La Cina degli anni Trenta, attraverso gli occhi di Xingrong. Il romanzo s'apre col vagito del protagonista che è poi anche voce narrante. Con quel pianto che sarà costretto a trattenere, perché la povertà non concede diritti, neppure quello naturalissimo di venire al mondo tra lacrime e strilli.
Neo-romantico romanzo di Tim Krabbé, artista olandese classe 1943, “Marte Jacobs” è la storia di un grande amore mai nato, e spezzato dal tempo; della rivalità tra due vecchi compagni di scuola, che prendono strade letterarie diverse, uno poeta e l'altro romanziere; del senso della poesia, e della centralità della musa. Chi ama la poesia potrà trovare più di una tenerezza sparsa qua e là. “La poesia non è un mestiere, è una vocazione”, dicono a un tratto al poeta Emile. E lui risponde: “Non è un mestiere, ma nemmeno una vocazione: è un modo d'essere che accetti” (p. 12). E poi scrivere versi “è più bello che scrivere racconti. Più impellente, più preciso” (p. 33).
Ho letto per la prima volta Ayaan Hirsi Ali nel 2005 grazie al suo "Non sottomessa", libro che contiene, tra gli altri testi, anche la sceneggiatura di "Submission", film di Theo Van Gogh.
«Vi racconterò qualche cosa del piccolo Johannes. La storia ch’io incomincio somiglia molto ad una favola, è vero, ma nondimeno il fatto è realmente accaduto, così come lo racconto. Se cessaste di credervi, non leggete più oltre, perché non scrivo per voi. Non parlatene poi mai al piccolo Johannes, se per caso l’incontraste, perché lo affliggereste ed io mi pentirei di avervi raccontato quanto segue.» (I, p.
Una totalizzante dedizione all’arte, un’amara rassegnazione all’estraneità ai ruoli e alle consuetudini della società, una travolgente e toccante spiritualità: il Vincent Van Gogh delle lettere è trascinante e profondo, esasperato e scintillante di fede nella pittura e nell’umanità, sinceramente alieno a qualsiasi questione economica e tutto rivolto alla ricerca d’un’armonia che non potrà che derivare da una sorta di “sacerdozio laico” – il sogno del geniale pittore è un inesauribile studio e un inestinguibile processo di interiorizzazione dell’arte; e inevitabilmente, quindi, innovazione e sperimentazione, sulla scia dei grandi maestri.
Il titolo di un libro, talvolta, riesce ad inebriare come un profumo: avvolge i pensieri seducendoli.
“Ci sono libri che estendono il loro dominio, si direbbe la loro volontà di potenza, oltre la linea d’ombra che la mente di un lettore può tracciare. Libri assoluti e improvvisi che sembrano arrivati dal nulla. Qualcuno scrive, ma vi è indotto da che cosa? Può darsi che lo scrivere sia una fuga dal nulla. Un’oscurità che si squarcia retrospettivamente”
(“Il cubismo di Stato”, postfazione a “Blocchi”, di Antonio Gnoli e Franco Volpi, p. 91).
Una Londra vittoriana smagliata di ombre, buio di corpi e vicoli, e ritratti duplici di facciate insfaldabili e pensieri morbosi: questo il retroscena de “Il petalo cremisi e il bianco” di Michel Faber, caso letterario internazionale, romanzo ad oggi tradotto in ventidue Paesi.
Avremmo diffidato di certo di un libro accompagnato da un battage pubblicitario così pressante, e mirato, da farne prima una strenna natalizia e, quindi, un bestseller nelle classifiche italiane, se non che ci saremmo dovuti ricredere a lettura ultimata. Perché nonostante la propaganda commerciale al limite del buon gusto, siamo davanti a un’opera letteraria di cui vale la pena parlare.
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