“Siamo stranieri; in questo paese ci chiamano ladri, traditori, vigliacchi, ci portarono su ammucchiati nei vagoni bestiame, tenuti a bada con i fucili. Un giorno hanno detto che eravamo liberi, non si capiva di cosa: di lavorare e patire come prima, da prigionieri […]. Siamo sperduti, parliamo, facciamo dei gesti senza conoscere delle parole, delle cifre di salvezza. Non sappiamo che quando si lavora e non si lavora, quando si mangia e si dorme. […] è sempre inverno. Questa guerra e questo assedio del cuore. […] Ogni sera è uguale, lo sconforto del giorno che verrà dopo, e non si può avere una speranza, fabbricarsela” [p. 9; p. 15; p.17; p. 24].
Ci sono donne comuni che vivono una vita straordinaria. E di loro si sa poco o nulla. I libri servono anche a questo. A trasmettere memoria e conoscenza di persone ed accadimenti che, altrimenti, potrebbero andare perduti. Ondina Peteani, di cui mai avevo sentito parlare, è stata di certo una donna fuori dall'ordinario. Questo libro ne ricostruisce la vicenda di vita, di sofferenza, di coraggio, di determinazione e di tormenti.
N. 119.104. Così, con il solo numero di prigioniero nel campo di sterminio di Auschwitz, voleva presentarsi Viktor E. Frankl pubblicando Trotzdem Ja zum Leben sagen. Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager (lett.: “Dire sì alla vita, nonostante tutto. Uno psicologo nei lager”): un modo per non concentrare eccessivamente l’attenzione su di sé e sulla sua esperienza. Solo in fase di correzione di bozze gli amici riuscirono a convincerlo che l’anonimato avrebbe tolto valore alla “confessione”.
Oggi sappiamo praticamente tutto sui campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e dei colpevoli, eppure leggere “L’inferno di Treblinka” di Vasilij Grossman riesce a scuotere anche chi su quell’abominio ha visto e letto molto. Un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
Il XX secolo é spesso stato chiamato “il secolo dei genocidi”: lo hanno tristemente caratterizzato il genocidio degli armeni, seguito dalla tragedia del Holodomor, dall'olocausto, dai Gulag, dal massacro di Katyn, senza dimenticare le diverse stragi avvenute in Cambogia e più di recente, nella Ex-Yugoslavia e in Rwanda.
Questo crimine non è una novità del novecento; era una pratica già diffusa molto tempo prima, ad esempio durante la colonizzazione dell'America, dove il 90% dei 80 milioni di indigeni furono sterminati senza dimenticare il dramma del colonialismo (Africa, Indonesia,...).
Genocidio: una definizione tardiva:
“Venne il momento in cui la sofferenza altrui non li sfamò più: ne pretesero lo spettacolo”.
Penso che nessuna recensione su “Modernità o Olocausto” possa essere realmente esaustiva né rendere pienamente il senso intimo di questo saggio. Le tematiche affrontante sono tante e tali che sviscerarle tutte e con la profondità che meriterebbero è opera decisamente complicata, forse nemmeno compatibile con un semplice lavoro critico.
Un libro che mai faranno leggere nei nostri martoriati licei. E non è difficile capire perché: Una tomba per Boris Davidovic mette in mostra sette martiri che disgraziatamente si sono ritrovati sul pesante cammino della Storia e del "socialismo reale" - come scrive il buon Roberto Calasso nell'edizione Adelphi. Sette capitoli della stessa storia o meglio, sette variazioni di uno stesso tema, la repressione e l'oppressione, i due binari dell'evoluzione storica.
Tragicomico, cattivo, allegorico, coraggioso e disperato, “Il nazista & il barbiere”, romanzo del 1971 (It, Marcos Y Marcos, 2006; 2010) è una favola nerissima scritta da un ebreo tedesco, classe 1926, errante come da grande tradizione e sofferente per tutti i mali del Novecento, come da universale e ingiusta condanna. Hilsenrath è riuscito, tuttavia, a scrollarsi di dosso il male trasfigurandolo e animando un romanzo determinante per capire con quanta semplicità si possa essere grandi, e con quanta fantasia si possa scrivere qualcosa di sinceramente credibile.
“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
“Gli strati della nostra vita sono così sedimentati l’uno sull’altro, che nel dopo incontriamo sempre il prima, non come qualcosa di eliminato, di liquidato, ma come un che di presente e di vivo. Questo posso capirlo, eppure a volte lo trovo difficile da sopportare. Forse ho scritto la nostra storia proprio perché volevo liberarmene. Anche se non ci riesco.”
Vittima del comunismo durante l'infanzia, del nazismo nella prima giovinezza, del comunismo, infine e una volta ancora, poco prima del suicidio (ventinovenne), Tadeusz Borowski è il paradigma del letterato martire. Un martire polacco dei regimi totalitari del Novecento.
Non sono in grado di affermare se l’ultima fatica letteraria di Karol Wojtyla “Memoria e Identità. Conversazioni a cavallo dei millenni” si possa in qualche modo considerare una sorta di testamento spirituale, espressione vaga che sa tanto di luogo comune.
Rimane il fatto, incontestabile, che il libro, al di là dell’evento editoriale proprio dello scritto di un Pontefice, vuoi per i grandi temi della Storia, filosofici, politici, vuoi per gli inevitabili spunti di riflessione, farà discutere ancora a lungo.
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