Emine Sevgi Özdamar è un personaggio ancora non molto noto in Italia, almeno per quanto ne sappia; basti dire che Wikipedia non contempla ancora una pagina nella nostra lingua che la riguardi. È forse una delle maggiori esponenti della così detta “Migrantenliteratur”, ovvero della letteratura scritta in lingua tedesca da immigrati. La Özdamar, nata a Malatya, nella Turchia centro-orientale, si trasferisce a Berlino a diciannove anni, guidata dal suo amore per il teatro ed in particolare per Bertolt Brecht. Della sua vicenda biografica abbiamo un evidente riflesso romanzato nel suo Il ponte del Corno d'oro, pubblicato da poco in Italia per la Adriano Salani Editore, nella traduzione di Umberto Gandini.
È un libro di facile e di piacevolissima lettura, che rifugge da complicazioni da alta letteratura e affronta il suo tema con un piglio realistico ed un tono secco, infiltrato non raramente da correnti magiche, da abbassamenti della parola a livello di litania.
Vi si racconta la vita di una ragazza di Istanbul, che sceglie, a causa dell'incultura della famiglia, di fuggire in Germania per provare a coltivare il sogno di diventare un'attrice teatrale. Ma i soldi mancano e quindi la ragazza si vede costretta a lavorare in fabbrica. I primi capitoli descrivono la vita della fabbrica e del dormitorio, in cui si ritrovano famiglie turche e greche, accomunate da uno stesso destino di emigrazione. Le notti ripetute sempre uguali, le poche uscite in una Berlino estranea e assediata da una pioggia costante. Il contatto con una cultura diversa; la condivisione con le compagne delle prime esigenze sessuali, che rimangono come interdette fra insorgenze ormonali, remore derivanti dalla tradizione di appartenenza e stimoli provenienti dalla tradizione occidentale; i primi contatti, importantissimi per gli sviluppi del libro e dell'evoluzione della protagonista, con gli ambienti del socialismo, tramite un uomo che riveste nella fabbrica il ruolo di interprete fra operai turchi e datori di lavoro tedeschi; un uomo col pallino di Brecht, di Engels, di Marx e del teatro.
Già dall'inizio percepiamo come maturazione sessuale e maturazione di una consapevolezza politica vadano di pari passo, ed anzi siano legate fra di loro con un filo doppio. La protagonista, che rimane senza nome per tutto il libro, si innamora di volta in volta di uomini che sembrano poterle offrire una crescita culturale, un'apertura sul sogno che ella va inseguendo.
Un rapido ritorno in una Turchia e una gravidanza abortita, preludono ad una nuova e più matura fuga verso l'Europa. Dapprima a Parigi poi ancora a Berlino, dove la ragazza inizia ad addentrarsi nel mondo dei movimenti studenteschi e ad accumulare letture, avide e disordinate, dei testi capitali del socialismo europeo. Poi il definitivo ritorno in Turchia, in anni in cui i conflitti sociali e politici iniziano ad esplodere con violenza. La frequentazione di una scuola di teatro, la quale avvicina la ragazza alle riflessioni intellettuali, ma allo stesso tempo la protegge dalla crudeltà dei conflitti che si svolgono nelle strade.
Il racconto dura nove anni. Inizia nel 1966 e finisce nel 1975 con la lettura sul giornale della notizia che annuncia la morte di Franco e quindi della dittatura spagnola. In mezzo ci sono tutte le problematiche di quegli anni, che accompagnano da vicino la crescita della protagonista. C'è la dittatura militare greca, vissuta attraverso i racconti dei fuggiaschi in Germania, c'è il Vietnam di cui parlano i giornali e gli studenti, il maggio francese e la rivolta studentesca italiana; Luther King, Kennedy, Che Guevara, la primavera di Praga e l'incontro con Dubček, esiliato ad Ankara. Ci sono gli scontri degli studenti di sinistra turchi con le forze dell'ordine e con la formazione di destra dei “lupi grigi”, l'azione e l'impiccagione del leader studentesco Deniz Gezmiş e dei suoi due compagni; la nascita dell'esercito per la liberazione del popolo turco, THKO, le torture della polizia turca, il sangue nelle strade, le ferite della Storia.
