“Sei lì da quattordici anni, uno uguale all'altro, mese, giorno, ora, minuto, uno uguale all'altro, sino ad oggi, fino alle undici e cinquantasette, quando, steso nel tuo stesso sangue, per la prima volta da quattordici anni ti accorgi di quanto bianca sia la luce dei neon” (p. 22)
"L’ultimo metrò” ha la singolare ambizione d’essere al contempo fedele rappresentazione della quotidianità di una compagnia di teatro parigina nei giorni dell’occupazione nazista, e canto d’un amore tra due attori: è un film dalla sceneggiatura ipertrofica e dall’evidente squilibrio nella caratterizzazione dei personaggi, sceneggiatura che tende ad esaltare ed enfatizzare la vicenda dei due protagonisti e ad accantonare, o almeno a non approfondire, quelle degli altri.
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