“L’uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene”. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un’alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore, spiega Šalamov. Ma ci sono orrori che non si lasciano archiviare nell’oblio e ci sono libri che diventano custodi della verità. È il caso dei suoi “Racconti della Kolyma”: inchiostro pesante che restituisce la follia cieca delle repressioni staliniane, descrivendo le atroci sofferenze degli innocenti rinchiusi nei lager, i cui destini non smetteranno di costituire atto d’accusa, gridando la colpevolezza del secolo sanguinario che abbiamo alle spalle.
L’Europa sperimenta lo sterminio, a partire dal 1917, con i gulag, apre la strada a quella logica abominevole che avrebbe portato, poi, alla Shoah. La patria di Dostoevskij e Tolstoj si fa teatro di un feroce “massacro di milioni di uomini compiuto in tutta impunità”. E queste pagine sono squarci sull’inferno, sono urla contro il silenzio e l’indifferenza di quanti per anni si sono ostinati a disconoscere e rinnegare. Non stupisce, allora, la travagliata vicenda editoriale di questa raccolta, ultimata nel 1973 e composta da più libri: I racconti della Kolyma (divenuto titolo per l’intera opera), La riva sinistra, Il virtuoso della vanga, Schizzi dal mondo criminale, La resurrezione del larice, Il guanto, ovvero KR-2. Le riviste e gli editori ne rifiutarono per anni la stampa, nel 1972 le autorità sovietiche addirittura imposero a Šalamov di sconfessare il testo attraverso un documento in cui affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita». Diretta conseguenza di tanta ostilità, fu la pubblicazione frammentaria e confusa nei paesi esteri, e la prima apparizione moscovita della versione integrale, soltanto nel 1992.
Siamo di fronte ad un libro che è più di un libro: è documento; è indice puntato contro la bugia del comunismo. Scrive bene Erri De Luca quando afferma che l’esperienza dei campi di concentramento sovietici ha avuto il proprio vertice lettarario ne I racconti della Kolyma, con i quali Šalamov ha dato la sua voce alla più vasta prigionia di massa della storia umana. Scrive bene quando ribadisce che “uno di noi venuti dopo, ha I racconti della Kolyma e Dos Lid per fondare la sua appartenenza al millenovecento”. A quel secolo barbaro che è passato dai lavori forzati in Siberia ai crematori di Auschwitz squalificando l’intero genere umano. Perché di umano non c’è nulla, in quell’abisso di violenza, in quelle fabbriche di morte che sbranavano la dignità dei deportati col gelo, la fame e le continue vessazioni.
Šalamov restituisce l’angoscia della prigionia, il terrore degli interrogatori, la crudeltà della vita nei lager, la rabbia che corrode i pensieri, la rassegnazione al male e insieme l’ostinazione a voler salvare la vita. La sua è una galleria di volti e di storie diverse eppure tutte uguali: anelli di un’ininterrotta catena di umiliazioni e tormenti che testimoniano come “la nostra epoca sia riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano”.
Leggere, quindi, significa sprofondare nella disperazione più assoluta e contemporaneamente tentare di partecipare a posteriori allo smarrimento di quanti si sono ritrovati fagocitati da quell’assurdo sistema di persecuzione. Ingannati da tutti, dallo Stato in primis che si trasforma in carnefice e ammazza ideali, futuro, onore e coscienza prima ancora di strappar via la vita. Ingannati dai propri stessi affetti, perché durante la dittatura di Stalin la delazione è la nuova peste che dilaga senza limiti. Denunciare è il mezzo per assicurarsi favori e privilegi. “Non lo si fa per niente: il capo può offrire della machorka (fumo), fare delle lodi, ringraziare. Il delatore fa passare la propria vigliaccheria e la propria perfidia per qualcosa che somigliasse al dovere”. E allora non esiste aiuto reciproco in virtù della stessa malasorte, è una lotta contro tutti, pochissime le eccezioni. In quest’ottica il solo arresto equivale alla condanna certa: cinque, dieci, trent’anni si smarrisce il valore del tempo, ogni pena è un’incognita e una volta scontata, non c’è garanzia di ritorno alla libertà giacchè su quanti terminano il loro periodo di detenzione, incombe sempre la minaccia di un nuovo affare montato ad hoc per procrastinarne il rilascio. La giustizia sovietica è una macchina diabolica di commi che si sommano generando invariabilmente lo stesso risultato: la morte, se non fisica morale certamente.
