William Goldman è uno degli sceneggiatori più noti e celebrati del cinema statunitense, basti ricordare pellicole come “Butch Cassidy” del 1969 o “Tutti gli uomini del presidente” e “Il maratoneta” ambedue del 1976 ed ecco la casa editrice Mattioli 1885 pubblica per la prima volta in Italia la sua opera d’esordio “Io sono Raymond” del 1956, uscita quando l’autore aveva appena 26 anni.
Un ragazzo di ventisette anni, che aveva vissuto tante vite con vera intensità, scrive un romanzo breve che doveva essere un racconto. È il suo secondo romanzo. È il 1903. Questo romanzo breve diventa parte dell'immaginario collettivo, e del lessico di tutti i giorni, con una facilità sconcertante: istantaneamente. Segno che il ragazzo ha scritto attingendo a qualcosa di universale, di archetipico, di essenziale. Segno che in noi dorme tutto quel che ha raccontato. Segno che abbiamo bisogno di raccontarci questa storia, e che è stato fondamentale inventarsela. Quel ragazzo di ventisette anni si chiamava Jack London, e non aveva mai capito chi fosse suo padre.
“I postumi della sbornia bisogna averli – il meno possibile, questo sì – come necessario castigo, come equilibratore naturale dell’esistenza. Se la medicina un giorno arrivasse a sradicarli bisognerebbe distruggere il farmaco, a meno che non lo abbia inventato tu, perché ti faresti ricco. Un mondo senza postumi – lasciando stare i miracoli della chimica – sarebbe dunque un mondo senza bevitori, un mondo senza l’atteggiamento allegro e disinibito proprio dello stato d’ebbrezza. Un mondo triste e solo apparentemente più solenne.”
L'uomo chiamato John Barleycorn è il protagonista d'una canzone popolare inglese, almeno cinquecentesca. È una canzone antica, omaggiata nel tempo da una micidiale versione pop dei Traffic, contenuta nell'album “John Barleycorn Must Die” (1970), di discreto successo da quarant'anni a questa parte. È una canzone antica e triste, perché racconta la storia della dipendenza di un uomo dall'alcol.
Tim King è un uomo sui quaranta anni. Ha una moglie e due figli. Una faccia rotta e imbruttita dai colpi ricevuti durante i tanti incontri di boxe disputati nel corso della sua vita. Siede a tavola, mangia quel poco che trova. Ed è l'unico in famiglia, quella sera, a poter mettere sotto i denti qualcosa: deve salire sul ring ed ha bisogno di energie. In realtà Tim vorrebbe mangiare una bistecca, ci pensa da quando si è svegliato al mattino. Ma comprare una bistecca non è possibile perché nessuno sembra più intenzionato a voler concedere altro credito a sua moglie Lizzie.
Quando si leggono romanzi come «Il buon ladro» di Hannah Tinti si riesce per qualche ora a tirare il fiato, allontanandosi dalle letture abituali e dal mondo difficile e contradditorio in cui viviamo.
“No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un’azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga le tasse per farla mettere in atto. La pena di morte è un atto stupido, idiota, orribilmente privo di scientificità” (pag. 381).
Raccolta di articoli, saggi brevi e frammenti di Jack London, “Pronto soccorso per scrittori esordienti” (Minimum Fax, 2005), curato da Monica Crassi, per la traduzione di Andreina Lombardi Bom, è un bignami del “Martin Eden” completo di qualche curiosità non sempre marginale o irrilevante. L'idea di avvicinare neofiti e curiosi al grande Jack con questa scorciatoia è simpatica – è carina – ma niente di più. Mi sembra pacifico.
"Ho spesso pensato che proprio da questo allenamento dei miei giorni da vagabondo arriva il mio successo come autore di racconti. Per poter ottenere il cibo che mi faceva sopravvivere, ero costretto a raccontare storie che suonassero vere. È davanti alla porta sul retro che si sviluppa la capacità, prodotta da un'implacabile necessità, di essere convincente e sincero (…). Sono anche convinto che sia stato il mio apprendistato da vagabondo ad avermi fatto diventare realista. Il realismo costituisce l'unico bene di scambio davanti alla porta della cucina in cambio di cibo” (London, “La strada”; p. 23).
Ipotesi finale già annunciata
Anno 2013. Il mondo è dominato dal Consiglio dei Magnati dell’industria. Scoppia un’epidemia che cancella la razza umana. La civiltà sparisce e quel che resta dell’umanità piomba nell’età della pietra. In questo scenario apocalittico si riuniscono i sopravvissuti alla fine del mondo. Intorno al fuoco il più vecchio racconta ai ragazzi i giorni della fine e l’arrivo dalla crudeltà e della barbarie.
L'ultimo London: quello che stava per morire, quello che ci avrebbe lasciati orfani della grande letteratura di “Martin Eden”, è un narratore che sembra consegnarsi all'inconscio, al fantastico, al simbolico-favolistico; la sua scrittura ha adesso un respiro diverso, meno febbrile e più disteso, del tutto estraneo alle antiche rivendicazioni sociali o alle primitive aspirazioni esistenziali: si direbbe uno che ha sfiorato l'illuminazione, e non ha saputo rappresentarla; ha provato, al limite, a evocarla. I risultati potrete sfogliarli in questa nuova edizione Mattioli.
“Sono nato proletario. Ho scoperto presto l’entusiasmo, l’ambizione e gli ideali e nel tentativo di soddisfarli, ho finito per renderli il problema di tutta la mia infanzia. Vengo da un ambiente rude, volgare, duro. Non avevo un orizzonte davanti a me: direi piuttosto un confine. Il mio posto in questa società era negli abissi, dove la vita offriva solo squallore e sventura: lì, sul fondo, carne e spirito erano ugualmente affamati e tormentati. Sopra di me troneggiava il colossale edificio della società (…)” (London, “Cos’è la vita per me”, tratto da “Rivoluzione”, p. 177).
Autore di racconti di avventura, relegato alla letteratura infantile per alcuni, pioniere del socialismo americano per altri, John Griffith, con il suo “Martin Eden” ci regala, nel 1909, quella che, a soli sette anni di distanza, sarebbe stata considerata un’autobiografia anticipata del London famoso romanziere statunitense.
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