Gli italoamericani non possono essere soltanto quelli eternati da Puzo e dal suo “Padrino”, malavitosi e vincolati a un primitivo sistema di valori, né possono andare esclusivamente ascritti alle fascinose saghe plurigenerazionali dei Bandini e dei Molise di John Fante (o dei Dante, adesso, grazie al figlio Dan).
“A volte le poesie consumavano i miei pensieri […]. Ma più spesso ero afflitto e disperato. Che senso ha tutto questo preoccuparsi delle parole, pensavo, se non c'è nessuno disposto ad ascoltarle? America, immenso istituto di lavori forzati per uomini forti, quasi mi schiacciasti, ma ogni tanto ero capace di risalire la china e tornare a combattere. Non fui mai abbastanza forte da ferirti […]. C'era sempre una piccola luce splendente che mi guidava attraverso l'America, questo paese nero: sapevo di essere un poeta e avevo in animo il desiderio di scrivere” (Carnevali, “Mio fratello”: in questa edizione, p. 10).
“Disgustato, voltai le spalle alla scena e accesi il computer per ritrovare le mie storie. Sono Bruno Dante, pensai, scrittore di racconti, un tizio con un libro mai pubblicato, una Pontiac di dodici anni e nient'altro al mondo. Un aspirante di quarantadue anni, che nuota controcorrente. Che ricomincia daccapo per l'ennesima volta” (Fante, “Buttarsi”, p. 39).
Dan Fante, scrittore italo-americano classe 1942, è un figlio d'arte con piena dignità artistica, e discreta personalità autoriale. L'ombra del padre, John Fante, è quella scomoda e magnifica del genio. L'opera prima di Dan, “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998; IT, Marcos Y Marcos, 1999; 2010), è la difficile, tumultosa e sofferta trasfigurazione della sofferenza del figlio per la malattia e la morte del padre; coincide con un suo ritorno alla scrittura, e con l'agognata prima giornata di lucidità dopo anni di sbronze e di blackout figli dell'alcol, e della depressione.
Cronache, note di viaggio e osservazioni: argomento, la vita degli States negli anni Cinquanta; protagonista e autore, il giornalista e scrittore Guido Piovene (1907-1974), all'epoca inviato del Corriere della Sera. Ventimila miglia al volante tra autunno 1951 e autunno 1952: cento articoli pubblicati, man mano, sul quotidiano, e poi rivisti e adattati per questo volume, originariamente apparso per Garzanti nel 1953.
Uno scrittore che prepara il suo nuovo romanzo da decenni, non esce di casa e non vive più una vita normale. Un poeta invece è stato rapito dai terroristi a Beirut, ora è in ostaggio. Una fotografa ritrae con la propria macchina solo scrittori, mentre tutt'attorno il mondo sembra essere un vortice senza senso di masse, paure, ansie metropolitane.
Alcuni passi nei quali vengono citate le Twin Towers e il WTC, fanno venire la pelle d'oca.
E poi la descrizione iniziale dello Yankee Stadium e dei matrimoni di massa è fantastica (accadono realmente, mica si tratta di invenzione http://it.wikipedia.org/wiki/Sun_Myung_Moon).
"A Don Vito Corleone tutti si rivolgevano per aiuto senza mai venire delusi. Non faceva vane promesse e neppure avanzava scuse vili di aver le mani legate da forze più potenti. Non era necessario che fosse amico, e neppure avere i mezzi con cui ripagarlo. Una sola cosa era fondamentale. Che il supplicante, lui, lui stesso, proclamasse la sua amicizia. E allora, non aveva importanza quanto povero o quanto debole fosse, Don Corleone avrebbe preso a cuore i guai di quell'uomo. Nulla avrebbe lasciato di intentato per risolverne il caso. La sua ricompensa? Amicizia, il rispettoso titolo di 'Don' e qualche volta il più affettuoso omaggio di 'Padrino'” (p. 10).
Traduzione di Amalia Pistilli
“I numeri si comportano, le lettere no.” (pag. 241)
Love-Lies-Bleeding (Amaranthus caudatus- coda rossa di volpe, traduz.in italiano) è un fiore a cui sono state riconosciute proprietà terapeutiche.
Da un’erboristeria on line:
‘Questo fiore permette all’individuo di affrontare e trasformare il dolore e la sofferenza. Indicando quando il dolore è molto intenso e si esprime sottoforma di angoscia, tormento fisico o di malattia. Quest’essenza non ha la funzione di un analgesico ma spinge la coscienza dell’individuo verso l’esterno, dalla concentrazione su di sè e dall’isolamento a una consapevolezza transpersonale del significato e del proposito di tale esperienza dolorosa.’
Brughiere inglesi o tangenziali padane non fanno da cornice alla vicenda. Chi ha tradotto un titolo bello e diretto come “The bigamist” con l’ampolloso “La grande nebbia”, allora, presumibilmente voleva riferirsi alla confusa condizione mentale di Henry Graham: il commesso viaggiatore che sta al centro dell’ambiguo melodramma diretto da Ida Lupino nel 1953. Nel film sono esplorate le sue pretestuose peregrinazioni da un capo all’altro degli States, le sue curiosità extraconiugali, le tormentate fughe e i continui ritorni dalla moglie Eve.
Tradizionalmente, la democrazia americana ha un carattere pluralista più marcato rispetto a quella europea. In quest’ultima, a difesa della libertà del singolo sta la legge. Nella giurisprudenza anglo-americana, invece, c’è la concezione che l’individuo da solo non riesca a tutelarsi a dovere dall’invadenza dello Stato. Perciò, lo si incoraggia ad aderire alle associazioni, ai gruppi di pressione: le lobbies, ognuna libera di rappresentare gli interessi particolari più vari, e di competere con le altre alla determinazione degli equilibri politici, nell’ambito di un gioco plurale, democratico.
Trama:
Dopo la morte della moglie Adriana, Rocky vive da solo col figlio e gestisce un piccolo ristorante. Ma qualcosa lo spinge ad infrangere per l'ennesima volta la promessa fatta alla moglie, e ritornare sul ring all'età di 50 anni. (Da FilmUp)
L’attesa è stata vana, il ritorno dello Stallone Italiano è avvenuto e certo non in grande stile.
Dopo il metalinguaggio narrativo di Pulp Fiction, improntato sulla connivenza tra dialoghi quotidiani e spunti biblici, sperimentazione di un nuovo testo, caotico e lineare al contempo, ricco di trame e sfaccettature che si intessono in un’unica trama generale, il dinamitardo Tarantino si butta ancora a capofitto nella pratica che preferisce, la scrittura, ma stavolta senza trama e senza dramma, una revenge tragedy che fa riferimento ad una cultura giapponese, italiana e americana. Una storia che, tanto per capirci, ha poco a che fare con Amleto, la revenge tragedy per eccellenza in virtù delle sue meccaniche drammaturgiche e psicologiche. Ma grazie anche alle postume sovradeterminazioni.
KILL THE BRIDE
Fastoso esercizio di stile o sfavillante sottoprodotto culturale che sia, il Quarto Film di Tarantino (così annunciato nei titoli) è confezionato con una apprezzabile coerenza kitsch e una miracolosa ostentazione splatter.
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