Tributo fin dal titolo al ciclo di poesie della Kolmar sugli stemmi delle città tedesche, cui lo scrittore dedica l’avvio del suo saggio e il denso capitolo conclusivo, tra i più coinvolgenti dell’intera trattazione, questo volume sulla poesia della metropoli intreccia alcune delle voci più rappresentative dell’umore e della cultura berlinesi alle opere degli artisti contemporanei che le accompagnarono, ponendosi in molti casi come loro fonte d’ispirazione.
Nel 1933, mentre García Lorca attraversava l’oceano diretto a Buenos Aires, affidando ad alcune pagine scritte in viaggio la presenza del duende, l’Europa si affannava a scacciare il demone buono dell’arte e lo gettava in pasto ai suoi carnefici.
Scrittura fluida e profondamente evocativa alla maniera di un mantra, questo librino può leggersi quasi come uno spartito musicale, che segna il tempo di una performance tenuta da Lorca davanti agli ascoltatori latino americani, pronti ad abbandonarsi con entusiasmo alla sua danza.
Benvenuti tra le pagine di un libro che non esiste. Quantomeno; non esiste uno solo di libro. Perché questa raccolta di racconti che si annunzia dall’introduzione introspettiva e personalissima, è un tortuoso, maledetto, pernicioso labirinto. Labirinto che si snoda su tre distinte dimensioni, insinuandosi subdolamente in luoghi in cui non siamo abituati a cercare, in cui non vogliamo scrutare.
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