"Ho spesso pensato che proprio da questo allenamento dei miei giorni da vagabondo arriva il mio successo come autore di racconti. Per poter ottenere il cibo che mi faceva sopravvivere, ero costretto a raccontare storie che suonassero vere. È davanti alla porta sul retro che si sviluppa la capacità, prodotta da un'implacabile necessità, di essere convincente e sincero (…). Sono anche convinto che sia stato il mio apprendistato da vagabondo ad avermi fatto diventare realista. Il realismo costituisce l'unico bene di scambio davanti alla porta della cucina in cambio di cibo” (London, “La strada”; p. 23).
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
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