“Se non hai niente da fare vieni in camera mia, ho qualcosa da dirti. Lo sai che mia madre, mio padre e mio fratello, sono in America e che tuo zio ha perso il loro indirizzo? Solo tu puoi trovarli. Trovali, fallo per me.” (p. 66)
Con queste parole nonna Seher spezza il lungo silenzio che gravava da anni sulla sua coscienza e confida alla nipote Fethiye, autrice del libro, una verità tanto scioccante quanto tragica.
“ Il mio nome era Heranush. Mia madre si chiamava Isguhi, mio padre Hovannes.” (p.68)
Fethiye scopre, così, che la sua adorata nonna, pilastro portante dell’intera famiglia, non è mai stata turca. Apparteneva all’ etnia armena e viveva in un villaggio di religione cristiana chiamato Habab presso Palu, il cui nome in armeno è Havav, oggi Ekinözü, situato nella regione del Mar Mediterraneo.
Assieme a lei, i genitori ed i due fratellini più piccoli, Haren ed Hirayl, dei quali si occupava amorevolmente.
Era una bambina allegra, curiosa e spensierata, almeno fino alla quarta elementare. Correva l’anno 1915.
Quello che successe in seguito è una storia assai scomoda per la Turchia, se si pensa che tutt’oggi vige un ostinato negazionismo sul genocidio armeno, Metz Yeghérn (grande male), e ciò rappresenta uno dei principali motivi di dissenso all’entrata dello Stato nella comunità europea.
La stessa magistratura punisce con la reclusione e l’arresto fino a tre anni chi nomina in pubblico l’esistenza dello sterminio, considerandolo un gesto anti patriottico e molti dissenzienti, tra cui il giornalista Hrant Dink e lo scrittore Orhan Pamuk, pagarono a caro prezzo le loro voci fuori dal coro.
Questo libro nasce dalla volontà di Fethiye Çetin, avvocato ed attivista politica, da anni impegnata nella difesa dei diritti umani e nipote di una deportata della marcia della morte, di riconsegnare dignità ad un popolo umiliato ed annientato dal volere di uno più forte, affinché nuove storie escano dall’oblio e vengano raccontate.
La prefazione è affidata alla scrittrice Antonia Arslan, la prima donna armena ad aver portato in Italia la tragedia del popolo scomparso grazie al suo “La masseria delle allodole”, dal quale nel 2007 è stato tratto l'omonimo film.
La narrazione irrompe con il funerale di nonna Seher-Heranush e viene frammentata da diversi aneddoti e ricordi legati alla vita ed alla famiglia di questa straordinaria donna, saltando nel tempo attraverso le parole della nipote, fino a giungere alla rivelazione che sovvertirà radicalmente anche la sua esistenza .
Aveva appena dieci anni Heranush, quando i turchi fecero irruzione nel suo villaggio, sgozzarono gli uomini e deportarono le donne ed i bambini, obbligandoli ad un esilio forzato. Iniziava così quella che fu poi definita: “la lunga marcia verso la morte”.
Molti perirono di fame e di stenti lungo il tragitto; le persone anziane e malate furono uccise ed i loro cadaveri abbandonati in strada; l’unica salvezza agli occhi delle madri, in quel tragico frangente, era di abbandonare i propri bambini presso i villici del luogo, di origine turca. Una scelta non semplice.
Durante il cammino, Heranush venne brutalmente strappata dalla braccia materne da un comandante dell’ esercito turco, il caporale Huseyin, che, in seguito la tenne con sé trattandola al pari di una figlia. Ebbe così inizio una nuova vita per lei; accolse la fede islamica ed il suo nome diventò Seher.
Nel dramma di Heranush si rivive il destino di migliaia di donne armene, private della loro dignità; una testimonianza essenziale per creare uno squarcio nel silenzio omertoso ed illuminare uno dei segreti meglio custoditi dalla Turchia attuale.
