Angelo Fortunato Formiggini, brillante e pionieristico editore e letterato modenese, si suicidò nel 1938. Si suicidò non perché fosse disperato, non perché fosse ammalato, non perché fosse solo. Si suicidò perché era ebreo, e perché voleva protestare contro le leggi razziali: voleva gridare alla nazione tutto il suo dissenso, tutta la sua rabbia e tutta la sua angoscia per quel che stava diventando l'Italia. E cadendo dalla Torre Ghirlandina di Modena, gridò per tre volte la parola "Italia". Antonio Castronuovo, biografo e saggista autore di questo "Libri da ridere" (Stampa Alternativa, 2005) non ha dubbi: "Un uomo può giungere a suicidarsi per protesta.
“Chi oggi ha meno di quarant'anni non può immaginare il fracasso, il frastuono, e anche la comicità di quella caccia alla fattucchiera. La Morante fu accusata di speculare sulla sofferenza, di vendere disperazione, di propagare pessimismo, di avere messo in commercio un romanzo 'criticabile dal punto di vista marxista-proletario' […] Finalmente ci fu qualcuno che si decise a parlare di 'romanzo popolare'” (Garboli, Introduzione alla Storia, p. IX. 1995). Già: augusti critici del “Manifesto” (insospettabili, eh?), nel 1975, scrivevano che questo era un romanzo “mediocre” e “borghese”, “da criticare da un punto di vista marxista e proletario”: perché?
C’era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano buttandosi dall’alto della sua Ghirlandina
Su ispirazione della memoria lo scrittore è spinto a raccontare di un’elegante e aristocratica famiglia ebraica, vissuta in raffinato isolamento a Ferrara e distrutta poi con la deportazione e lo sterminio. Riappaiono tra le sue evocative pagine i Finzi-Contini: il professor Ermanno e la signora Olga con l’anziana madre Regina e i loro figli Alberto e soprattutto Micol, per sempre bella e sfuggente, affascinante e tragica.
Secondo romanzo del ciclo dedicato a Ferrara, “Gli occhiali d’oro”, edito nel 1958, narra la storia di due emarginazioni parallele che poco a poco s’incrociano, in un preciso contesto storico, per avere poi un diverso epilogo.
Erri De Luca chiude il 2008 inaugurando la collana un racconto per Antigone. Scrive pagine che sono nodo a stringere la memoria intima con quella collettiva. Sceglie la terza persona per raccontare suo padre e il ricordo dei milleduecento giorni di guerra gravati sulla gioventù di quegli anni. Lo fissa in quello scorcio di storia, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del ’43. In quelle settimane eterne, quando “tutto si giocava di ora in ora.
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