La fine del mondo secondo Lars von Trier. Ecco cosa potrebbe sembrare a prima vista Melancholia, nuovo tassello di una cinematografia eccessiva, disturbante, furba, ammiccante ma sicuramente sempre originale di uno dei più acclamati e discussi cineasti europei contemporanei. Il regista danese, anche stavolta, nella presentazione consueta a Cannes, non si è fatto mancare i motivi di polemica, con le dichiarazioni su Hitler (“in fondo lo capisco, mi fa simpatia”) e sugli ebrei (“Israele è un dito al culo”, oppure “Credevo di avere origini ebraiche, invece ho scoperto di essere un vero nazista”), mentre la sua protagonista, Kirsten Dunst, sussurrava uno sbigottito “Oh my God!”. Lars von Trier, nazista?
Ho avuto modo di leggere, in merito alla uscita italiana di Melancholia, che Lars von Trier avesse dichiarato quel che ha dichiarato durante la sua conferenza stampa all'ultimo Festival di Cannes per distogliere l'attenzione dalla pochezza espressiva del suo film più recente. Una strategia del diversivo attuata da un regista che, stante questa ipotesi, era ben consapevole della mancata riuscita del suo girato.
Le mie conoscenze relative alla Danimarca si limitano a pochissimi aspetti: Lars Von Trier, la reclusione di Louis Ferdinand Celine, i fratelli Laudrup, la sirenetta di Copenaghen e la comunità di Christiania. A qualcuno potrà già sembrare molto, in realtà è davvero poco, se si pensa che stiamo parlando di un paese europeo.
È stato per questo un piacere ricevere il romanzo “Spiriti ribelli” della scrittrice e giornalista danese Gretelise Holm che da quanto si evince dalle note biografiche è notissima al pubblico del Nord Europa per la serie di crime stories che ruotano intorno alla giornalista Karin Sommer.
È una festa: quella che sancisce il sessantesimo compleanno del pater familias, quella che dovrebbe celebrare unità e tradizione e commemorare anche il trapasso di una figlia, Linda, e di una sorella, Linda, morta suicida, poco tempo fa, in quella casa che oggi è adibita a nuove funzioni per esorcizzare il passato. È una festa, almeno questi sono i presupposti: il primogenito, Christian, affermato ristoratore nel cuore della Francia, la sorella stravagante, Helene, fidanzata con un negro e strafatta di canne, il fratello minore, alcolizzato e collerico, Michael, sempre alla ricerca di approvazione paterna e violento con la moglie.
Lars von Trier è un grande paraculo. Così scrissi qualche anno fa e così mi ripeto ancora oggi, dopo aver visto il suo Antichrist, opera controversa e fischiatissima dal pubblico e massacrata dalla critica in conseguenza del recentissimo passaggio al Festival di Cannes.
Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro.
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