Kandy, 28 giugno. Stamattina sono tornato all'Ufficio dell'Alta (e Bassa) Commissione Indiana, per il visto. Mi hanno fatto fotocopiare il documento consegnatomi il 22 scorso e mi hanno detto di tornare domani. La cosa mi ha inquietato (per usare un eufemismo). Ho spiegato che domani parto per Colombo. Intanto ero spinto e strattonato da subumani che ti stanno addosso fisicamente e trovano normale questo comportamento che a me ripugna. Tutti vogliono passare davanti. Anche alla fotocopiatrice (l'addetto era, come da noi, al bar sport) è arrivata una negretta e appena tornato l'addetto, un bel ragazzo nero coi capelli crespi, mi è passata davanti. Allora l'ho pregata gentilmente di aspettare il suo turno. Lei mi ha sorriso remissiva. Forse non era singalese. (La gente non è cattiva, è solo bifolca. Anche nelle banche: vengono a sedersi nella sedia vicina, davanti al tavolo del sussiegoso impiegato che non dice nulla, ti spingono mentre stai contando il voluminoso pacco delle rupie. Il concetto di distanza di cortesia non è stato ancora introdotto. D'altronde è piuttosto recente anche da noi). Se avessi potuto parlare con l'impiegata dell'altra volta (era presente, ma occupata) forse mi avrebbe facilitato. Sono tornato dall'idiota che intanto era andato a consultarsi con la direzione idioti, e mi ha graziosamente concesso di tornare oggi tra le quattro e le cinque.
Notare il calvario: il primo giorno, indirizzato dalla pessima guida Lonely, mi sono recato all'ufficio indiano, nella stessa strada dove abito. Non era lì. C'erano vari soldati, mi hanno dato un biglietto rosa diligentemente scritto a mano, col nuovo indirizzo, dove sono subito andato. Compilato molti documenti ridicoli con domande ridicole cui non ho risposto. Poi l'impiegata ha gentilmente controllato se avevo fatto bene. Mi ha chiesto altre cosette personali glissando sugli orientamenti sessuali. La guida è del febbraio 2010, assicura che per avere il visto indiano a Colombo o a Kandy (dove la coda dovrebbe essere minore), basta stare ad aspettare 5 giorni lavorativi. Per facilitare le cose, l'ufficio non si trova in città ma in Kulo al Mondo, e bisogna spendere ogni volta il triplo del normale. Più il tempo che si perde.
Chi me lo ha fatto fare? Tornato alle 16, mi hanno fatto ritornare alle 16.30. Finalmente ho avuto l'anelato visto.
Domani parto per Colombo in autobus. Ora capisco meglio perché non ci sono bianchi in giro.
Cenato al History Restaurant, indirizzato dalla guida perché alludeva a piatti italiani: una grigliata mista che faceva schifo. Proiettano, malissimo, vecchie interessanti foto su Kandy. Accenno a questo ristorante soltanto perché all'arrivo ero l'unico cliente; quando stavo per andarmene è giunto un gruppetto di quattro ricchi locali, si vedeva dalla pelle, da come erano pettinate le donne, dai vestiti di tipo occidentale che qui nessuno usa. Uno dei due uomini, probabilmente un professionista, aveva scarpe bianche e calzoni corti. Ma ciò che mi ha attirato è il particolare che sono venuti al ristorante portandosi dietro la giovane serva, docile, timida, composta, lei in sari e pettinata da popolana. Si sono seduti a un tavolo da quattro (ce n'erano anche da sei e il ristorante era vuoto). La serva si è seduta da sola a un altro tavolo vicino. Nessuno dei quattro le ha fatto un minimo cenno: ignorata del tutto come non l'avessero mai vista. Arrivano i menu, naturalmente solo quattro, dopo molto consultare le due tremende signore tipo “moglie del dottore”, ordinano, arriva da bere, solo ai quattro. Sarei voluto rimanere per seguire gli sviluppi della faccenda, ma ero stanco e depresso, anche a causa del pessimo cibo... Spero che abbia avuto la sua ciotola di riso in bianco.
Kandy, 28 giugno 2010.
Ieri mattina comperato biglietto per Madras con Sri Lankan Airlines. 119 euro. Parto il 16 luglio. Ritorno open.
