Un romanzo giallo perfetto è quello in cui, alla fine, il colpevole viene individuato, catturato e costretto a pagare per un crimine commesso. E' quello in cui il bene e la giustizia trionfano e il mistero, qualunque natura esso abbia, viene districato sotto gli occhi di chi legge, con relativo senso di appagamento. Ma in un libro che ha un sottotitolo piuttosto intrigante come "Un requiem per il romanzo giallo" deve esserci qualcosa di diverso.
Che ruolo ha nell’economia complessiva di quello che definiamo un autore lo scritto incidentale, il moto di rabbia, l’insopprimibile bisogno di mettere nero su bianco una specie di grido, l’amara riflessione su una materia quale che sia? Può essere interessante confrontare appunti nascosti con il lavoro compiutamente formalizzato di uno scrittore, con ciò che invece definiamo opera? Per vedere se e come si sono articolati certi pensieri, come dalla materia informe può definirsi una scrittura? Come l’insorgenza abrupta di una frase, di un’idea sia viceversa già la traccia di uno stile, di una forma più che abbozzata?
Un nome non notissimo al pubblico italiano, quello dello svizzero Giovanni Orelli, nato nel 1928, una vita trascorsa a Lugano,dove ha insegnato come professore di liceo. Egli appare come un intellettuale e scrittore non facilmente inquadrabile in uno schema, una categoria letteraria, fatta salva l’inclinazione per un genere di racconto centrifugo, indifferente, almeno in questo libro, alla classica triade stile-trama-personaggi in cui secondo i più si delineano in caratteri di un buon romanzo.
Una società guasta è una società che ha perduto il proprio orientamento, il proprio ordinamento. Nella società absburgica l'Imperatore costituiva con la Sua persona l'incarnazione, era la stella polare che rendeva possibile che una società impeccabilmente devota ad un Dio opprimente, ad una corona pervasiva ed onnicomprensiva, di fastose minuzie, del rito della passeggiata e della discrezione fino all'autolesionismo, degli edifici miracolosamente identici - ad eccezione delle dimensioni - dalla metropoli al villaggio di confine, sia pubblici che privati, stazioni scuole sanatori, una civiltà che ha elevato a culto il concetto stesso di appartamento.
Hallo Arno, um dieses Interview anzufangen würde ich gern etwas über Dich erfahren, Deinen Werdegang, Deine Herkunft und darüber, wie Deine Liebe für Literatur entstanden ist, welches Deine literarischen Bezüge gewesen und heute noch sind.
"Sez Ner", romanzo dello scrittore svizzero Arno Camenisch, è stata una, se non l'unica, delle migliori rivelazioni letterarie del mio 2010 e per questo motivo ho deciso di rivolgere alcune domande al giovane autore svizzero, resosi subito disponibile a questo confronto. Fondamentale per la buona riuscita di questa intervista è stata l'opera di traduzione di Roberta Gado, già traduttrice di Sez Ner. Ad Arno e Roberta va tutto il mio sincero ringraziamento.
Ecco a voi l'intervista:
In Vallemaggia, nella Svizzera ticinese, poco sopra Locarno, c’è il paese di Avegno, terra natale di Bruna Martinelli, scrittrice contadina tenacemente legata alle sue origini. In questo villaggio sono ambientate le brevi storie e le descrizioni della narratrice: ci offrono una serie di realistici quadri della vita contadina, dei mestieri, delle abitudini, dei cibi, delle usanze.
“I deplian dell’ufficio del turismo sono appesi alla parete della baita e nella stuva. Il Sez Ner sorge al centro della Surselva. Modesto d’altezza, ha nondimeno tutto ciò che fa di una montagna una montagna vera. I pendii, i dirupi, i versanti soleggiati e quelli ombrosi, i costoni, la cima, l’ometto di pietra, la croce. Sul retro il precipizio in cui gettarsi. Se ne sta lì senza pretese, sopporta l’agitazione tutt’attorno e fa fronte alle lune del tempo, accerchiato da possenti compagni dai nomi venerabili che son più vicini al cielo di lui.
“Capì che era all'orlo della follia e tuttavia sapeva che non sarebbe impazzito, e fermò lo sguardo su questa nuova regione della demenza collo stesso estatico stupore come sul passato, come sul lago, come sul cielo: anche lì tutto era prodigioso, armonioso, significativo. Capì perché nella fede di alcuni popoli aristocratici la follia fosse ritenuta santa. Capiva tutto, tutto gli parlava, tutto gli era dischiuso. Non c'eran parole per questo, era falso e disperato voler pensare e capir qualcosa servendosi di parole!
"Knulp" (1915) è un quaderno di narrativa fondato su tre movimenti: protagonista assoluto, un alter ego del narratore, Knulp, adorabile vagabondo dal cuore onesto e gentile e dall'assoluta renitenza alla linearità borghese, alla socialità d'accatto, alla prevedibilità. Un giusto che finisce di vivere ritrovandosi a parlare con Dio, e scoprendo che la sua essenza è qualcosa in cui lui amava riconoscersi. È un uomo innamorato della natura; e pur non essendo proprietario di niente, è uno che si sente d'appartenere e d'essere appartenuto agli alberi, ai fiori e alla terra molto più di chi ne possedeva ettari. È un ribelle senza causa diversa dalla bellezza, e dalla ricerca della verità.
"Rosshalde" (1914), terzo romanzo di Hermann Hesse, è il dramma di un artista che si ritrova a perdere tutto ciò in cui aveva creduto, eccetto l'arte: è la storia di un marito che perde contatto, confidenza e sentimento per la moglie, lasciando in vita soltanto un vago rispetto; è la storia di un padre che perde dialogo e amicizia del figlio maggiore, spedito al collegio per nascondere la fine dell'equilibrio famigliare; è la storia di un padre che deve assistere, impotente, al progresso mortale della malattia dell'amatissimo figlio minore.
"Le dedicavo la mia musica e il mio respiro, i miei pensieri e i battiti del mio cuore; come un viandante mattiniero che si abbandoni, spontaneamente e senza perdere se stesso, all'azzurro luminoso dell'alba e al luccichio dei prati. Insieme al benessere e al crescente flusso dei suoni, mi trascinava e mi sollevava una gioia stupita, poiché adesso, ad un tratto, sapevo cosa fosse l'amore. Non si trattava di un sentimento nuovo: era come se un presentimento antichissimo fosse divenuto più chiaro e deciso, era come il ritorno in un'antica patria" (Hesse, "Gertrud", p. 71).
"Intanto, poco per volta, lentamente, stavo cambiando pelle, e gradualmente diventai un giovanotto in tutto e per tutto. Una fotografia scattata a quel tempo mostra un ossuto, alto contadinotto in scadenti abiti di scolaretto, dagli occhi smorti e dalle rustiche membra immature. Solamente la testa mostrava un po' di sicurezza e di precocità. Con una specie di stupore mi vedevo smettere le maniere proprie dell'adolescenza e attendevo, con oscuro presentimento di gioia, il tempo dell'Università[...]" (Hesse, "Peter Camenzind", cap. II)
Conrad F. Mayer, grande scrittore svizzero dell'Ottocento, praticamente ignorato in Italia, perlomeno negli ultimi decenni, è sicuramente una delle figure più fulgide della letteratura in lingua tedesca del suo secolo. La produzione assai vasta ci consente comunque di soffermarci con facilità, o non troppa difficoltà sulle sue opere maggiori, parlo delle lunghe novelle degli ultimi anni, Angela Borgia, e sopratutto: La tentazione del Marchese di Pescara, raccolte dalla Utet negli anni Sessanta.
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