Storie strazianti, di ragazze spogliate da tutto ciò che di più importante possedevano, rapite e talvolta stuprate lungo il cammino. Consegnate a famiglie turche come serve, concubine o spose per figli e parenti. Costrette ad abbracciare un’altra lingua, un’altra religione ed a vivere secondo nuove consuetudini. E soprattutto obbligate a dimenticare e tacere, rinnegando perfino il proprio nome, perché essere armene era un’onta di cui vergognarsi; un marchio d’infamia, dal momento che nelle loro vene scorreva quel “sangue corrotto” con cui nessuno avrebbe desiderato sporcarsi.
Erano delle “muthedi”, ovvero convertite all’islam in un secondo tempo, apostrofate come “i resti della spada” in quanto appartenenti ad un popolo ripudiato, debellato fino alla sua dissoluzione.
Costrette a ricominciare a vivere nella stessa terra che fu teatro di un ignobile scempio e dove, pertanto, restavano indelebili ai loro occhi le tracce del sangue versato e delle violenze perpetrate.
Una terra che non dimentica l’orrendo eccidio e, quasi abbandonandosi ad una legge divina, implora giustizia. “Anche a Erzincan c’erano molti armeni. In quei giorni di massacri, le donne armene che partivano dicevano ai mussulmani:“Queste terre non vi saranno mai amiche! Questi luoghi non saranno mai vostri, su queste terre non avrete mai pace!”. La storia seguì il suo corso, finché un giorno, a Erzincan, ci fu il terremoto. Non rimase in piedi un solo edificio e migliaia di persone morirono. Fu allora che i musulmani ammisero che si era avverata la maledizione degli armeni”.(p.89)
Heranush viene descritta come una donna dotata di un’energia inesauribile, che si è chinata ad una sorte avversa, senza spezzarsi, ma diventando più forte.
Cresciuta come una buona musulmana, ha sempre biasimato i fanatismi e contestato, argomentando, le ideologie estremiste.
Non ha mai messo in discussione la sua fede religiosa, neanche ripensando agli avvenimenti vissuti, nell’assoluta certezza che “Queste cose non sono ammesse né dall’Islam né da nessun altra religione.”(p.89)
L’amore e la dedizione per la sua nuova famiglia è riuscita a distoglierla dal dolore subito ed a donarle la forza necessaria per andare avanti senza tuttavia dimenticare il passato e senza trascurare alcune piccole tradizioni legate al periodo sereno della primissima infanzia; usanze comuni alle altre muthedi per mantenere vivo il ricordo grazie allo svolgersi di gesti all’apparenza insignificanti.
Così, all’insaputa di figli e dei nipoti, antichi rituali cristiani continuavano ad esistere, attraverso canti e preghiere lontani, o a cibi come il “Cörek”, dolce pasquale, che molte donne armene solevano preparare in occasione della festività.
In punto di morte Heranush decide di aprirsi con la nipote e di affidarle il compito di rintracciare la sua famiglia d’origine, fuggita in America ai tempi della diaspora, nella speranza di poter rivedere un’ ultima volta i propri cari.
Fethiye tenterà, grazie ad una sua amica, di contattare i congiunti di un fratello della nonna, ma un destino beffardo tradirà le loro aspettative.
L’incontro avverrà, purtroppo, dopo la morte della matriarca e sarà provvidenziale un necrologio pubblicato da Fethiye, una settimana dopo la scomparsa di Heranush, sul giornale turco-armeno “Agos”, fondato da Hrant Dink, giornalista armeno. Sarà proprio quest’ultimo, alcuni mesi più tardi, a comunicarle di aver ricevuto una risposta dai parenti americani.
Hrant Dink verrà assassinato ad Istanbul, nel 2007, da un giovane fanatico nazionalista.
L’abbraccio tra Fethiye e la prozia Margaret in aeroporto ed il loro pianto liberatorio sancisce la fine delle sofferenze di un’intera famiglia divisa dalla nascita e getta le basi per ricostituire quel legame affettivo che nessun odio era riuscito a spezzare.
