Stando a quanto ci racconta Bruce McCall, oltre la metà dei nordamericani non ha letto nemmeno un libro nel corso dell'ultimo anno: il dato, a ben guardare, potrebbe corrispondere all'elettorato della ventennale dinastia Bush, quello forgiato sul logoro stampo reaganiano. E si tratta d'una stima prudente: equivalente al neoanalfabetismo forzista italiota, figlio della cultura catodica, a ben guardare. Tenendo presente la discreta quantità di alienati da iPhone e smartphone di ogni ordine e grado, compulsivi pigiatori di schermi liquidi e allegri sfogliatori (per ditate, si capisce) di tavolette digitali, sembra proprio che per noialtri figli della civiltà del libro, bibliomani, bibliofili e letterati vecchio stile, si sia avvicinata l'apocalisse.
Si diceva tempo fa che dell’intrattenimento in letteratura si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ci sono molte cose con cui divertirsi, passare il tempo, crogiolarsi. L’assunto, senza voler essere una inutile quanto pomposa dichiarazione di guerra, resta valido. Resta, anzi torna necessario l’esercizio del discernimento – sebbene non sia l’estetico il regno delle certezze, men che meno la letteratura. Insomma sarebbe il caso di sforzarsi volta per volta per cercare quel punto di rottura rispetto alla semplice gradevolezza che ci consenta di definire come letteratura un romanzo, poniamo, rispetto ad oggetti consimili.
“È una buona cosa ritrovarsi soli in una camera d'albergo ben chiusa, camminare nudi sul tappeto in fibra, guardarsi a lungo allo specchio e decifrare sul proprio viso i segni che si è abituati ad analizzare sulle linee della mano. Attendendo che la vasca da bagno si riempia fino all'orlo, mi guardo nudo nel riflesso dello specchio, come un ricordo stereotipato. Il pallore, è il sovraffaticamento degli ultimi mesi al giornale. Le occhiaie violacee, e il peso invisibile che tira le labbra verso il basso, è Madeleine. Negli d'occhi d'un blu spento, che mi trafiggono freddamente, riconosco la mia disperazione, o forse la follia. Ho il volto dell'autunno che finisce” (Aquin, “L'invenzione della morte”, p. 5).
Douglas Coupland aveva saputo battezzare una generazione, diciott'anni fa, scrivendo “Generazione X” [1992]: la storia di una generazione che si raccontava storie per orientarsi nel proprio tempo, per capire quale fosse la propria identità, e la propria missione (collocazione). Un paio d'anni più tardi, durante il discorso per l'apertura dell'anno accademico alla Syracuse University, Kurt Vonnegut dice qualcosa di divertente (irriverente): "Ora, voi giovinastri volete un nome nuovo per la vostra generazione?
La bellezza sa essere brutale. Sa essere brutale e magnifica quando s'accompagna alla denuncia. A una denuncia civile, a una denuncia politica, a una denuncia libertaria. La bellezza diventa brutale quando il linguaggio scende a patti con la verità: e allora si piega al male, per demistificare le menzogne della propaganda, e la distruzione della giustizia, e dell'innocenza di un popolo.
Apparentemente la vicenda di "Palace of the End", prima traduzione in italiano di Judith Thompson ad opera di Neo Edizioni, potrebbe essere un ottimo esempio di ciò che Hannah Arendt definì come banalità del male. Le tre voci narranti ci accompagnano in altrettanti monologhi, originariamente scritti per formare un trittico teatrale.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
“… la gente ha bisogno di soffrire. La gente ha bisogno di sentire dolore e di provare desideri e di essere ferita anche solo per poi potersi aggiustare” (“Fighter”, p. 216).
Mutando la prospettiva – borghese o popolana – il risultato non cambia: nella visione di Craig Davidson, la nuova generazione pretende l’autodistruzione. Rifiuta il destino, e diffida delle predisposizioni naturali; abiura l’essenza rinnegando il proprio ruolo; altera le dinamiche dell’esistenza cancellando il futuro. Consegnandosi al niente.
Ho letto in giro che alcuni critici definiscono Il gioco preferito di Leonard Cohen un tipico romanzo di formazione.
Chi l’ha scritto non è che ci abbia poi capito tanto, secondo me. In ogni caso, ognuno legge un libro e ne ricava sensazioni ed impressioni uniche e particolari. Ma secondo me, quello di Cohen non può essere ridotto ad un semplice romanzo di formazione.
E’ un romanzo di ricordi, innanzitutto. E di esperienze.
Poi, è un inno alla giovinezza, all’amore, al sesso e alle donne.
E’ un libro che sembra una canzone, così come le sue canzoni, spesso, sembrano provenire da poesie o romanzi.
Antieroico, satirico e romantico, grottesco e fiabesco: l’esordio del canadese Andrew Kaufman è una storia d’amore, di nostalgia e di riconquista, romanzo breve di formazione d’una identità che si fonda su un ruolo diabolicamente semplice, quello del cittadino normale tra cittadini straordinari, e sull’elegia della sua (perduta) amata. Molto più vicino alle esistenze di ognuno di noi di quanto si potrebbe pensare, a ben guardare.
Esiste, probabilmente, un momento nella vita di ogni uomo deputato ad una contemplazione finalmente più serena del cammino della propria esistenza. Quanto più affascina e rapisce, in questo ultimo romanzo di Richler, è la possibilità che questo momento contemplativo possa essere tutt’altro che pacifico e spoglio di inquietudini. Si tende a ritenere che il trascorrere del tempo attutisca i sentimenti, suturi le ferite, assopisca le passioni. Si spera, forse, che sia così, desiderando sin dalle prime avvisaglie d’una stanchezza non più fisica, ma spirituale, che sia possibile, un giorno, liberarsi dal peso delle responsabilità originate da un’intera esistenza.
IL DILETTO DEL DIFETTO, o INCONTRO COL CREATORE DELLE STELLE.
MEMORIA D’AMORE E MORTE. DESERTO.
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