Giornata di grandi acquazzoni, violentissimi, con squarci di sole e ancora pioggia. Sono stato in città tutto il giorno. Nel pomeriggio sono andato al Tempio del Dente. Siccome tempo fa c'è stato un attentato con danni (anche al prestigioso Edificio Ottagonale in parte scoperchiato) e cinque vittime, ora bisogna passare un controllo militare come all'aeroporto, e c'è anche la macchina a raggi X. Il tempio è il monumento principale di Kandy. Il dente è molto venerato da tutti i paesi buddisti. Pare che non sia autentico. Nessuno l'ha visto. Ho letto che qualcuno sostiene che sia di scimmia. I portoghesi l'hanno bruciato secoli fa. Però qualcuno furbissimo lo aveva sostituito con una copia e quindi questo sarebbe il vero canino superiore sinistro di Buddha, salvatosi dalla cremazione. Al solito tra il sublime e il ridicolo... Ma la fede e la devozione del popolo è autentica e non si tocca. Nel padiglione al primo piano, dove dietro porte d'oro è conservato il dente (non importa che ci sia, basta esserne convinti e non dubitarne), la gente è sempre numerosa. Resta seduta accoccolata verso la parete di fronte. L'ambiente è molto vasto, largo un centinaio di metri, piuttosto in penombra, di legno, si ode lo scroscio della pioggia sul tetto. Donne si prostrano con la testa a terra. I bambini sono molto compresi e stanno composti con le manine giunte. Su un grande supporto montagne di loti bianchi e fuxia.
Il mio era soprattutto desiderio di stare al fresco. Ho aspettato girovagando nelle varie sale fino alle 18.30, quando comincia la cerimonia delle offerte con suoni di tamburi. Improvvisamente ho visto gente che si metteva in fila lungo il muro, sono corso anch'io risalendo la ringhiera fino alla fine della fila, ma tutti gli altri passavano sotto la ringhiera: credenti sì, ma non fessi fino a questo punto. Nel frattempo è arrivato il bonzo piuttosto corpulento, bisognava spostarsi e fargli largo. Gente si inginocchiava a baciargli la mano. Molti avevano dei pacchi incartati a forma di cappello o disco volante. Erano offerte misteriose. Moltissimi tenevano in mano fiori di loto. I pii pellegrini non hanno il concetto di fila o distanza di cortesia: tutti spingono, pestano, vogliono passarti davanti. Non sanno distinguere tra divino e mercato ortofrutticolo a loro più consono. Ricordavo la stessa cerimonia circa 35 anni fa: molto più suggestiva. Quella volta le due porte sono state aperte, da una si entrava nel piccolo vano dove c'è un lucente reliquario d'argento a forma di pagoda che ne contiene altri 5 o 6 a scatola cinese, e nel più interno c'è il dente. Si usciva subito dall'altra porta in un fastidioso frastuono di suonatori. Qui invece si procede all'esterno, il bonzo prende solo i soldi e fa segno di sparire, i servi le offerte voluminose. Al piano inferiore alcuni dozzinali suonatori in costumi piuttosto cialtroneschi battevano su tamburi e c'era pure una trombetta da incantatore di cobra (notoriamente sordo). Tutto assai banale e a un passo dal ridicolo.
I fedeli però sono ovunque molto seri e tristi, hanno motivi ben precisi e grazie da chiedere sotto ogni cielo. Oggi c'erano molti buddisti stranieri asiatici, specie giapponesi, anche malati in carrozzella. All'ultimo momento sono giunti gruppetti di bianchi, di quelli con pulmino e prezzolato accompagnatore, che non hanno molto tempo da perdere in fesserie.
Ho grande rispetto e compassione super turbam. Meno per i bonzi.
La via per uscire dal tempio è assai complicata e labirintica; non ci sono indicazioni in inglese. Ormai era notte. Scalzo ho dovuto tornare sui miei passi due volte anche su tratti di tagliente ghiaino. Non ricordavo più dov'era il settore ”Pia Custodia ciabatte e infradito a offerta libera”. Un paio di terribili appiccicosi, di quelli che cercano ogni scusa per rimorchiare i rarissimi turisti bianchi, e come la polizia americana esibiscono la patente (falsa) di guida turistica ufficiale, volevano farmi uscire da una parte, però la folla degli aborigeni andava in un'altra direzione che era quella giusta. Anche in questo caso, non riuscendo più a liberarmi, ho dovuto essere villano (come loro).