In mezzo c'è anche un viaggio della ragazza verso il confine est della Turchia, fra Iraq e Persia, alla ricerca dei contadini che muoiono di fame, nella speranza di legarli al partito socialista, da un lato, e dall'altro di studiarli nella loro cruda verità per poterli poi rappresentare a teatro. Durante questo viaggio, avviene il breve incontro con Pier Paolo Pasolini che nel mezzo della Cappadocia sta girando, assieme a Maria Callas, Medea.
Insomma la storia di un decennio caldo del novecento si incrocia ad ogni passo con quella di una maturazione personale, artistica, politica e sessuale allo stesso tempo. Se ne trae la conoscenza dei fatti accaduti in Turchia durante quegli anni; fatti spesso ignorati dalla storiografia occidentale, ma dolorosi e concreti quanti altri mai; fatti legati come quelli europei al binomio dominante degli anni della guerra fredda e alle violente dinamiche che esso innescò nei vari paesi.
Il romanzo appare sbilanciato fra una prima parte piuttosto lenta, in cui le notti nel convitto femminile della fabbrica scandiscono il passo monotono della scrittura, ed una seconda fase in cui i fatti della Storia impongono una accelerazione improvvisa.
Lo stile è secco. Fatto di brevissimi periodi che si susseguono velocemente, che scorrono su miriadi di dettagli significativi, ma non approfondiscono mai nulla. La meditazione sui fatti è più empirica che riflessiva. Il socialismo non vi viene mai discusso, bensì presentato come acquisizione personale, come elemento di una maturazione più generale. Il conflitto con la famiglia non è analizzato, ma tratteggiato con la presentazione di momenti indicativi, di comportamenti esemplari. Una scrittura senz'altro moderna, che non coinvolge quasi mai il lettore, ma lo trascina come un vento che non sappia arrestarsi. Una scrittura che definiremmo filmica o figurale, legata alla superficialità dei fatti che narra e che lascia al lettore la possibilità di affrontarli tramite riflessione razionale. Il linguaggio, combattuto, soprattutto all'inizio, dall'affollarsi di più lingue, sembra ripiegare a volte verso una lallanza infantile, verso una litania musicale che nasce dalla ripetizione delle parole. Vive di una carica suggestiva ed in qualche modo magica, assumendo una cifra del tutto personale.
Se anche è probabile che non ci troviamo davanti a letteratura con la L maiuscola, sicuramente va dato alla Özdamar il merito di aver affrontato una quantità enorme di tematiche forti (sessuali, politiche, religiose, psicologiche, storiche) riuscendo a non appesantire mai il discorso, affidandosi appunto alla velocità di scrittura, allo scatto della parola, alla sua musica ripetuta e al suo senso ribadito, alla luce di realtà con cui il linguaggio sa far apparire i fatti.
Il senso che se ne ha alla fine è che ogni frase del libro rassembri una delle tante cicatrici che la storia ha tracciato sul volto e sull'anima degli uomini, dell'umanità, della letteratura.
EDIZIONE ESAMINATA e BEVI NOTE
Özdamar Emine Sevgi è nata a Malatya, in Turchia. Lavora nell'ambito del teatro ed è conosciutissima in Germania anche come attrice. Vincitrice di numerosi premi letterari come l'"Ingeborg Bachmann" l'"Adalbert von Chamisso" e "Heinrich von Kleist".
Il ponte del Corno d'oro è stato edito in lingua tedesca col titolo Die Brücke vom Goldenen Horn, dalla casa editrice Verlag Kiepenheuer & Witsch, di Colonia nel 1998. E' stato tradotto in italiano quest'anno per la casa editrice Ponte alle grazie, Adriano Salani Ed. Milano.
Francesco
Commenti
[Emine Sevgi Özdamar] Nuovo
[Emine Sevgi Özdamar] Nuovo articolo di Francesco!
