“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
“Oggi, quando si dice popolo, si fa della letteratura, una letteratura deteriore, elettorale, politica, parlamentare. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono i giornali. Quel poco che rimaneva della vecchia, o meglio delle vecchie aristocrazie, è diventato piccola borghesia. L'antica aristocrazia, come le altre, è diventata una borghesia dei soldi. L'antica borghesia è diventata una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, non pensano che a questo: diventare borghesi. Anzi, questo lo chiamano diventare socialisti.
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
I racconti, in Italia, sono difficili da collocare. Pare che non vendano, e che gli editori storcano il naso di fronte alla forma breve. Eppure, alcune delle cose migliori scritte in Italia in questi ultimi tempi, sono in forma di novella. Oggi voglio parlarvi di una giovane scrittrice napoletana, Giusi Marchetta, che ho anche avuto il piacere di conoscere di persona.
27 lettere scritte dal padre della “Disobbedienza civile” al suo primo discepolo, Harrison Blake, nell'arco di tredici anni: argomento principe, i consigli per il cammino spirituale di un giovane che sente di trovarsi a “tremare sull'orlo” del suo sentiero di ricerca. Un giovane che ha compreso che il senso della vita è “semplicemente, essere” ma non trova ancora la forza di essere fedele a questo principio, per vivere una vita semplice nel nome di Dio. “Blake! Blake! Are you awake?”, scriveva Thoreau nel dicembre 1856, dalla cittadina di Concord. “Blake! Blake! Siete sveglio? Vi rendete conto qual mattino sempre radioso sia questo?
Il favoloso mondo del cinema non è estraneo alla recessione. Sembra, piuttosto, che tutta una serie di lavoratori stiano soffrendo difficoltà che larga parte della cittadinanza non conosce, non immagina nemmeno e fatica, in ogni caso, a credere possibili. Questo romanzo di Antonio Petrocelli, attore e scrittore italiano classe 1953, alla spalle un esordio letterario con prefatore d'eccezione (Sofri: “Volantini. Ora tocca a me partire”, 2001), serve fondamentalmente a questo: a informare e sensibilizzare la cittadinanza a proposito dello stato e delle condizioni di vita degli attori meno noti, e di tutti i precari (cronici) del mondo dello spettacolo.
Antonio Pennacchi ed Edoardo Nesi hanno raccontato, nei loro ultimi libri, il monumentale romanzo Canale Mussolini (Mondadori, 2010) e il drammatico memoir Storia della mia gente (Bompiani, 2010), la rabbia, l'amore, l'orgoglio e la dignità di due popoli, quello pontino e quello pratese, che hanno saputo imprimere il loro nome nella storia del Novecento.
Il fantasma di Francis Scott Fitzgerald infesta questo romanzo. È lo spettro della decadenza economica, sociale e politica d'una generazione, e d'una nazione, che non credevano di poter ritrovarsi a camminare sull'orlo del baratro con tanta facilità, e tanta impotenza. Chi scriveva questa storia leggeva Fitzgerald nel momento giusto; forse inconsciamente, o forse con un pizzico di malizia. Stiano come stiano le cose, in ogni caso questo è un libro che fa male, fa piangere di rabbia e di tristezza, fa sperare in qualcosa di diverso – nel popolo che torna a camminare per le strade, rivendicando giustizia, dignità, lavoro e diritti.
Raoul Vaneigem, scrittore belga classe 1934, già protagonista del movimento situazionista, è un intellettuale eretico, apocalittico, visionario. Nella nuova edizione del suo “Avviso agli studenti” (1995), completa del saggio breve “Terrorismo o rivoluzione” (1972), possiamo apprezzare l'intelligenza dissacrante di un pensatore che ha saputo spiegare – per dirla con le parole del curatore, Sergio Ghirardi - “Come reagiscono le nuove generazioni al consolidarsi dell'alienazione, aggravata dal ricatto economico che un capitalismo alla deriva fa pesare sulla sopravvivenza economica, ambientale e persino fisica degli esseri viventi” (p. 17).
Raccolta di articoli, saggi brevi e frammenti di Jack London, “Pronto soccorso per scrittori esordienti” (Minimum Fax, 2005), curato da Monica Crassi, per la traduzione di Andreina Lombardi Bom, è un bignami del “Martin Eden” completo di qualche curiosità non sempre marginale o irrilevante. L'idea di avvicinare neofiti e curiosi al grande Jack con questa scorciatoia è simpatica – è carina – ma niente di più. Mi sembra pacifico.
“Casa mia è sulla frontiera e non sono il solo a pensare sia un’altra città. Pasolini poteva spiegarvelo, ha mancato”.
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