“Uno dei principali sentimenti del lager, infatti, è l’immensità della mortificazione”. E “non c’è niente di misterioso, si tratta di un imbroglio organizzato” alla perfezione, che maschera dietro la produttività la sete di distruzione e di potere. “Il lavoro è una questione d’onore, di gloria, di valore e di eroismo”, recita la citazione all’ingresso dei campi. Ogni detenuto è mero ingranaggio di un’enorme catena di montaggio umana. Strade, ferrovie, ponti non c’è nulla che in quegli anni bui non sia stato costruito dai forzati nel gelo dei sessanta gradi sotto lo zero della Kolyma. E Šalamov racconta dettagliatamente come “il mancato adempimento del piano statale fosse ritenuto un crimine controrivoluzionario”. Tutti quelli che non realizzavano la norma, erano direttamente spediti all’altro mondo, perché “in un lager non ci si può rifiutare di lavorare, la renitenza viene trattata alla stregua del delitto più mostruoso, peggiore di qualsiasi sabotaggio. Con le ultime forze devi assolutamente trascinarti fino al posto di lavoro e sarai salvo dalla fucilazione”. Ma solo per quel giorno, poi arriverà l’alba a rinnovare la tortura delle interminabili ore in miniera o nei giacimeti.
Non c’è pagina che non dia la chiara dimensione di quell’odissea: la prima e la terza persona si alternano, l’autore ripercorre la propria esperienza, ne condivide emozioni e momenti salienti e insieme fornisce tutta una serie di ritratti delle persone incrociate tra i ghiacci di quella terra senza scampo. Indimenticabile per intensità, il racconto intitolato “Cherry-Brandy” in omaggio all’omonima poesia di Mandel’štam, di cui il nostro immagina la morte. Ma siamo di fronte ad un libro in cui nulla è trascurabile, ogni sillaba risulta preziosa, ogni riga è testimonianza e monito che inchioda la Storia alle sue responsabilità. Descrive i kambedy: i comitati di mutuo soccorso organizzati in prigione, che fecero della solidarietà tra zek (compagni di cella), la regola: legge non scritta che restò in vigore nonostante le repressioni da parte delle guardie carcerarie, le minacce e le sansioni. Šalamov è inequivocabile. Descrive la malavita che prospera ai danni dei «fessi». Descrive gli ospedali: tra l’empirismo di medici che conducono i loro “esperimenti su materiale vivo”, e la disperazione dei simulatori che in realtà non hanno nulla da fingere, “malati ben più seriamente di quanto pensino loro stessi” e ridotti invece ad accentuare sintomi altri, pur di non essere rispediti a scavare. Descrive i capisquadra e spiega come “dare ordini in un lager sia il peggiore dei peccati di un lager, là dove si paga col sangue, dove l’uomo è privato di qualsiasi diritto, prendere su di sé la responsabilità della volontà altrui per ciò che riguarda la vita e la morte è un peccato troppo grande, mortale, un peccato che non può essere perdonato”. Descrive l’eroismo dei rari tentativi di evasione e il cannibalismo come atroce conseguenza di una fuga che porta diritti alla fame più nera. Perché il clima della Kolyma non concede possibilità di sopravvivenza, è alleato delle autorità, e braccato e denutrito, l’uomo, degenera fino a cedere il passo alla bestia arrivando a nutrirsi dei propri simili e dimostrando così tutta l’ignobile efficacia della politica di gestione dei campi sovietici in cui “per dirigere senza difficoltà la coscienza umana ci voleva una certa gerarchia dello stomaco”.
I gulag sono stati soppressi solo nel 1960.
Dov’era l’Europa nel frattempo? Dov’erano gli intellettuali, quelli che la malavita nei lager chiamava dispregiativamente Ivan Ivanovic?
Molti tra le vittime, troppi asserviti al potere. Incapaci di “trovare in sé stessi forze interiori sufficienti, la fermezza morale, per avere rispetto di sé e non riverire la divisa, il grado”.
Šalamov ha osservato a lungo “la piaggeria, il volontario umiliarsi dell’intelligenija”, conosce perfettamente “il segreto della gente che sta «vicino alla staffa»”.
“I racconti della Kolyma” sono uno schiaffo anche alla loro meschinità.
