Giappone, primissimi anni Ottanta. Un grande letterato vicentino vive un'esperienza esistenziale e culturale incredibile, che sintetizzerà nelle pagine d'un reportage apparso a puntate sul «Corriere della Sera», quindi in volume per Mondadori nel 1982, infine in elegante, sobria e minimalista edizione Adelphi, 2008. Goffredo Parise è un viaggiatore umanissimo, ultrasensibile, pieno di premure e di comprensione per la diversità del popolo ospite. I suoi rilievi sulla vita, sulla letteratura, sulla visione di Dio e della natura, sull'educazione e sulla filosofia nipponica sono semplicemente lirici, e partecipati.
“Rivolgere la parola ai morti, com’è triste quest’abitudine degli esseri umani! Ma ancora più triste, non posso fare a meno di pensarlo, è la convinzione che dopo la morte essi mantengano l’aspetto che avevano in vita. La percezione che uomini e piante abbiano uno stesso destino è il tema eterno di tutte le liriche: ho dimenticato il nome del filosofo che ha scritto questa frase, non so neppure ciò che veniva prima e dopo, ricordo soltanto queste parole e quindi non so bene se per piante si intendessero solo fiori che sbocciano e foglie che cadono oppure se vi fosse un significato più profondo” (pag.1109).
Non c’è periodo della vita di Kawabata in cui non si possa citare un evento o la composizione di un racconto, tanto prolifico ed attivo fu lo scrittore.
Un sonno senza sogni nel letto degli opposti
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