L'11 novembre 1975 l'Angola ha smesso di essere una colonia portoghese. L'Angola è un Paese grande almeno come un terzo dell'Europa, ma è tra i meno popolati al mondo. Il primo insediamento portoghese in Angola risale al 1573 quando Paulo Dias de Novais fondò un centro chiamato Luanda ed iniziò da lì l'esplorazione dei luoghi. Per secoli l'Angola è stata zona di rifornimento di schiavi: milioni di uomini e di donne sono stati strappati dalla loro terra e trasferiti in America o in Europa.
"Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c'era l'amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull'amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E' l'amore che permetteva di sopravvivere". Così Marek Edelman parla a Paula Sawicka.
L’opera di Adam Zagajewski, poeta polacco, è in corso di pubblicazione presso Adelphi. Quest’anno si è aggiudicato il prestigioso Premio Europeo di Poesia, ideato e diretto da Paolo Ruffilli. In attesa del nuovo libro adelphiano (la casa editrice di Roberto Calasso nel 2007 ha già pubblicato Tradimento) esce dalle Edizioni del Leone La ragazzina di Vermeer (traduzione di Paola Malavasi, pagine 37, 6 euro). Scrive Ruffilli nella prefazione: “Da poeta, insieme, mistico e mondano.
Quando si parla della Shoah, delle deportazioni, dei campi di sterminio nazisti, dei massacri perpetrati ai danni degli ebrei, dei milioni di esseri umani finiti nei forni crematori viene spontaneo chiedersi: perché queste persone hanno subito tanta violenza senza tentare alcuna reazione? Perché non si sono difesi con la forza? Se gli ebrei avessero rivolto contro i nazisti la stessa prepotenza e la stessa aggressività (armata e non) che i nazisti usarono contro di loro, la Storia avrebbe avuto un epilogo diverso? Alcuni esperti e alcuni storici immaginano di sì. Ma i fatti andarono diversamente poiché il popolo ebraico non reagi mai. Meglio: quasi mai.
Dedicato alla memoria di Ryszard Kapuscinski, probabilmente assieme a Tiziano Terzani il più grande reporter del ‘900, La terra del vello d’oro del polacco Wojciech Gorecki è un bellissimo reportage su un piccolo paese, la Georgia, che in tempi recenti è salito alla ribalta internazionale prima grazie alla pacifica rivoluzione delle rose del 2003 guidata dal carismatico Michail Saakashvili, poi, nell’agosto 2008, per la guerra dei cinque giorni con la Russia.
Vittima del comunismo durante l'infanzia, del nazismo nella prima giovinezza, del comunismo, infine e una volta ancora, poco prima del suicidio (ventinovenne), Tadeusz Borowski è il paradigma del letterato martire. Un martire polacco dei regimi totalitari del Novecento.
Non sono in grado di affermare se l’ultima fatica letteraria di Karol Wojtyla “Memoria e Identità. Conversazioni a cavallo dei millenni” si possa in qualche modo considerare una sorta di testamento spirituale, espressione vaga che sa tanto di luogo comune.
Rimane il fatto, incontestabile, che il libro, al di là dell’evento editoriale proprio dello scritto di un Pontefice, vuoi per i grandi temi della Storia, filosofici, politici, vuoi per gli inevitabili spunti di riflessione, farà discutere ancora a lungo.
“Sono venuto al mondo per la seconda volta in un revivorio vicino a New York. In altre parole: sono resuscitato. Così almeno dicono. New York attualmente assomiglia a una città-giardino; ha propri mulini, panifici e tipografie. Non esistono più né grano, né libri. Eppure pane, panna per il caffè e formaggio ci sono. Ho chiesto se il formaggio si fa sempre dal latte di mucca. L’infermiera ha creduto che la mucca fosse una specie di macchina. Non riesco a farmi capire. Come si fa il latte? Dall’erba.(…)”
“Puoi dunque capire che devono esistere delle cose, delle situazioni…tali che nessuno ha mai avuto il coraggio di realizzarle, al di fuori della propria mente, in un momento di follia, di aberrazione, di pazzia, chiamala come vuoi. Dopo di ciò, il verbo s’incarna. Ecco tutto”. (S.Lem, “Solaris”, cap.VI)
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