Leggerli è un dovere morale.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Varlam Tichonovič Šalamov, (Vologda, 18 giugno 1907 – Mosca, 17 gennaio 1982) è stato uno scrittore, poeta e giornalista sovietico. Prigioniero politico per lunghi anni, sopravvisse all'esperienza dei gulag.
Varlam Šalamov, “I racconti della Kolyma”, Adelphi, Milano, 2005
Titolo originale: Kolymskie rasskazy
Traduzione di Marco Binni. Pp. 631
Angela Migliore, agosto 2009
Commenti
ANGELA MIGLIORE presenta...
?L?uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene?. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un?alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore, spiega ?alamov. Ma ci sono orrori che non si lasciano archiviare nell?oblio e ci sono libri che diventano custodi della verità. È il caso dei suoi ?Racconti della Kolyma?
Ho impiegato più tempo di quanto pensassi a scriverne, ma ho cercato di fare del mio meglio. Spero sia sufficiente.
Tempo impiegato bene.
Ma la domanda è: Quanto è facile non sapere? Secondo me è molto facile non sapere. Basta guardare giusto al proprio orto. Purtroppo. Siamo sempre pronti a giustificarci. Vabbè, altro discorso.
grazie.
2. Assolutamente.
Ottima pagina, e altra Adelphi fondamentale.
"Dov?era l?Europa nel frattempo? Dov?erano gli intellettuali, quelli che la malavita nei lager chiamava dispregiativamente Ivan Ivanovi??
Molti tra le vittime, troppi asserviti al potere."
> Al partito...
3> E' facilissimo non sapere, forse, però, oggi un po' meno.
Grazie a te, Andrea, per la lettura sempre attenta.
4> Questione di parola data :)
In realtà sull'edizione Adelphi qualche critica l'avrei.
Un libro del genere non può essere stampato senza introduzione e postfazione. Senza una breve cronologia degli avvenimenti storici di riferimento. Inoltre manca anche un buon apparato di note che aiutino a districarsi nel testo. Se non avessi letto prima "La nuda verità. Il romanzo della vita offesa", non avrei capito a fondo certe situazioni descritte, una su tutte la questione dei vari commi del codice penale, ad esempio.
Insomma se confrontiamo il lavoro delle due case editrici, L'ancora del Mediterraneo sorpassa Adelphi di gran lunga
Il testo che ho letto non è integrale, presenta - cito dalla nota biobibliografica - un'ampia scelta dai quattro libri che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma. L'edizione integrale è stata pubblicata da Einaudi.
http://www.einaudi.it/libri/libro/varlam-salamov/i-racconti-di-kolyma/97...
5> Eh...
6. 5. Forse alcuni intellettuali non vollero vedere, o non credettero a ciò che videro. A volte, quando credi in una cosa, non vuoi conoscerne i difetti, e la salvi ad ogni costo anche dove fa acqua. E succede che si arriva quasi alla giustificazione di certi orrori.
(Questa cosa non c'entra, ma ve la racconto: in Toscana, due clandestini arrivati ai centri di permanenza temporanea sono stati pregati di ritornare fra 6 mesi, perché non c'era più posto)
Oggi è molto difficile sapere, perché non abbiamo più punti di vista.
Noi pensiamo che la rete sia luogo di tutti, ma non è così. Qui dentro c'è una minoranza. Ed è giovane. E viviamo in un paese anziano. Dove si guarda la tv (RAI e Mediaset, e canali localissimi) e si comprano i giornali locali. Un gran bordello, direi.
Grazie di questa bella pagina, aspettavo di leggerla.
Un fulmine l'accostamento di De Luca...quando si dice il destino...
grande pagina, veramente.
Eppure si parla meno, mi sembra, di queste stragi, che non furono minori, né meno terribili, rispetto alla Shoah.
?L?uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene?. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un?alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore,"
è un'osservazione vera.
9.Proprio perché non è facile portare tutti alla rete per ora (e non credere che siano solo gli anziani in senso stretto, c'é anche l'età di mezzo, specie le donne che non hanno tempo) sarebbe importante avere un'informazione libera e non irregimentata.
9> Sì, Andrea, credo tu abbia ragione. C'è meno informazione di quanto si possa credere e spesso anche chi sa finge di non sapere, o comunque non ha la capacità di agire di conseguenza.