Poi subito al vicino pub a mangiare il vattalapam e le altre (speziali) delizie, compresa una macedonia con gelato, papaia, pineapple, banana, mandorle e acini di quattro-cinque tipi diversi di uva.
Colombo, 1 luglio 2010
Verso Colombo, il viaggio in autobus di lusso, aircon, no stop, è stato quanto meno disastroso. Tutti aborigeni, gente che ha ininterrottamente telefonato ma dopo un'ora si è addormentata, il pilota più idiota della compagnia, forse l'unico [sono parecchi invece gli idioti tranvieri padovani, affetti da sottili esaurimenti nervosi, che guidano e frenano in modo per lo meno sgradevole. Si vendicano del loro squallore senza uscita.]: ha continuato ad accelerare e frenare ogni 7-10 secondi (probabilmente per un difetto del vetusto motore Tata, indiano) ininterrottamente per tre ore e più, per fare circa 110 km. Arrivati a Kagalla è cominciato un nubifragio, abbiamo passato zone dove la bufera aveva già spezzato rami, rovesciato bancarelle di misere merci (qui dette boutiques). Percorsi gli ultimi 35 chilometri a passo d'uomo continuamente sballottati dal pilota. Arrivo a Pettah, antico quartiere di Colombo a ridosso di Fort, tuk tuk veloce che mi ha portato subito al Juliana Hotel, albergone banale e costoso, senza BF. Bella camera fresca e silenziosa, ho anche la cassaforte e due stupende vestaglie gialle (mai toccate). L'unico ristorante interno è coreano (coreani gli asciugamani e anche i pochi clienti non aborigeni). Siccome non mi faccio mancare niente, la mattina dopo, per quanto scettico, ho voluto provare il BF coreano. Inutile dire che ero il solo cliente. Tutti gli altri evidentemente sono assuefatti a fare colazione in uno di quei lerci posti vicini dove non ho più lo stomaco nemmeno per entrare. I camerieri tutti in costume coreano con piratesca bandana grigio-testa di negro, piuttosto ridicoli, il cibo scadente, il servizio pessimo, attesa troppo lunga per due uova. Intanto entravano e uscivano (dalla tipica porta a scomparsa), vari figuri, lavandaie, nettacessi e anche una ragazza chiacchierina dai lunghissimi capelli, poi uno con la scopa, tutti si intrattenevano a conversare amabilmente, appoggiati al manico del mocio vileda: lo scopo era farsi dare a scrocco una bottiglia d'acqua. Il cliente unico pagante era un ingombro tollerato, seduto lì ad aspettare invano. Costo, se si può fare un paragone con la cara Bali, quattro volte di più. Ho chiesto il conto, che contempla il 10% del servizio più un'altra tassa del 22 %. Ho pagato con una banconota da 1000. Apriti cielo: mi ha chiesto inspiegabilmente due banconote da cento. Poi è andato in giro per tutto l'albergo a vedere se per caso qualcuno avesse da cambiare. Finalmente è tornato, mi ha dato il resto in fogli da 100 (?). Me ne ha dato uno in meno (coincidenze).
Precipitato al limitrofo Liberty Plaza per vedere di riparare la macchina fotografica. Ci vogliono 9000 rupie e diversi giorni; poi all'internet cafè, senza caffè. Pancamo oggi mette in onda una trasmissione radiofonica di 45 minuti su di me. Inoltrata la notizia a una ventina di amici.
Mangiato squallidamente in un rumoroso Mcdonald's. Rientrato alle 19.
Colombo, 3 luglio
Diluvio monsonico.
Acquistata Nikon L21, fatta in Cina, per 111 euro.
Davvero difficile trovare discreti ristoranti: ne ho girati parecchi nella zona Col 3, perfino uno tedesco, con risultati deludenti. Ovunque unico cliente. Mi chiedo dove mangiano i turisti, ma forse non ce ne sono. O ancora più probabilmente: cenano più tardi.
