Ma proprio tutto sulla Finlandia. La Finlandia. Cosa ci fa venire in mente la Finlandia? Tanto per cominciare Paasilinna, i fratelli Kaurismäki, la Nokia, i laghi a profusion, Rovaniemi e Babbo Bastardo Natale, le saune – anche assassine, come nel caso del campionato mondiale di quest’estate durante il quale un vecchio russo è schiattato e il campione uscente finnico per poco non si liquefaceva davanti ai nostri occhi. E ancora: gli strepitosi romanzi di Kari Hotakainen, i suoni di Sibelius, gli Architecture in Helsinki (che non sono di Helsinki e nemmeno finlandesi), le umlaut della lingua suomi come nel nome Frans Eemil Sillanpää, vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1939.
Quando l’autore s’immischia, sono cavoli amari. Ché poche cose risultano più moleste di un romanzo appestato dalla presenza tangibile del narratore, da glosse non petite, da occhiolini insistiti e smanacciamenti sul disco della narrazione. Un romanziere, in teoria, non è un dj, un libro non è un disco e il narrare è bello quando fluisce limpido e invisibile nelle sue logiche creative. A patto di non imbattersi nel talento strabiliante del norvegese Erlend Loe, uno che ti comincia un libro con una condanna per strapazzamento di cocorite (condanna a non poter più tenere in casa cocorite) e te lo conclude con lui, l’autore, che scende in giardino ad abbracciare i genitori che hanno appena parcheggiato la macchina.
THE ONLY THING WE HAVE TO FEAR IS FEAR ITSELF. Il filosofo norvegese Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l'indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà. È una convinzione che non possiamo non condividere. In gioventù abbiamo letto “La scimmia e l'essenza” di Huxley e abbiamo imparato che il potere si regge su tre pilastri: paura, nemico, nazione. L'unico dei tre ad avere senso e futuro è il terzo.
Che ne è stato di te Buzz Aldrin?E che ne è stato di te, Mattias, protagonista di questo libro? E che ne sarà di noi tutti?
Per chi non lo sapesse Buzz Aldrin fu il secondo uomo sulla Luna ed è anche l'idolo di Mattias, il più grande numero 2 della Storia (moderna), simbolo di coloro che non vogliono essere protagonisti, esposti sulle prime pagine ma parte dell'ingranaggio, invisibili, sommersi nella massa e svaniti dalla nostra memoria.
Tenera commedia degli equivoci a firma Knut Hamsun, “Sognatori” è un racconto lungo di ottima qualità letteraria, poggiato su un intelligente intreccio, un progressivo disvelamento della psiche dei personaggi principali, una soluzione finale romantica, divertente e appassionante. “In Sognatori” - spiega ottimamente Ferrari, curatore e traduttore dell'opera - “ogni personaggio è qualcosa di diverso da quel che gli altri, e a volte anche il lettore, lo credono. Nella sua dispotica onniscenza, il narratore decide quali segreti svelare immediatamente, quali lasciare intuire e quali nascondere fino al momento del colpo di scena, della sorpresa” (p. 8).
Nel risguardo c'è scritto: "Tre libri in uno?" No. La storia di un libro scritta in un libro descritta da questo libro. Un po' complicato?
“Uno scrittore può, in fin dei conti, avere di tanto in tanto in sé anche un po’ di lirica che vuole poter esprimere, tanto più se per dieci anni non ha scritto che libri che mostravano i pugni serrati!”.
Questa è l’introduzione, ma potremmo definirla il riassunto, di quest’opera di Hamsun, il quale dopo aver scritto alcuni dei suoi capolavori che gli sono valsi il nobel per la letteratura nel 1920, attraversa qui un periodo di transizione, di sperimentazione, in cui la liricità è più forte che altrove, a scapito dell’introspezione tipica di lavori come “fame” o “pan”. Come spesso accade, nei periodi di magra dell’ispirazione, ci si butta più sulla forma che sulla sostanza.
IN CORO CON PLATONE: FUORI DALLA CAVERNA!
Chi vi scrive vede sepolta la propria passione filosofica sotto le macerie dell’indecisione, del compromesso, dei cattivi consigli, del futuro agiato, dei “pensa agli sbocchi lavorativi” e dei mediocri insegnanti… Il mondo di Sofia ha avuto l’immenso merito di riesumare un arto di quella carcassa…
Al suo apparire sulla scena Nora è un personaggio effervescente e sembra incarnare l’archetipo della brava mogliettina borghese, madre amorosa, devota e fedele al marito, tutta presa dai regali natalizi, ignara dei problemi reali del mondo, occupata com’è nel suo ruolo domestico.
Una pioggia battente sembra non lasciare tregua alla campagna che circonda la casa di Elena, vedova da quasi dieci anni del ciambellano Alving: ed è una pioggia che non conoscerà interruzione fino alla conclusione del dramma, fino all’apparizione simbolica di un sole appena invocato dal giovane Osvaldo.
L’EREDITÀ
“(…) Il senso di questa nobile pesca catch and release è l’assenza totale dell’aspetto utilitaristico. Si va a pesca perché calma e rilassa. Pescare è un gioco sottile, una nobile arte. Il parallelo mi fa pensare a Ernst Jünger, il quale, in uno dei suoi diari di guerra, scrisse che non ci si deve dispiacere di un pensiero che c’è sfuggito. È come un pesce che, guizzando, si stacca dall’amo e torna a nuotare negli abissi; un giorno, quando sarà diventato più grosso, abboccherà di nuovo…Se invece si trascina a riva il pesce e lo si sventra, gettandolo infine in un secchio di plastica, allora gli s’impedisce di svilupparsi.
COS’È REALE?
“Creare un intero universo è ovviamente un’impresa ammirevole. Ma bisogna dimostrare un rispetto ancora maggiore per un intero universo capace di creare se stesso. E viceversa: la semplice esperienza di essere creato non è nulla in confronto alla soverchiante sensazione di essersi generati dal nulla più totale e di potersi reggere sulle proprie gambe” (dal cap. “Adamo non si stupì”, p. 49).
L’AMORE CHE NON MUORE.
L’ORIGINE.
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