Internet per molti è sinonimo di chat e download, non è di tutti l'approccio che abbiamo qui, della rete come fonte d'informazione meno parziale e più libera.
10> A volte ci si imbatte in coincidenze preziose come regali inaspettati. :)
11> Sì, se ne parla meno. Molto probabilmente perchè la storia dei gulag si intreccia inscindibilmente con la politica. Non voglio cadere nell'errore di far paragoni, ma per la Shoah è stato diverso. Completamente diverso. Due orrori assurdamente vicini eppure distanti per quello che riguarda l'idea cui si sono crudelmente ispirati.
"Non c?è pagina che non dia la chiara dimensione di quell?odissea: la prima e la terza persona si alternano, l?autore ripercorre la propria esperienza, ne condivide emozioni e momenti salienti e insieme fornisce tutta una serie di ritratti delle persone incrociate tra i ghiacci di quella terra senza scampo. Indimenticabile per intensità, il racconto intitolato ?Cherry-Brandy? in omaggio all?omonima poesia di Mendel??tam, di cui il nostro immagina la morte. Ma siamo di fronte ad un libro in cui nulla è trascurabile, ogni sillaba risulta preziosa, ogni riga è testimonianza e monito che inchioda la Storia alle sue responsabilità".
Asciutto, essenziale e molto chiaro. Mi ero perso questa pagina, vedo che hai proseguito con queste letture d'orrore - passami il termine. Complimenti per il coraggio e la disposizione, te lo ribadisco, soprattutto perchè in estate viene ancora meno semplice accostarsi a queste letture. Io lessi molto qualche anno fa, degli orrori del Novecento, tra l'altro disseminati un po' ovunque e di qualsiasi colore (Vietnam, Tibet, Cina, ex Jugoslavia, Giappone, Mitteleuropa ed anche Centro e Sudamerica: pochi sanno quello che successe a Panama, ad esempio), e in questo periodo proprio non avrei la disposizione giusta per avvicinarmici ancora. Meno male che c'è chi se la sente;)
15> Te lo avevo promesso, no? Ho approfittato dell'estate vista la possibilità di disporre di più tempo. Così mi sono concessa il lusso di avere un motivo ulteriore per l'umore bigio.
[racconti della kolyma] nel
[racconti della kolyma] nel corso dell'ultima settimana ho provato a cominciare a leggere i "racconti della kolyma" di Salamov. Mi blocco spesso, mi sono bloccato spesso, perché la testa prende e se ne va per conto suo. Una cosa, arrivato nemmeno a metà del libro (sono a 266) mi è chiara, e soprattutto dopo aver letto ancora una volta il tuo articolo: non so come hai fatto a sintetizzare un libro del genere - e con così tanta chiarezza e precisione. Dev'essere stato difficilissimo. Complimenti, veramente.
Detto ciò... mi hai fatto tornare in mente un libro che devo leggere da una vita. Ora ti dico quale. Scrivi "I gulag sono stati soppressi solo nel 1960.Dov’era l’Europa nel frattempo? Dov’erano gli intellettuali, quelli che la malavita nei lager chiamava dispregiativamente Ivan Ivanovic?"
> mmm. No, non voglio tornare ai famosi "fatti del 56", perché non è a quelli che mi sto referendo. C'è un libro che mi incuriosisce molto da qualche mese, da quando ho scoperto che si tratta di un pioniere assoluto. Si chiama "Il grande terrore", l'autore è l'ex comunista inglese Robert Conquest, il libro uscì nel 1968. Un anno simbolico. Direi che andrebbe approfondito, anche dal punto di vista della fortuna critica, diciamo così, dell'epoca.