Polonnaruwa, 5 luglio 2010
Stamattina cielo plumbeo, partito dal Juliana di Colombo, dove ho prenotato una stanza per il 15 e lasciato la valigia nera. Alle 11 arrivato alla stazione centrale di Pettah. Preso un autobus scassatissimo e senza air/con. Viaggio allucinante, per fortuna al finestrino arieggiato, con un idiota a lato che si è presentato subito come l'ennesima guida turistica: non gli ho dato confidenza, poi ha cessato di parlare, io avevo messo i tappi di cera per via del rumorosissimo vetro vibrante che mi faceva rintronare le orecchie. L'imbecille ha preso sonno e mi cadeva addosso. Cercavo di evitarlo, spostarlo, ma finiva per ricadere tra le mie braccia: un repellente martirio continuato per circa 4 ore. Durante un intervallo di lucidità il cretino ha avuto perfino la spudoratèzza di chiedermi il numero di telefono (?) per contattarmi domani. Poi, giunti al famoso bivio di Habaranà (ciccì coccò) è scesa molta gente. L'ho pregato di spostarsi, cosa che ha fatto subito. Finalmente senza buzzurri a contatto. Ma dopo dieci minuti è salita la ricca indigena famiglia brambilla in transumanza da un villaggio all'altro: giovane sposa ben vestita con infante, sorella ancor più giovane agghindatissima piena di ori e (presunto) premuroso fidenzato. Lei si è seduta vicino a me (a strettissimo contatto, più gradevole) al posto dell'idiota che tra l'altro aveva abbandonato il suo fardello a terra alla mia destra per dare il massimo di fastidio col minimo sforzo. È da notare che questi autobus hanno sedili più piccoli del normale e davvero con ogni buona volontà non ci si sta, anche perché ci sono molti omaccioni di taglia XXL e matrone ancor più memborute. Probabilmente questi autobus non sono indiani della Tata, ma importati dalla Corea (la razza mongolica è nella media leggermente più piccola delle altre).
Ancora fermi a Habaranà la famiglia ha comprato dei pelosi rambutan. Naturalmente le bucce, i civili educati borghesi pieni di ori e telefonini, le buttavano ridendo dal finestrino, passandomi villanamente davanti al viso, sfiorandomi col braccio.
Da lì in avanti si devia a sud: la strada è nuova, il traffico pochissimo, ci sono enormi caserme di interi reggimenti. Ho visto molti soldati marciare, altri giocare a pallavolo (bisogna pur passare il tempo tra una battaglia e l'altra), sentinelle con l'elmo dietro muri di sacchi di terra.
In generale tutta la strada da Colombo a Polonnaruwa è in buono stato. Nessun posto di blocco.
All'arrivo, dopo sei ore, prendo subito un tuk tuk per la guesthouse Manel. Le camere con acqua calda sono occupate. Il pilota si innamora di me e non mi molla più. Siccome sono sfinito dalla stanchezza ne prendo una senza, e domani cambierò. La padrona mi prega si aspettare che finiscano di ripulire la stanza. Mi fanno sedere nella hall in una solenne poltrona tradizionale. Sospetto che il pilota, da come si rivolge alla padrona, sia il signor Bandula, citato nella guida come uno dei proprietari, colui che sta in agguato in centro col tuk tuk di rappresentanza per prelevare i turisti che scendono dagli autobus (nel mio c'ero solo io); si siede anche lui e comincia la solita solfa: domani... Lo prego di togliere il disturbo essendo very tired e dichiarando che domani non sarà un altro giorno. Tutto piuttosto modesto, anche il cibo. Mi ritiro subito nella mia spartana stanza, dove nonostante la stanchezza non riesco a dormire. È ancora presto e mi giungono le spossanti nenie amplificate, non saprei dire se islamiche o buddiste.
