E chiederemo un gotto di birra, vino e brandy
da bere in rimembranza dei lontani.
I nostri cuori caldi al ricordo dell’Irlanda,
laggiù nei verdi campi americani. (pag. 428)
Joseph O’Connor struttura il suo ultimo romanzo (titolo originale Inishowen) nell’arco di dieci giornate, veloci, dense di emozioni, che riconducono dall’antivigilia di Natale del 1994 al capodanno dell’anno successivo.
La storia si apre con un trafiletto giornalistico dove la cronaca di un abbandono avvenuto il 27 dicembre del 1948, in un paese del nord Irlanda, segna la chiave di violino delle inquietudini e traversie della donna di mezz’età Ellen Amery; patimenti che produrranno in lei l’ossessione legittima di riappropriarsi delle sue origini, relegate in un passato dolente.
Ellen è orfana irlandese adottata in america. All’età di 46 anni è moglie del benestante chirurgo estetico Milton Amery e madre di Lee ed Elizabeth. Da molto tempo ormai compie frequenti viaggi in Irlanda, disperatamente votata alla ricerca della sua famiglia biologica. Potrebbe non curarsi delle sue radici, ma qualcosa di troppo forte ed endogeno l’astringe a porre in priorità la questione. Nell’ultimo periodo è venuta a conoscenza che un tumore incurabile la uccide da dentro. La determinazione si invigorisce sentendo il tempo volitivo, e, senza avvertire la famiglia, fugge in un ultimo viaggio nell’Isola di Smeraldo.
Troverà l’amara conclusione in una notte di pioggia impertinente, a dispetto della fine.
O’Connor sa adoperarsi nelle tecniche complesse di una scrittura stratificata. Intinge colorazioni fredde, ispide del dolore più duro, mescendole ottimamente con soluzioni ironiche realizzate in dialoghi effervescenti e originali. Uno stile asciutto, minimalista senza sprechi ma elegante e spigoloso, puntuto per penetrare. Una scrittura schietta e luminosa.
La sua è un’ironia incrinata, spuria di sarcasmo e puntellata di esilaranti dialoghi acidi tra le parti. Ma non è una ironia spensierata. Come ombra malevola, l’angoscia di sofferenze mai superate decanta dietro ogni battuta del poliziotto Aitken, incupendolo. Ellen si avvicina a grandi passi verso la morte, ella è bugiarda, sola, arresa; eppure è disposta a tradire tutto e tutti fuorché la sua identità originaria.
Il mondo di O’Connor è un cosmo patetico, vilipeso, paradossale. Nessuno è candido di fronte alla vita e al passato. Il marito di Ellen misura la sua debolezza cercando miserevoli avventure con le clienti, irrispettoso e inadeguato anche quando la moglie avrebbe più bisogno di sostegno. Aitken non sa cosa sarebbe realmente meglio per il suo futuro: a stento impila i giorni, emarginato prodotto di un sistema poliziesco che più non riconosce. La moglie Valeri l’ha lasciato, la morte del figlio l’ha interdetto dalle consuete dinamiche dell’amore: soffre e non può dimenticare. Ellen ha bisogno del caos centripeto di un nuovo amore, e le si rivela in Aitken.
Sarebbe un quadro d’irreversibile degenza se non fosse per la rude comicità dei protagonisti, per i giochi di corteggiamento tra le parti, per le situazioni equivoche che si trasfigurano in più pagine e rinsaldano la piacevolezza della lettura. Alcuni episodi sono spiccatamente straordinari, come quello della cena di natale della famiglia Amery, perfettamente bizzarro e inconsueto. Oppure la caricatura grossolana di personaggi come l’esagitato Spiggot, sunto della volgarità e pacchianità di certa america.
Non mancano anche vaghe testimonianze di metaletteratura, un Milton Amery che si rifà al Milton del Paradiso perduto, (coincidenza, probabilmente occasionale, che il poeta scrisse nel 1646 un’apologia del divorzio, evenienza che Amery sembra incarnare per molti tratti), e la passione di Ellen per la letteratura, la sua professione di insegnante.
O’Connor è vero maestro nel trasfondere la fisicità ruvida del dolore più intenso. La perdita del figlio, per Aitken, è descritta come vera didascalia delle sensazioni, delle screziate rughe più desolanti. Non scaturisce una caricatura sciatta della sofferenza, si ha la netta impressione che il tutto sia più che credibile, riuscito. Anche Ellen rappresenta un topos drammatico disarticolato da una approssimativa caratterizzazione unidimensionale: lei interiorizza la sua morte preannunciata realizzandosi in un ultimo desiderio, ma non dimentica il lato comico e il gusto divertito per la beffa – l’episodio (superficialmente) irreale della messa in scena nel fingersi suora -, perché l’autore non inciampa nella faciloneria di una donna incapsulata nel ruolo di vittima disperata e banalizzata, approfondisce l’aspetto imprevedibile e “umano” della psiche, non formalizzandone un abbozzo schematizzato.