In libreria si trova, ho notato. http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Grande_Terrore
Possiamo fare almeno un altro passo indietro. 1940. "Buio a mezzogiorno" di Koestler, http://en.wikipedia.org/wiki/Darkness_at_Noon
Forse Koestler è la risposta alla tua domanda "dov'erano gli intellettuali" (qualcuno c'era, e parlava), e Conquest "contiene" la risposta alla domanda "dov'era l'europa nel frattempo". Sono due tracce. Ne riparleremo:)
[racconti della kolyma] una
[racconti della kolyma] una cosa che volevo domandarti - sono curioso - è se la traduzione t'è sembrata sempre di buon livello. Io ho varie perplessità. Per esempio, nel racconto "La cravatta", p. 113 della Adelphi, 2009 (a proposito, grazie a Raffaella Brusati per il dono: davvero molto apprezzato) si legge:
"In passato, come anche oggi, per avere successo uno scrittore doveva essere straniero nel paese del quale scriveva. In modo da scrivere dal punto di vista, secondo gli interessi - l'orizzonte - della gente tra la quale era cresciuto e di cui aveva acquisito le abitudini, i gusti, le opinioni. Lo scrittore scrive nella lingua di coloro a nome dei quali parla. E nulla più. Se conosce troppo bene il soggetto, la gente per la quale scrive non lo capirà. In questo caso lo scrittore avrà tradito, sarà passato dalla parte del proprio soggetto. Non bisogna conoscere troppo bene l'argomento di cui si scrive [...]"
Poche righe dopo, parla dell'autenticità come "forza della letteratura del futuro", e poi racconta la storia della "cravatta". Ora, tu come hai interpretato, o come interpreti, quel rompicapo che ti riporto?
[Kolyma - cravatta] Sai che
[Kolyma - cravatta] Sai che questo passaggio proprio non me lo ricordavo?
Estrapolato dal contesto, la comprensione diventa complessa. Quindi qualche problemino di traduzione deve esserci. E' un po' tortuoso, no?
Ci sarebbe una specifica da fare, ma forse nel testo la questione è sviscerata e sono io ad aver rimosso.
Lo scrittore per aver successo doveva essere straniero nel paese del quale scriveva. Ma doveva continuare a scrivere nella propria lingua per essere la voce della propria gente. Perchè la mentalità comune dovuta alle medesime radici, trovasse espressione... Ma deve scrivere di qualcosa senza conoscerlo a fondo, altrimenti si parla di tradimento. Cos'è, una velata metafora del sistema propagandistico comunista? Dire attraverso un codice condiviso, ma senza realmente conoscere ciò di cui si vanno tessendo le lodi? Quindi ad esempio predicare la non proprietà e poi continuare ad arricchirsi?
E' questo che significa? Non saprei...
Forse quando parla di autenticità come forza della letteratura del futuro, sta dichiarando palesemente che non c'è possibilità di verità nella letteratura a lui contemporanea per via dell'asservimento al regime?
Vado per ipotesi, eh. Non saprei...
[Kolyma - Conquest/Koestler]
[Kolyma - Conquest/Koestler] Due testi che andrebbero proprio letti, allora. Due comunisti disillusi, che hanno saputo denunciare quegli orrori senza lasciarsi zittire dal servilismo nei confronti del potere, di cui si macchiarono la gran parte degli intellettuali dell'epoca. Grazie del suggerimento...Magari prima o poi mi torna la voglia di riaffrontare certi argomenti...
[kolyma-edizioni differenti]
[kolyma-edizioni differenti] ho fatto qualche sommaria ricerca in rete, si direbbe che l'unica edizione integrale in circolazione sia Einaudi, 1999. Ma l'edizione Einaudi aveva più di qualche problema politico editoriale, a quanto si scopre qui: http://archiviostorico.corriere.it/1999/maggio/24/HERLING_mio_Salamov_ce...
Nella coda dell'intervista al prefatore censurato, leggiamo:
Pensa che l' Einaudi, pur pubblicando le sue opere, non abbia compreso il messaggio autentico di Salamov? "Secondo me non hanno neppure letto i suoi racconti. Se lo avessero fatto, non mi avrebbero scritto una lettera cosi' stupida, sostenendo che nella prefazione avrei dato troppo rilievo alla sua dimensione politica. La realta' e' che Salamov e' un autore duro, molto piu' duro di Solgenitsin: perche' quello che usciva dalla sua penna era il resoconto di un' esperienza diretta. Mentre l' "Arcipelago Gulag" non era tutta farina del sacco di Solgenitsin". Un caso simile, secondo lei, avrebbe potuto accadere anche un anno fa, quando Giulio Einaudi era ancora vivo? "Non posso dirlo, naturalmente. Ma ricordo che vezzeggiava l' idea di pubblicare le opere di Zdanov, il Goebbels russo, un inquisitore che non si e' avuto il coraggio di stampare neppure nell' Urss. Questo fa capire la mentalita' di Giulio Einaudi. Ora, io non so se e' cambiato qualcosa: chissa' , potrebbero anche decidere di non pubblicare nemmeno piu' Salamov. Eppure, ne sono certo, e' molto piu' grande di Solgenitsin, entrera' nei grandi classici per cio' che dice e per come lo racconta. I suoi argomenti non possono morire".
mamma mia.
