La poesia è la lingua del cuore che parla attraverso intensi e spiazzanti stati d’animo. Il mondo dei versi per Valentina Trio è un dizionario dei sensi in cui è possibile leggere l’alfabeto delle emozioni, senza le quali non è possibile dare un significato a niente.
Sono trascorse diverse settimane da quando ho concluso la lettura di questo libro, lasciato ingiustamente sugli scaffali per tanto, troppo tempo, ed ancora non riesco a staccarmi dal pensiero del fiume di dolore che ho provato perdendomi tra le sue pagine. Avevo dimenticato il motivo per cui lo avevo acquistato; avevo dimenticato quelle prime soffocanti parole che aprono una voragine sui ricordi dell’allora bambino Hyok Kang, nato nel 1986: “se hai privato di tutto qualcuno, questi non è più in tuo potere. È di nuovo completamente libero” (Alexandr Solženicyn).
Questa è la storia di una donna comune che si accompagna, sfiorandoli, agli eventi di più generazioni. Gisella diventa una serva in casa di parenti, dopo la rovina del padre che perde tutto al gioco e con le donne. Gisella è una moderna Cenerentola che sa di possedere un bene per lei inestimabile, la sua bellezza, non provocante, non eccessiva, come andava di moda a quei tempi, ma dai caratteri fini e delicati che le avrebbero dovuto far trovare un buon marito.
Carlo Cassola è stato un grande inventore di trame. Nei suoi romanzi indagò l’essenza vera della vita senza mai rinunciare a una semplicità che infastidì non poco i censori ideologici del Gruppo ’63. Lo scrittore fu messo al bando, demonizzato e paragonato con disprezzo a Liala. La semplicità della sua narrativa fu degradata al romanzetto da quell’avanguardia che credeva nello stretto legame tra la letteratura e l’ideologia.
“La mattina rimaneva a casa a studiare. Si preparava all’ultimo esame del primo anno ’Istituzioni di diritto civile’. Doveva portare il primo libro del Codice, quello riguardante la famiglia. Era una lettura appassionante e snervante insieme. Egli riferiva mentalmente tutto ad Anna. La sposa di cui parlava il Codice era Anna. Lo sposo era lui. E la chiesa nella quale si celebrava il matrimonio religioso era il Duomo di Volterra. Egli sentiva il fascino del matrimonio e, insieme, il fascino della religione; ma continuava a credere che la famiglia e la chiesa fossero i due cancri dell’umanità. E Anna non riuscì a strappargli nessuna promessa riguardo al futuro”(pag.71).
Non avevo mai ascoltato un audiolibro, prima. È stata un’esperienza nuova e piacevole, che credo si colleghi al piacere infantile di farsi raccontare le storie. Narrare è attività ancestrale, insita nella natura umana, aedi e cantori hanno sempre tramandato racconti e tradizioni dei loro popoli. In età pre-televisiva ci s’intratteneva la sera ascoltando racconti. La stessa letteratura trabocca di esempi in questo senso, basti pensare al Decameron e alle varie raccolte di novelle che ne sono derivate.
L’amore, sotto svariate forme e in diverse voci, è il fil rouge di questa raccolta di Tahar Ben Jelloun. Ventuno racconti in cui lo scrittore marocchino, ma francese d’adozione, descrive soprattutto il rapporto tra uomini e donne nella cultura e nel mondo arabo. Alcuni racconti si dispiegano come fiabe, possiedono la stessa levità e lo stesso spietato candore. Raccontare alcune brutture con tale morbidezza non è semplice, ma è una morbidezza da cui traspare, evidente, l’amarezza di chi conosce e ri-conosce la durezza di alcune tradizioni, la brutalità di alcuni atteggiamenti che la civiltà islamica contempla e considera normali.
“A cinquantatrè anni Casanova, da tempo non più spinto a vagare per il mondo dal giovanile piacere dell'avventura, ma dall'inquietudine dell'avanzante vecchiaia, fu preso da una così intensa nostalgia per la sua città natale, Venezia, che cominciò a girarle intorno simile a un uccello che vien giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute” (Schnitzler, “Il ritorno di Casanova”, incipit).
Dell'epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia.
“Capì che era all'orlo della follia e tuttavia sapeva che non sarebbe impazzito, e fermò lo sguardo su questa nuova regione della demenza collo stesso estatico stupore come sul passato, come sul lago, come sul cielo: anche lì tutto era prodigioso, armonioso, significativo. Capì perché nella fede di alcuni popoli aristocratici la follia fosse ritenuta santa. Capiva tutto, tutto gli parlava, tutto gli era dischiuso. Non c'eran parole per questo, era falso e disperato voler pensare e capir qualcosa servendosi di parole!
“No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un’azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga le tasse per farla mettere in atto. La pena di morte è un atto stupido, idiota, orribilmente privo di scientificità” (pag. 381).
"Knulp" (1915) è un quaderno di narrativa fondato su tre movimenti: protagonista assoluto, un alter ego del narratore, Knulp, adorabile vagabondo dal cuore onesto e gentile e dall'assoluta renitenza alla linearità borghese, alla socialità d'accatto, alla prevedibilità. Un giusto che finisce di vivere ritrovandosi a parlare con Dio, e scoprendo che la sua essenza è qualcosa in cui lui amava riconoscersi. È un uomo innamorato della natura; e pur non essendo proprietario di niente, è uno che si sente d'appartenere e d'essere appartenuto agli alberi, ai fiori e alla terra molto più di chi ne possedeva ettari. È un ribelle senza causa diversa dalla bellezza, e dalla ricerca della verità.
"Rosshalde" (1914), terzo romanzo di Hermann Hesse, è il dramma di un artista che si ritrova a perdere tutto ciò in cui aveva creduto, eccetto l'arte: è la storia di un marito che perde contatto, confidenza e sentimento per la moglie, lasciando in vita soltanto un vago rispetto; è la storia di un padre che perde dialogo e amicizia del figlio maggiore, spedito al collegio per nascondere la fine dell'equilibrio famigliare; è la storia di un padre che deve assistere, impotente, al progresso mortale della malattia dell'amatissimo figlio minore.
"Le dedicavo la mia musica e il mio respiro, i miei pensieri e i battiti del mio cuore; come un viandante mattiniero che si abbandoni, spontaneamente e senza perdere se stesso, all'azzurro luminoso dell'alba e al luccichio dei prati. Insieme al benessere e al crescente flusso dei suoni, mi trascinava e mi sollevava una gioia stupita, poiché adesso, ad un tratto, sapevo cosa fosse l'amore. Non si trattava di un sentimento nuovo: era come se un presentimento antichissimo fosse divenuto più chiaro e deciso, era come il ritorno in un'antica patria" (Hesse, "Gertrud", p. 71).
"Intanto, poco per volta, lentamente, stavo cambiando pelle, e gradualmente diventai un giovanotto in tutto e per tutto. Una fotografia scattata a quel tempo mostra un ossuto, alto contadinotto in scadenti abiti di scolaretto, dagli occhi smorti e dalle rustiche membra immature. Solamente la testa mostrava un po' di sicurezza e di precocità. Con una specie di stupore mi vedevo smettere le maniere proprie dell'adolescenza e attendevo, con oscuro presentimento di gioia, il tempo dell'Università[...]" (Hesse, "Peter Camenzind", cap. II)
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