“Storie, storie, storie: per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strategie, perfino sostituendo lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa”.
“Ricorrendo ad una suspense identica a quella del marito che si aspetta di essere tradito, lo scrittore si pone in una condizione che gli consente di osservare, come quell'eterno cornuto che è Dio ha sempre fatto dall'istante in cui ha separato la luce dalle tenebre, le ricorrenti infedeltà della sua creazione”.
La poesia è lo strumento umano che racconta dal di dentro l’inferno del male che cade sulla terra. Il verso dà a ogni cosa il proprio nome. La sua forza evocativa rappresenta una voce distinta e autonoma, capace di illuminare le aberranti contraddizioni della disumanità presenti in ogni forma di orrore che la Storia ha servito con crudeltà nei secoli.
Per questa straordinaria capacità della poesia di andare oltre il ghiaccio conforme delle parole che diciamo, è ancora possibile scrivere poesie dopo Auschwitz. Sarebbe un atto di barbarie se la verità della poesia smettesse di raccontare il nichilismo della cattiveria umana e la scia di sangue che ancora oggi porta con sé.
Da autunno ad autunno in un pigro e goffo riappropriarsi di sé, in un progressivo distacco dalla morte per sopravviverle e sopravviversi. Yehoshua racconta di un borghese piccolo piccolo e ne tratteggia la quotidianità nelle infinite, minuscole azioni di rinascita dopo i sette lunghi anni fagocitati dal cancro al seno di una moglie, che era stata il suo dolce tiranno ben prima della malattia. Una donna severa, il cui sguardo impietoso crocifiggeva il mondo tutt'intorno, non risparmiando critiche. Una donna che finisce per diventare corpo mutilato innalzato sull'altare di quel letto ospedaliero, piazzato al centro della loro stanza matrimoniale.
C’è un poeta romano, del quale non faccio il nome… e neppure il cognome, che quando presenta le sue opere o quelle degli altri, per catturare la simpatia dei presenti dice sempre che essendo ebreo, omosessuale e comunista, gli rimane soltanto di essere ‘nero’.
La prima volta che lo senti ti strappa un sorriso, la seconda rimani impassibile, la terza volta gli tireresti dietro un ferro da stiro.
Il caso ha voluto che in piena ‘isteria’ da Olocausto (ho il timore che la giornata dedicata alla memoria della Shoah diventerà come la festa delle donne: un’occasione mancata) abbia scovato questo libro di memorie il cui sottotitolo invitava alla lettura e alla riflessione.
“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen.
“Sono orgoglioso delle bandiere americane appese su tutti i tendoni di West End Avenue. Maledetti arabi del cazzo. L'America attaccata. Incredibile. Una nuova epoca della storia. Vulnerabili sul nostro territorio. Lo vivo come un affronto personale. 'Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la storia' dice Trotsky 'ma prima o poi la storia si interesserà sicuramente a te” (Nissenson, “Rallegrati di queste cose al crepuscolo”, p. 138)
La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, ch
“Lessi 'La morte di Virgilio” di Hermann Broch: seduto nella barca, Virgilio scivola lentamente verso la morte, sapendo bene dove è diretto. Viaggiavo sull'onda delle parole, che mi ipnotizzavano con la loro saggezza nebulosa, senza pietà” (p. 123).
Ricordo una piacevolissima conversazione sostenuta l'anno scorso tra le pagine (virtuali) di Lankelot. Si discuteva circa uno dei più clamorosi casi editoriali italiani degli ultimi anni, ovvero Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno. L'eco del successo del romanzo edito da Mondadori riecheggia ancora adesso: in pratica Piperno è considerato il salvatore della letteratura italiana di qualità, grazie tra l'altro anche alle tonnellate di parole spese da illustri critici come Antonio d'Orrico, un po' il re Mida della critica "seria".
“Yossl Rakover si rivolge a Dio” è una lettera-testamento. Yossl è uno dei combattenti della resistenza del Ghetto di Varsavia. Nel 1943, durante la Pessah (Pasqua ebraica), le SS irrompono nel Ghetto con i loro lanciafiamme, ma trovano gruppi di ebrei pronti a respingerle duramente. Si tratta della prima forma di resistenza ebraica della storia dopo quella del 135 d.C., al tempo di Adriano. Yossl è nascosto in un palazzo semidistrutto e sta aspettando di morire. Perché Yossl sa che tra poco qualche nazista lo ucciderà come ha già ucciso gli altri undici ebrei che giacciono cadaveri accanto a lui.
Elie Wiesel è nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania. E’ stato deportato ad Auschwitz prima e a Buchenwald poi. Nei campi di sterminio nazisti ha perso i genitori e la sorella Zipporà. Fu liberato il 10 aprile del 1945. Dopo la guerra ha studiato e lavorato come giornalista in Francia, successivamente si è trasferito negli Stati Uniti, dove vive tuttora. “La notte” è stato pubblicato a Parigi nel 1958. E’ un romanzo autobiografico in cui l’autore racconta la sua esperienza nei Lager nazisti e, soprattutto, compie un’interessante e profonda riflessione sull’esistenza di Dio e sul suo silenzio di fronte all’abominio della Shoah. Wiesel è autore di decine di romanzi, saggi e testi teatrali.
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