot.eu/letteratura/sammartino-mimmo-un-canto-clandestino-saliva-dallabisso.html