Polonnaruwa, 7 luglio 2010
Ho cambiato stanza, questa è molto migliore sebbene calda, e costa 1200. Bisogna proteggersi dalle molte specie di insetti volanti con un energico fan e mosquito coils. Il posto è tranquillo, l'ambiente famigliare. Accanto all'edificio della resthouse c'è una casetta. Sul portico vedo sempre una vecchia seduta, decrepita ma non sciatta e con vesti tradizionali appropriate. Un giovane si è avvicinato e le ha parlato urlando all'orecchio (suggerisco amplificatore Soardo da 4000 euro). Si muove poco, con bastone. Stamattina è venuta lentamente fino a qui; io l'ho salutata, lei non ha risposto. Poi ho pensato che era sorda. Quando è tornata l'ho salutata di nuovo con un inchino. Lei mi ha sorriso facendo un gesto con la mano per dirmi che “non poteva”, oppure che “le cose non andavano benissimo”.
C'è una donna autorevole sui sessanta, con accenno di pancia. É l' A.D. dell'azienda. Parla un inglese semplice ma non chiaro, è veloce però tende a delegare ai garzoni fessi. Ci sono due uomini solenni in veste tradizionale sui sessanta che fanno pochissimo. Uno seduto immobile in silenzio dentro la hall, vicino a una finestra che dà sul portico e da cui domina il cancello d'ingresso. È una telecamera di sorveglianza con occhi stupefatti. A domanda risponde premurosamente, lasciando intendere di essere una disturbata divinità. I ragazzi saranno alcuni della famiglia e altri dipendenti. Uno più cretino e svogliato dell'altro. Uno è gigantesco; non l'ho mai visto compiere un'azione finalizzata. È vestito in modo elegante. Dev'essere considerato esente e dispensato da tutto, onde migliorare le cose. Si deduce che il servizio generale è lento, ottuso e appena sufficiente. Solo i due solenni le rarissime volte che aprono bocca parlano in modo comprensibile. Sale e pepe non ci sono mai, se ci sono non escono dal contenitore otturato. La cosa risulta un vero problema che forse non interessa il lettore medio. Le vivande, dopo un'attesa estenuante, vengono portate tutte insieme (in modo che i piatti si frèddino). Oppure viene portato prima l'uovo fritto, in modo che prima che l'idiota riesca a reperire sale e pepe, possa lentamente gelare. La birra è davvero gelata (aspetto positivo). Lo zucchero c'è sempre. L'unico piatto discreto mangiato qui: prawns e frites. La sensazione di efficienza che vorrebbe trasmettere la padrona, pietra angolare della casa, è inficiata dal suo ampio contrario. Non occorre essere grandi osservatori per rendersi conto che, ordinato il BF (ma non ho mai visto nessun altro consumare qui un BF), sedutomi ad aspettare (sotto il portico con tetto di lamiera dove ci sono quattro tavoli,) vedo passare un ragazzo che ha comprato una papaia, un altro cerca di procurarsi due uova, ecc. Squallore e miseria che si prova spesso anche quando, pagando con una banconota da 1000 o da 2000 (7 o 14 €), il resto non c'è mai, si aprono borsette, cassetti, casseforti, si manda in giro il bambino in bici con la banconota. Il resto non arriva e bisogna ogni volta affidarsi a uno dei due solenni che fa da garante della lenta transazione. Stamattina ero appena uscito dalla doccia quando mi bussano alla porta. Chi cavolo sarà? Mi sono asciugato in fretta bestemmiando gli dei ctonii, cinto i fianchi: c'era un fesso con una banconota da 2000. Ogni tanto mentre mangio, da solo, arriva qualche appiccicoso pilota di tuk tuk che mi percepisce come miniera e vorrebbe attaccar bottone. Già la sua presenza mi blocca lo stomaco e mi guasta il cibo di per sé scadente.