[ozdamar] scrivi: "È forse
[ozdamar] scrivi: "È forse una delle maggiori esponenti della così detta “Migrantenliteratur”, ovvero della letteratura scritta in lingua tedesca da immigrati. La Özdamar, nata a Malatya, nella Turchia centro-orientale, si trasferisce a Berlino a diciannove anni, guidata dal suo amore per il teatro ed in particolare per Bertolt Brecht"
> Qualche giorno fa stavo studiando il nuovo romanzo breve di Brussig, tedesco ex DDR, pubblicato da 66thand2nd [a giorni su lanke, devo aspettare che il pezzo esca altrove]. Leggevo della chiusura della comunità turca in Germania, della scarsa volontà di aderire alla comunità tedesca o almeno di riconoscersi nelle sue leggi e nelle sue consuetudini. Il sentiero principe per leggere questa dinamica era, naturalmente (il libro è un monologo di un allenatore), quello calcistico. Si direbbe che il caso della Ozdamar sia in netta controtendenza...
[ozdamar] più avanti,
[ozdamar] più avanti, scrivi: "Una scrittura che definiremmo filmica o figurale, legata alla superficialità dei fatti che narra e che lascia al lettore la possibilità di affrontarli tramite riflessione razionale. Il linguaggio, combattuto, soprattutto all'inizio, dall'affollarsi di più lingue, sembra ripiegare a volte verso una lallanza infantile, verso una litania musicale che nasce dalla ripetizione delle parole."
> A parte i complimenti per l'uso della parola "lallanza", volevo dirti che proprio sulla base di quel che descrivi nei primi paragrafi (guerre, ribellioni e disordini globali in un determinato lasso di tempo) mi sembrava fossimo di fronte a un'opera nata per essere un film. Fatte le debite proporzioni, mi tornavano in mente gli ultimi 5, 10 minuti del film sul 68 mancato di Bertolucci, "The Dreamers". Ultimi minuti che, detto tra noi, ricordo solo come sensazione, anni dopo la prima visione - la sensazione era "wow, sta cominciando il film, adesso la smette di fare il morboso".
[ozdamar] infine, "Il senso
[ozdamar] infine, "Il senso che se ne ha alla fine è che ogni frase del libro rassembri una delle tante cicatrici"
> "Rassembri" non ricordo di averlo letto dai tempi dell'ultimo esame di Letteratura Italiana, una decina d'anni fa. Quindi - grazie.
Così, ogni tanto mi prende il
Così, ogni tanto mi prende il gusto dell'italiano obsoleto o del neologismo. Mi fa piacere ti faccia piacere.
E' vero, il caso della Ozdamar sembrerebbe in controtendenza. Ma va detto che la sua emigrazione (per quello che sono riuscito a ricavare da internet) sembra dettata da esigenze e da interessi culturali, per cui l'autrice sembra voler aderire alla cultura tedesca già in partenza. L'emigrazione dovuta a fattori economici e di povertà sicuramente mette in atto comportamenti diversi nei turchi, e di questo abbiamo buoni esempi nel libro della scrittrice.
Per quanto riguarda l'aspetto "filmico", l'accostamento con The dreamers è azzeccatissimo! Dinamiche storiche e culturali vengono accostate nel libro come nel film ad esperienze personali e sessuali. Potrei dire però che nel libro manca la morbosità così "borghese" che giustamente rilevi nel film.
C'è più ingenuità, più naturalezza..
[ozdamar] sai chi potrebbe
[ozdamar] sai chi potrebbe interessarti, a proposito di controtendenza in Germania? Il caso dello scrittore di "Kismet-Destino", Arjouni;
http://www.lankelot.eu/letteratura/arjouni-jacob-kismet-destino.html eccolo qui. Dà un'occhiata, se non lo conosci è decisamente pane per i tuoi denti.
Grazie intanto per chiarimenti & delucidazioni.
Grazie a te del consiglio! Mi
Grazie a te del consiglio! Mi ha incuriosito molto. Spero di leggerlo appena torno in İtalia.
(Özdamar): Aggiornando:
(Özdamar): Aggiornando: http://www.balcanicaucaso.org/ita/Tutte-le-notizie/Berlino-senza-i-turchi