La trama prende spazio su due binari geografici paralleli per il tempo ma localizzati uno negli Stati Uniti e l’altro in Irlanda. Da una parte la narrazione delle reazioni della famiglia di Ellen subito dopo la sua fuga, con una visuale privilegiata sui tradimenti del marito e lo smarrimento dei figli, nel versante irlandese, invece, l’inesorabile percorso di espiazione del passato da parte della moglie, nel quale trascorso conosce il poliziotto Aitken che si offre di accompagnarla da Dublino fino alla penisola dell’estremo settentrione, Inishowen, luogo dove ha ragione di presumere vivano ancora i genitori genetici.
Il romanzo presenta, purtuttavia, vari elementi di discrepanza con la qualità buona che lo contraddistingue nel suo complesso. In primo luogo, a fianco ad una ricalcatura intelligente dei personaggi protagonisti, ristagnano grami ritratti stereotipati di elementi come l’americano Spiggot, tutto sommato stonato nella sua volgarità eccessivamente enfatizzata. Milton a volte decade dalla sua posizione di spicco per quanto concerne il meccanismo ironico e non riesce a sostenere l’equilibrio dell’attinenza: l’episodio, alla fine del libro, nel quale i figli gli si presentano con una motosega facendogli temere per un’aggressione, scena magra e del tutto non necessaria. Lascia una vaghezza di delusione anche il colloquio conclusivo con la madre ritrovata nella persona della suora: sincopato, non abbastanza solenne, si ridimensiona da momento capitale e catartico a velocizzato numero di chiusura dell’equazione, dovuto ma non frangente eccezionale quanto si sarebbe potuto attendere.
Ma sono ben altre le sorgive polisemiche che scaturiscono dal dipanarsi delle vicende private dei personaggi. L’intera opera è sottilmente annodata con la questione urgente e sentita del conflitto politico interno della regione. Un’Irlanda dove frange armate di indipendenza lottano da tempo immemore nello strenue conflitto di emancipazione da Londra. L’autore, essendo irlandese, avverte su di sé la pesante responsabilità di affrontare la questione come meglio è capace di fare, modulando una perspicace allegoria della riscoperta dei valori della tradizione di appartenenza ad una terra mascherandola nell’unione nella diade della donna sradicata e apolide nell’animo, e del poliziotto proprietario delle sue origini ma alieno al sentimento nazionale. Ed è Ellen che, preannunciata la fine vicina per lei, ripristina una priorità degli intenti che assume come fondamentale la definizione di ciò che è l’essenza della quale è lei stessa il frutto (morte:vita=rivoluzione:frustrazione), tant’è che l’unione dei genitori non si era potuta legittimare perché ambedue perfetti esempi della intransigenza alla diversità, religiosa - la madre cattolica, il padre protestante. Ed è per questa inconciliabilità di mondi che lei è stata affidata ad una famiglia adottiva in america, strappata dalla sua impossibile funzione di pacificatrice tra le parti, autentica congiuntura apotropaica della storia di un’Irlanda.
È nella fase del romanzo nel quale si attraversa il confine con il nord, nell’episodio della dogana, che si raggiungono le massime espressioni della necessità di una accomunante intesa all’interno delle differenti schiere Irlandesi. Il poliziotto che esige la perquisizione non è simbolo diegetico del male, dell’antagonista: è uomo non diverso dai suoi nemici indipendentisti; è smarrito e vulnerabile, vittima di altre vittime. Ed è proprio Ellen che inizialmente attacca il modo di agire dell’uomo, perché lei è la personificazione più estrema e deliberata del senso nazionalistico dell’Irlanda, mentre Aitken è meno categorico, capisce che una nuova Irlanda non può guardare all’esterno con identità intatta e legittima senza essere unita e disponibile a ritrattare le offese e le faide di secoli. L’Irlanda ha nella sua compattezza interna l’embrione della sua forza, ed è solo ed ineluttabilmente con la espiazione delle incomprensioni e delle macchie passate che potrà ricavare, dai suoi requisiti di specificità nazionale ed etnica, l’illuminazione di un futuro da protagonista non avventato.
- Oh, ma non resterai mai senza di me.
- E questo cosa vorrebbe dire?
- Che tu mi hai sempre avuto. E io ho sempre avuto te. […] Credo che noi due fossimo insieme ancora prima che ti incontrassi. Anzi, ancora prima che nascessi. È stato solo un ritorno verso casa. O qualcosa del genere. (pag. 461)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Joseph O’Connor (Dublino 1963), scrittore irlandese.
Ha scritto anche “Il rappresentante”, “I veri credenti”, “Il maschio Irlandese in patria e all’estero”.
Joseph O’ Connor, “La fine della strada”, Guanda, Parma, 2002. Traduzione di Massimo Bocchiola.
Titolo originale: “Inishowen”, 2000.
Approfondimento in rete: Irlandia. it / Barnes & Noble / Identity Theory
Arpaeolia
Commenti
"Intinge colorazioni fredde, ispide del dolore più duro, mescendole ottimamente con soluzioni ironiche realizzate in dialoghi effervescenti e originali. Uno stile asciutto, minimalista senza sprechi ma elegante e spigoloso, puntuto per penetrare. Una scrittura schietta e luminosa" - continua a concentrarti sulle definizioni delle scritture degli autori che incontri. Perché così sei tu a pennellarle.
Le definizioni sono tutto. Ma vengono e sprizzano.
Quando sprizzano vanno inchiodate su carta (pure digitale). Sempre.