[Kolyma - Herling] Non ne
[Kolyma - Herling] Non ne sapevo proprio nulla. Ho comprato l'edizione Adelphi, per il buon nome della casa editrice. Ma come ho scritto in qualche commento più su, anche lì ho trovato delle pecche. Certo che la censura al prefatore è davvero un'assurdità.
Ancora non si riesce a parlar chiaro di certe atrocità. Ancora questi inutili paragoni tra gulag e lager, ancora questo voler per forza stilare una classifica dell'orrore per attribuire o rigettare primati. Non saprei quanto Hitler e Stalin possano dirsi gemelli totalitari, certo è che costituiscono entrambi la vergogna del Novecento.
Quanto ad Herling, sai che apprezzo L'Ancora/Cargo. Ora ho un titolo in più nei miei desideri d'acquisto.
[herling] è stato per anni
[herling] è stato per anni l'autore più rappresentativo dell'Ancora, a quanto riesco a capire dagli articoli letti qua e là. Potrebbe essere un piccolo segno del destino, confermando che è pienamente nelle tue corde:).
[i racconti della kolyma] ti
[i racconti della kolyma] ti trascrivo qualche passo tra quelli che mi hanno più colpito. Incipit de "I corsi", p. 471.
"Innanzitutto: l'uomo non ama ricordare le cose cattive. Questo tratto della natura umana rende la vita più facile. Fate la prova su voi stessi. La vostra memoria si sforza di serbare le cose belle, buone, e di dimenticare quelle difficili, brutte. In condizioni di vita difficili non può nascere nessuna amicizia. La memoria non rivela affatto tutto il passato di fila, senza fare distinzioni; al contrario, sceglie le cose con cui vivere è più piacevole, più facile. Si tratta come di una reazione di difesa dell'organismo. Questo tratto della natura umana è in sostanza un'alterazione della verità. Ma che cos'è la verità?"
[quid est veritas?]
sempre ne "I corsi", p. 488.
"Ho osservato più d'una volta che la detenzione, in particolare al Nord, sembra fermare l'evoluzione delle persone: la loro crescita spirituale, le loro capacità si bloccano al livello raggiunto al momento dell'arresto. Questa necrobiosi dura fino alla scarcerazione. Un uomo che passa vent'anni in prigione o in un lager, non acquista l'esperienza della vita normale: uno studente resta uno studente, un saggio resta un saggio, ma non diventa più saggio".
[kolyma] nel racconto "i
[kolyma] nel racconto "i comitati dei poveri", si legge un altro rilievo micidiale di Salamov: relativo alla lettura.
"Domino, dama - tutto era severamente vietato nel carcere preventivo. I libri non erano vietati e la biblioteca della prigione era ben fornita, ma il detenuto in attesa di giudizio legge senza trarre dalla lettura altro profitto che il distrarsi dai propri seri e gravi pensieri. Concentrarsi su un libro in una cella comune è impossibile. I libri servono come svago, come distrazione, sostituiscono il domino e la dama" (p. 240).
[kolyma] un'altra ragione di
[kolyma] un'altra ragione di choc sta nel racconto "il procuratore verde", ad esempio nei passi in cui Salamov ci racconta come venivano accolti quelli che tornavano dalle prigioni. Ecco la foto della Russia sovietica:
"[...] C'era poi un secondo motivo, anch'esso importante per spiegare l'indifferenza del popolo nei confronti di quelli che tornavano dalle prigioni. In carcere era stata talmente tanta gente che era difficile trovare nel paese una sola famiglia i cui parenti o amici non avessero subito persecuzioni o repressioni. Dopo i sabotatori era stato il turno dei kulaki; dopo i kulaki era toccato ai trockisti; dopo i trockisti a quelli con un cognome tedesco. Mancò poco che fosse proclamata una crociata contro gli ebrei".
