“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
"Tutto si riduceva a una idea di fondo: esistono due mondi, tra i quali non ci sono e non possono esserci né vero contatto né possibilità d'intesa, due mondi terribili condannati a una guerra eterna in mille forme. E tra di essi c'è un uomo che, a suo modo, si trova in guerra con entrambi”.
Un libro che mai faranno leggere nei nostri martoriati licei. E non è difficile capire perché: Una tomba per Boris Davidovic mette in mostra sette martiri che disgraziatamente si sono ritrovati sul pesante cammino della Storia e del "socialismo reale" - come scrive il buon Roberto Calasso nell'edizione Adelphi. Sette capitoli della stessa storia o meglio, sette variazioni di uno stesso tema, la repressione e l'oppressione, i due binari dell'evoluzione storica.
INGANNEVOLE E' IL SOTTOTITOLO PIU' D'OGNI COSA (ma non è colpa dell'autore: è colpa dell'editore)
La scrittura ipotetica di David Albahari
La scrittura di Dušan Velickovic, giornalista ed editore serbo, è un'iniezione di intelligenza, misura e semplicità. L'artista cerca le parole per rappresentare lo sconcerto, il dolore, la paura, l'angoscia di uno Stato che stava sprofondando. In certi frangenti, la sua scrittura è più vitale e illuminata ancora, illuminata dalla comprensione che non esiste senso nella violenza, perché ogni violenza finisce per riprodursi all'infinito. “È così: oggi i serbi scacciano gli albanesi e la NATO bombarda i serbi, domani gli albanesi scacciano i serbi, dopodomani...” (p. 84).
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