Rispetto a Kandy la gente mi sembra meno brutta. Specie a Colombo, com'è ovvio in ogni metropoli, ho visto delle ragazze carine, dal volto delicato; nessuna mi ha colpito come fisico. Poco seno, brutte mani, in generale le gambe sono lunghe, valorizzate dal lungo sari che dona eleganza e per fortuna nasconde. Un tipo di donna molto diversa dalla nostra brevilinea mediterranea (Sicula Bassicula). Il modello suggerito dalla pubblicità tende all'occidentale. Si allude molto al fatto che una piccola minoranza è discendente da portoghesi o olandesi. Sono chiamati Burgher e hanno tratti a volte completamente europei (per via della legge di Mendel). Sono ben considerati. Molti di questi, specie maschi, con camicia e cravatta, gestiscono alberghi e ristoranti. I richiami erotici sono pochi e assai morigerati, le modelle sono molto avvenenti ma vestitissime, e senza riscontro nella gente reale. La televisione ammannisce anche qui molta pubblicità specie alimentare. Le donne sono soprattutto madri e massaie. Ho visto soltanto uno spot con una bella ragazza in calzoni corti e nello stesso ce n'è un'altra con notevole decolleté. Anche i bambini sono rappresentati in TV come belli, ben vestiti, con uniforme scolastica uscita dalla stireria. In generale per la strada si vedono centinaia di ragazzi in età scolare, in uniforme completamente bianca, piuttosto in ordine. Le ragazze hanno quasi tutte lunghe trecce nere, appaiono in generale calme e composte. Camminano lentamente conversando, come non avessero una meta, e sorridono. Non saprei dire se belle o brutte: la giovinezza conferisce una neutra bellezza dell'asino. Al solito i bambinetti sono coccoli e le ragazzine hanno ancor più grazia, i genitori affettuosi e i neonati ben curati. Non si vedono segni evidenti di malattie, qualche rara vitiligo, nessun claudicante, nessun caso di poliomelite. Ma dove ci sono turisti accorrono mutilati, deformi, mendicanti veri e soprattutto fasulli, sistemati nei punti chiave in base a precise disposizioni mafiose. Provo infinita pena specie per i bambini esibiti, che per fortuna sembrano almeno belli e sani. Una notevole parte della popolazione dà l'idea di appartenere a un'economia di minima sussistenza. Si deduce che la classe media è molto ridotta. Fa meraviglia osservare i molti studi di avvocati sulla strada, più simili a lerci tuguri. Se non ci fosse il cartello-targa si potrebbe pensare a depositi per spazzini. Con i bianchi i venditori raddoppiano triplicano i prezzi. Stamattina ho comperato alcuni manghi, piccoli ma deliziosi, dalla stessa bancarella dove li avevo comperati ieri da due misere donnette analfabete astute fottitrici che si esprimevano con le dita. Il venditore mingherlino, con la bocca scarlatta dal bolo del betel, oggi mi ha chiesto spontaneamente metà prezzo rispetto a quello delle sue mogli. Dimostrano poca intelligenza e povertà nello stesso raggiro. Un mio cruccio, e credo sia condiviso da molti turisti, è rendermi conto che la gente con cui entro in contatto non è quella vera, ma gentaglia che vive truffando il turista (questo dovunque).
Sono a Sri Lanka da oltre venti giorni: trovo notevole rilevare che non ho mai visto nessuno fumare se non due ragazze bianche, e che non ho mai avuto nessuna proposta sessuale o di sostanze illecite. In tutte le altre nazioni sono stato più o meno tormentato da ininterrotte proposte (ianledi, ianboi).
Ora sono le 12,30. Alle sedici attendo il tuk tuk per visitare le sacre rovine.
Ore 20
Visitate le rovine di Polonnaruwa. Alle sedici si sono presentati due tuk tuk. Uno era il mio. Gli dico: andiamo al museo a comperare il biglietto. Allora l'altro si presenta come il boss e mi dice (era già tutto scritto nella guida) che non occorre comperare il biglietto, che ci pensavano loro e avrei risparmiato mille rupie, dando a loro 2500 rupie compreso il tuk tuk (il biglietto costa 25 dollari, cioè circa 2800 rupie). Abbiamo costeggiato un fiume tranquillo idilliaco con belle piante piangenti dove molte persone, uomini massicci, ragazzi, anche donne e bambine si lavavano vestitissimi. Poi abbiamo percorso un lungo itinerario sterrato rossastro, con ghiaia di quarzo, tra alberi giganteschi. Si vedevano scuri tratti di antiche mura in mattoni, resti di edifici. Ogni tanto si deviava verso un tempio, una statua, un toro Nandi, un lingam. Visitato il famoso Quadrilatero con vari illustri edifici bollenti. Siccome bisogna stare a piedi nudi ho rischiato di scottarmi. In quella mezzora che sono stato all'interno del Quadrilatero le nubi si sono squarciate e il sole mi ha irradiato con tutta la sua potenza. Ho fotografato dei muri stupendi, sarei stato ore a contemplarli. Assai stressante la visita a causa del caldo (nonostante avessi aspettato le ore sedici). Uno di questi edifici ha conservato per molto tempo il dente di Buddha (che legittimava il sovrano a regnare). Il tempio delle immagini (Tivanka Image House) dai preziosi affreschi, gli unici di tutto il complesso (dove tra l'altro sono rappresentati dei vimana o antiche macchine volanti a mercurio, descritte nei testi classici e ci tenevo molto a vederli. Ieri però ho letto una descrizione dove il termine vimana aveva il significato di torre), era immerso in un buio profondo.
