Si dice che per crescere, un uomo non abbia scelta: deve uccidere il padre. Toglierlo di mezzo, almeno nella propria testa. Esautorarlo. Disinnescarlo. Helmer van Wonderen lo mette di sopra. “Ho messo mio padre di sopra” è la prima frase del romanzo, narrato in prima persona da un protagonista cinquantenne che per tanti, troppi anni ha peccato di accidia e inazione. Non ha ucciso il padre quando avrebbe voluto (o dovuto) e ora che l’uomo sembra incapace di intendere e di volere, lo sequestra al piano di sopra, lo depenna dal mondo. Un “parricidio incruento”, come sottolinea giustamente la traduttrice Elisabetta Svaluto Moreolo nella postfazione.
Secondo della trilogia autobiografica iniziata con “Infanzia” e terminata con “Vergogna”, “Gioventù” è un vero e proprio romanzo di formazione, in cui l'intera narrazione ruota attorno alla ricerca dell'identità.
Barzelletta. Cosa ci fanno quattordici infermiere svedesi, dieci ostetriche finlandesi, due medici norvegesi, un medico finlandese, un pilota inglese, uno steward inglese, due hostess inglesi, due copiloti inglesi, dieci tagliaboschi finlandesi, due tecnici forestali finlandesi, due ingegneri forestali finlandesi e un giornalista finlandese su un’isola deserta? Si salvano. Dopo nove mesi. Come? Disegnando col fuoco sulla nuda terra e facendosi notare da un satellite. In effetti la battuta non è delle migliori, ma se la espandiamo in forma di romanzo e mettiamo al timone Paasilinna Arto, maestro dello humour finnico e signor narratore, allora le cose cambiano, e si sghignazza. Più che nel finale, in corso d’opera.
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