Toccanti le parole del cugino americano Richard: “La prima volta che ho sentito raccontare la storia di quegli eccidi avevo quattro o cinque anni. Ho sempre avuto paura dei turchi ed ho sempre nutrito un profondo disprezzo nei loro confronti. La negazione dei massacri non ha fatto che aumentarlo. Poi ho scoperto che anche voi siete turchi e che allo stesso tempo siete parte della nostra famiglia. Amo questa grande famiglia e desidero tanto conoscere gli altri cugini per suonare assieme. Però, continuo a detestare coloro che negano le stragi. Non li perdonerò mai.” (p.106)
Il ricongiungimento con i parenti rappresenta, per Fethiye, il simbolo che l’apertura al dialogo tra turchi ed armeni è possibile ed auspicabile.
Testimonianze come queste servono ad aprire un varco verso l’integrazione, perché dimostrano che si è figli della stessa terra, e scuotono le coscienze individuali, obnubilate da anni di logiche repressive.
Negare la loro esistenza equivale, pertanto, sia ad uccidere, una seconda volta, un milione e mezzo di armeni, sia ad evitare che una civiltà, quella turca, possa progredire, crescere ed evolversi.
La storia insegna che il primo passo importante è il riconoscimento ufficiale, come è accaduto per altri famosi genocidi del passato.
Deve cambiare la memoria collettiva di una nazione, è un fatto culturale.
Mi auguro che, grazie a questo racconto, altre verità escano dall’anonimato, prendano forma attraverso le parole ed arrivino a sensibilizzare l’opinione pubblica.
Bisogna salvare tutte le memorie, sono un patrimonio incommensurabile e servono come monito affinché situazioni analoghe non si ripresentino in futuro. E, come ripeteva spesso nonna Heranush, “Che passino quei giorni, e che non ritornino mai più” (p.89)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Fethiye Çetin (nata a Maden, in Turchia nel 1950) è avvocato ed attivista politica, membro del Comitato esecutivo per la tutela dei diritti dell’uomo e portavoce dei diritti di tutte le minoranze.
Dopo il colpo di stato del 12 settembre del 1980 è stata rinchiusa per tre anni nella prigione di Ankara, colpevole solo delle sue idee.
Questo è il suo primo libro, grazie al quale ha vinto il “Premio Armenia 2006” in Francia.
Fethiye Çetin, “Heranush mia nonna”, Alet, Padova, 2008
Traduzione di Fabrizio Beltrami.
Prefazione di Antonia Arslan.
Approfondimenti:
A. Delneri, aprile 2010
Commenti
[armenia] nuovo articolo
[armenia] nuovo articolo di ESTER!
[Heranush] al di là del
[Heranush] al di là del valore letterario, e storico-documentaristico - importante davvero - sono personalmente legato a questo libro perché nel corso della mia brevissima esperienza padovana ne ho testimoniato l'uscita, e una bella presentazione, sempre da quelle parti. Grazie per il contributo, a maggior ragione.
Fethiye Çetin e sua nonna
Fethiye Çetin e sua nonna meritavano uno spazio su Lankelot, mi fa piacere che anche tu abbia apprezzato la mia scelta.
Sono storie che non vanno dimenticate, spetta a noi il compito di mantenerle vive. :)
Grazie per la modifica dei tags, devo ancora capire quali inserire e come farlo, col tempo imparerò!
[ester] questo è lo spirito
[ester] questo è lo spirito giusto. ;)
[Heranush] ottimo contributo,
[Heranush] ottimo contributo, come hai osservato, la vicenda di collega alla Arslan, che ha fatto conoscere al grand epublico la vicenda armena, scandalosamente negata dai turchi.
Grazie Marina!Conto di
Grazie Marina!Conto di leggere quanto prima anche il libro della Arslan, e magari poi torno a parlarne! Sono vicende drammatiche, conoscevo a grandi linee la storia armena, ma vivere quegli episodi attraverso il libro è tutt'altra cosa.
[Heranush] Vedrai, è bello il
[Heranush] Vedrai, è bello il libro della Arslan (a proposito, il prof Troisio la conosce, è sua collega), certo all'inizio facevo un po' di confusione con i nomi (difficili per noi), così mi ero annotata i personaggi e il loro grado di parentela. :)
[heranush] se avete
[heranush] se avete apprezzato Vosganian: http://www.lankelot.eu/letteratura/vosganian-varujan-il-libro-dei-sussur... tornate a leggere questo libro...