"Tutto questo aveva portato la gente a un'assoluta indifferenza, aveva generato nel popolo un totale disinteresse verso chi era stato segnato da un qualsiasi comma nel codice penale. Se nei tempi andati uno che era stato in prigione ed era tornato al paese natale poteva suscitare un atteggiamento guardingo, ostilità, disprezzo o compassione, più o meno manifesta, adesso invece nessuno gli faceva più attenzione. L'isolamento morale degli uomini 'marchiati', dei forzati, aveva da tempo cessato di esistere." (pp. 412-413)
[kolyma-saviano] un frammento
[kolyma-saviano] un frammento di un bellissimo pezzo di Saviano su Salamov: "Gli scritti di Šalamov sono la conferma del bene. Può sembrare paradossale, ma è così. Lo diceva lui stesso. « I miei scritti sono la conferma del bene sul male». Tutta quella sofferenza, quel male, quelle privazioni, alla fine dimostrano quanto l'animo umano sia capace di salvarsi. C'è bellezza e forza sul fondo di tutto quell'orrore.
In Šalamov c'è sempre la consapevolezza di non aver mai e poi mai tradito il prossimo per migliorare la propria condizione. È la cosa di cui più andava fiero.
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del singolo gesto nell'inferno quotidiano del gulag. Come la frase di un personaggio di Vasilij Grossman: «Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà». Il bene è una considerazione metafisica, lontana, generale, postuma. La bontà è uno spazio del presente. Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si parla di progetto storico, di giustizia, di felicità come di qualcosa che trascende l'umano Šalamov ha un brivido di paura. Sa che si parla di qualcosa che l'uomo subirà, che passerà sull'uomo."
stupendo. la fonte, http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-04/quel-gulag-cam...
[Kolyma - Saviano] E' una
[Kolyma - Saviano] E' una considerazione davvero molto bella. Un'ottima chiave di lettura. E' eroico che Šalamov conservi umanità in quell'inferno, è meraviglioso che tutto quell'orrore non arrivi a deturpargli l'animo. Ma si tratta di un'eccezione. E Saviano lo sa bene. Lo impariamo quando Šalamov stesso ci racconta del cannibalismo e delle meschinità a cui si riducono molti detenuti.
Stupenda la distinzione tra bene e bontà, a colmare tutto il divario che c'è tra l'astrattismo di un concetto e la concretezza, invece, del gesto prodigo.
[Kolyma - Il procuratore
[Kolyma - Il procuratore verde] Ho trovato anche questo tra i passi sottolineati. Uno dei più amari.
[Kolyma - I comitati dei
[Kolyma - I comitati dei poveri] Credo sia verissimo anche in circostanze meno difficili. Un libro è spesso un'evasione, consapevole o meno, dal proprio mondo.
[Kolyma - I corsi] Sono passi
[Kolyma - I corsi] Sono passi che ho sottolineato anch'io nel mio libro. Mentre leggevo il primo, ricordo di aver sperato che avesse ragione. Perchè la mia memoria funziona un tantinello diversamente, ma devo aver io qualche gap mentale.
Il secondo, invece, mi ha folgorata. Leggevo e annuivo. Il gelo dell'odio iberna la vita, non consente di crescere. In cattività si invecchia soltanto.
[Salamov-Gulag-Ginzburg]
[Salamov-Gulag-Ginzburg] Entro domani o al massimo dopodomani arriverà la scheda su "Viaggio nella vertigine" di Evgenija Ginzburg. 700 pagine che mi sono riguardato anche perché questa recensione mi era richiesta da una persona ed era da un bel po' che gliel'avevo promessa.
[ginzburg, gulag] su
[ginzburg, gulag] su Gariwo: "Nell’ambiente della dissidenza sovietica, in particolare degli scrittori, il lavoro della Ginzburg è stato accolto in modo controverso e una parte dei grandi autori della letteratura del dissenso ha espresso su di lei giudizi a volte ingenerosi. Varlam Šalamov accusò Viaggio nella vertigine di “romanticismo a buon mercato e di smaccato sentimentalismo”, mentre il direttore della rivista “Novyj mir” Tvardovskij disse che la Ginzburg “si era accorta che c’era qualcosa che non andava solo quando hanno cominciato a mettere in galera i comunisti. Quando invece sterminavano i contadini russi considerava il fatto del tutto naturale!”. La stessa Nadežda Mandel’stam avrebbe detto: “Evgenija Semënovna non si abbassa, si disonora.”"
http://www.gariwo.net/giusti/giusto.php?cod=179&categoria=142&sopra=132&...