Quando alla fine ho detto che volevo assolutamente vedere il grande Buddha giacente (simbolo di Polonnaruwa), il farabutto ha cominciato a dire che era in riparazione e non si poteva andare e che mi avrebbe fatto vedere un altro tempio indù. Ma io ho insistito, allora ha cominciato a telefonare varie volte. Poi: la strada bisognava farla a piedi, era difficile trovarlo. Non era assolutamente vero. Negli altri siti il driver mi accompagnava. Qui se n'è guardato bene per non incontrare la polizia turistica. Ho proceduto con determinazione, anche perché il Buddha reclinato era il mio unico ricordo persistente di Polonnaruwa. Quando finalmente sono arrivato al celebre sito, si è avvicinato un tale e mi ha chiesto il biglietto. Fino a quel momento nessuno me l'aveva chiesto. Ecco la causa della reticenza. Io non sapendo che fare, sorridendo l'ho pregato di farmi una foto e lui mi ha rimproverato perché giravo le spalle al Buddha (atteggiamento considerato offensivo), allora mi sono messo di profilo e lui me ne ha scattate due decenti. Il profilo ha valorizzato la pancia.
Se fossi stato da solo avrei gestito il mio tempo in modo diverso. In particolare dinanzi alla grande statua reclinata sarei rimasto molto a lungo sulla calda gigantesca liscia mammellonata roccia grigiochiaro antistante, dell'identico blocco in cui sono state scolpite-ricavate almeno le due principali, la stante e la reclinata. È un errore avere dietro qualcuno, figuriamoci un driver farabutto. È stato un grave errore non comperare il biglietto regolare. La prima volta che sono venuto qui, mi pare nel 1978, viaggiavo con la bellissima Giovanna (ero giovane) con la quale ho poi fatto altri viaggi. Ricordo molti particolari, varie architetture che oggi non abbiamo affatto visto nemmeno da lontano, ricordo molte lucertole che cambiavano colore sulle rocce, sul terreno, come i camaleonti (oggi non ho visto nessuna lucertola). Eppure non ricordo di aver visitato le rovine di Polonnaruwa con lei.
[Assalito da una sensazione quasi angosciosa di mancamento, di assenza, di cosa malfatta, di sottrazione. Stento a verbalizzare, certo non è una cosa positiva].
Tornando verso il tuk tuk mi ferma un tale e mi dice: non mi riconosce? Era il boss, che avvertito telefonicamente dal compare era corso a mettersi d'accordo con il corrotto controllore (il quale ha preteso ovviamente la sua parte delle 2500).
La visita non è stata deludente (cerco di glissare sul disagio che perennemente mi dà il mio prossimo). D'altra parte se fossi venuto in bicicletta avrei dovuto percorrere una ventina di chilometri e non sarebbe stato facile orientarsi nonostante i vari cartelli, nonostante fosse la seconda volta (e nonostante abbia visitato più volte anche in bici le mitiche labirintiche Bagan e Angkor Vat; quindi dovrei essere allenato).
Luciano Troisio
Per approfondire: TROISIO in Lankelot
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Kandy, 28 giugno Stamattina
Stamattina sono tornato all'Ufficio dell'Alta (e Bassa) Commissione Indiana, per il visto. Mi hanno fatto fotocopiare il documento consegnatomi il 22 scorso e mi hanno detto di tornare domani. La cosa mi ha inquietato (per usare un eufemismo). Ho spiegato che domani parto per Colombo.
troisio* tutti i reportage
troisio* tutti i reportage del professor: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?T/Troisio+Luciano