Non credo di essere particolarmente originale creando un parallelismo tra "La formula del professore" della scrittrice giapponese Yoko Ogawa del 2003 e il film "Memento" di Christopher Nolan del 2000. I protagonisti di entrambe le storie subiscono un brutto incidente e tutti e due appuntano sul corpo i dati fondamentali della propria esistenza.
La morte tragica e sconvolgente di Yukio Mishima, lo scrittore giapponese attratto dalla conoscenza, dalla bellezza, dalla tradizione, dalla lealtà e dall’integrità morale, è un avvenimento che ancora oggi è oggetto di discussione, perché dietro le quinte del suo rituale spettacolare non c’è soltanto l’apoteosi del personaggio. Tra i motivi che hanno spinto Mishima a compiere nella spettacolarità il folle gesto, troviamo la difesa dei suoi ideali - che sono quelli di un popolo intero - minacciati dalla decadenza e dalla morte dello spirito.
Un terremoto, quello del 1995 che ha investito e distrutto la città di Kōbe (in cui Murakami ha vissuto a lungo), è il sottile fil rouge che lega, uno dopo l’altro, i sei racconti che compongono il libro. Conosco il terremoto, considerando la zona in cui vivo, e conosco molto bene lo sgomento che non si cancella e i ricordi di rumori ed immagini, quelli che ho “sentito” nei riferimenti, seppur solo indiretti, che lo scrittore giapponese traccia.
E’ il mio primo Murakami, “Tutti i figli di dio danzano”. Lo ammetto: mi piace. E molto. Stile asciutto, quasi austero.
Questo romanzo esprime, nella massima forza, la tradizione letteraria giapponese: qui trionfa lo splendore arcano nel mondo, ricco di simboli e di miti violenti. Protagonisti sono meravigliosi giovani appartenenti a una classe sociale subumana, per il mondo giapponese contemporaneo. I giovani del clan dei Nakamoto vivono e consumano la loro vita, segnata da una predizione riposta nel sangue nel tragico e furioso congiungersi di eros e morte; ed è merito della loro condizione, è il privilegio della loro condizione sociale, un privilegio epico, a consentire loro di vivere un'autenticità spaventosa ma ben più profonda e reale di quella di qualunque altro uomo o donna.
Nel panorama letterario giapponese Inoue Yasushi è scrittore defilato rispetto ai nomi più noti di ieri e di oggi. Eppure lui, che si dedicò principalmente a tematiche storiche, è un cantore raffinato delle ombre. Yasushi, a causa del lavoro del padre medico, cresce con la nonna nei luoghi verdeggianti della penisola di Izu, in un ambiente in cui la natura rappresenta la sua forza e la sua consolazione.
Raccolta di racconti interessante e molto godibile, “Tutti i figli di Dio danzano”, di Murakami Haruki, comprende sei racconti (tutti di una ventina di pagine) che hanno come sfondo comune il terremoto di Kobe del 1995 e che raccontano storie di amore, di amicizia, di coraggio, di sofferenza. L'autore di Dance Dance Dance e Tokyo Blues riesce a condensare, in poche pagine, alcuni dei suoi elementi ricorrenti – l'onirismo, l'amore per la musica, il mistero, l'amore improvviso e le emozioni che sanno dare i gesti minimi ma necessari.
“Il pavone è il messaggero della divinità del ricordo” (pag.11).
Racconto decadente dell’ascesa di Hitler
Henry Scott Stockes nella bellissima biografia Vita e morte di Yukio Mishima (Lindau) spiega come l’innato gusto decadente del grande scrittore giapponese si manifesta fin dagli anni dell’adolescenza e si sviluppa nei racconti giovanili, dove egli elaborerà il concetto di "teatro di omicidi”, un’elucubrazione fantastica che più tardi avrebbe descritto in Confessioni di una maschera. Anche nel suo lavoro teatrale Mishima unisce la penna e la spada per esaltare la sua più sfrenata fantasia estetizzante.
Devo tanto all'immaginario giapponese, sono cresciuto (e credo moltissimi altri come me) a base di cartoni animati giapponesi, nutrendomi con le saghe storiche come "Lady Oscar" e "Il tulipano nero", con le telenovelas animate come "Candy Candy" e "Georgie" (a posteriori ammetto di ringraziare sorella e madre per la loro ossessione verso queste serie), con quelle sportive (molto più simili a conflitti armati che allo sport) come "Mimì Ayuhara e la nazionale di pallavolo", "Holly e Benji, "Mila e Shiro", "L'Uomo Tigre" (pur se ques'ultimo è un capitolo a se stante), con i robot alla "Goldrake", "Mazinga Zeta", "Daitarn 3" (per citarne solo alcuni), coi divertenti e demenziali "
Prima di accingermi a scrivere le note sul terzo libro di Murakami Ryū pubblicato in Italia, riflettevo sull’opportunità o meno di esprimere le mie personali considerazioni sulla scelta relativa alla traduzione del titolo originale e naturalmente sulla copertina. La risposta che mi sono data è che non riesco proprio ad esimermi quantomeno dal sottolineare l’impietosa scelta editoriale che si presenta, come al solito, una tipica operazione italiana. Il mio appunto va principalmente sul titolo certamente rispondente a logiche commerciali, ma mi pare che si finisca per svalutare il già esiguo riconoscimento a questo scrittore dall’ingegno prolifico e potente.
“I potenti d’oltreoceano sono soliti ripetere che non bisogna dare troppa importanza alla questione, sostenendo in pratica che l’essere umano, per quanto profonda possa essere la palude in cui viene scaraventato, riuscirà comunque a tirarsi fuori con le sue sole forze. Esiste – mi chiedo - un modo di ragionare più orribilmente grottesco di questo? Esiste da qualche parte un credo di tipo umanistico che sia più turpe e meschino di questo?” (pag. 131).
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