[Ginzburg] Queste
[Ginzburg] Queste considerazioni mi vedono in linea e infatti il libro è controverso ma per alcuni versi riesce proprio per questa sua visione particolare a gettare uno sguardo ancora più pieno d'interrogativi su quel periodo. Ho letto tanto di queste esperienze, non tantissimo come altri anche qui su Lankelot, ma in generale sono sempre opere che offrono una visione che non fanno che confermare le impressioni/aspettative del lettore che si interessa a quei testi, uno sguardo da vittime, nel caso della Ginzburg è diverso. Cerco di spiegarmi meglio: leggendo la Ginzburg uno vive, almeno per quanto mi riguarda, quell'orrore con gli occhi di un prodotto dell'ideologia, di una che ha contribuito e ha vissuto la nascita e l'attuarsi dello stato totalitario e lo paga sulla propria pelle e pur pagandolo non rielabora totalmente la sua esperienza. Negli incontri del libro si possono percepire: quelli che pur incarcerati credono ancora a Stalin, quelli che pagano il prezzo del comunismo da sempre, poi ci sono le vittime sia dello zarismo che del comunismo, poi ci sono quelli che sono scappati da altri stati totalitari e che muoiono nei gulag e poi ci sono quelli come la Ginzburg che pur usciti da quella situazione non perdono la fiducia nel leninismo. Il tutto visto con occhi femminili e ti posso dire che ci sono delle parti sui bambini e sulle donne che sono da dolori di stomaco.
Devo dirti che questo libro, rispetto ad altri, mi ha colpito più nel profondo perché tutta la mia famiglia, con varie sfumature e indirizzi ideologici, viene da quella storia. E' stato un po' come ritrovare tutta una serie di discussioni teoriche, diatribe, delusioni, superamenti che mi hanno accompagnato da sempre. Aggiungo, quando ero piccolo se per caso andavo dai parenti della mia nonna paterna, zii e zie di mio padre, potevo ancora rivedere il faccione di Stalin o di Mao o di Lenin o di Marx...ci siamo capiti.
E aggiungo come chiosa che c'era un film di Pozzetto/Ranieri con quei faccioni marxisti sopra il letto matrimoniale...per fortuna a casa mia non siamo mai stati così ideologizzati...tutt'altro...anzi.
[ginzburg] forse, come già
[ginzburg] forse, come già dicevamo parlando di Ernu, è come se tante persone che hanno creduto in marx - come se il suo fosse un vangelo - non abbiano mai potuto accettare l'idea che le applicazioni delle sue idee siano state così disastrose, e addirittura assassine: in russia, in cambogia, dappertutto. Basterebbe semplicemente superare l'equivoco del socialismo e tornare al cristianesimo per cancellare tanto male e tanti disastri e tanta frustrazione. Non era baffone il problema, il problema era l'idea. Il socialismo è un dogma. Un dogma che prevede la violenza: la violenza è un disastro. E' un bug genetico, non so come dire. Il cristianesimo non prevede nessuna violenza. Predica amore e solidarietà. E fratellanza. Tutte cose estranee al socialismo.
[Ginzburg] Io da non credente
[Ginzburg] Io da non credente posso solo dirti che risiede solo nell'uomo la capacità di trovare delle risposte alla convivenza fra persone libere. Sta a lui, a noi, trovare la strada. Purtroppo io nelle religioni, in tutte le sue forme, e nelle ideologie trovo solo un modo per abdicare a se stessi. Salvo poi che anche il "se stessi" può diventare essa stessa un'ideologia alquanto pericolosa.
[ginzburg] esatto - "se
[ginzburg] esatto - "se stessi"... quello è Stirner, col suo "individuo assoluto". E ci siamo già passati. E' molto difficile, veramente, mediare e trovare una strada che conduca, senza equivoco, al bene o almeno alla bontà - per dirla come qualcuno, quassù. Noi però sappiamo che non ha senso avere il torcicollo per ragionare sulle ideologie dei filosofi dell'Ottocento o del Settecento, e magari applicarle. Noi viviamo secoli dopo. E lo scenario è tutto diverso. Per questo, ti dico, se proprio uno vuole credere... trovo più bello e saggio che creda in Dio. Nessun Dio ti insegna a uccidere o a invidiare o a fare ingegneria sociale o a "rieducare" o a imporre una civiltà o una classe sociale o un'etnia. Almeno, non il nostro.