«L'uomo del piano B è uno che non te ne sei nemmeno accorto ma tutto a un tratto ha preso e ha cambiato lavoro e ha cambiato casa. Oppure ha cambiato estetica, e ha cambiato lessico. Non ti ha semplicemente disorientato: t'ha proprio spiazzato.»
Mi sono sentito gradevolmente in sintonia con questo arguto libro di Franchi, non solo perché di recente ho cambiato lavoro e in parte stile e organizzazione della mia vita – a chi potrebbe interessare, in questa sede? -, bensì per il fatto che L'arte del piano B è una panacea concepita e realizzata con sorprendente tempestività. Il libro giusto, edito nel momento giusto da un editore giusto e interessante quanto fortunato, che ha trovato in uno dei suoi autori la propria icona.
“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
"Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l'avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l'occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze".
C’è stata una parte di me che ha quasi rimpianto di aver letto il libro inchiesta “Lo sa il vento – Il male invisibile della Sardegna” dei giornalisti Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti, con l’appassionata prefazione del musicista Paolo Fresu, perché le sue 218 pagine mi hanno fatto davvero male e ho avuto quasi voglia di prendere il libro e di gettarlo dalla finestra come per allontanare tutto il dolore, i drammi, gli orrori che questo libro contiene.
Altri hanno già scritto e recensito. Perciò queste righe si presentano più con lo spirito di chi viene a rendere omaggio che di colui che recensisce, e vogliono porgere, per quel che conta, la mia personale eco. A lettura appena ultimata. Qualcuno si potrebbe aspettare che io parafrasi le parole dell'autore, spiegando la mia personale visione/interpretazione del Piano B. No, non accadrà. È vietato: la prima regola del Piano B è che non si parla mai del Piano B. Lo si vive semmai. Lo si disegna: e il disegno ha in più questo, rispetto alla scrittura: il silenzio. La segretezza. Basti dire che sentir nominare il Piano B serve in primo luogo a farci rendere conto di quanto siamo incastrati nel Piano A.
Classe 1967, Roberto Baggio da Caldogno era uno che giocava con un'eleganza e una fantasia che sembravano semplicemente rinascimentali. Era nato per Firenze. Il destino era stato didascalico: dove poteva finire per giocare, quel ragazzo che aveva bellezza e grazia nel sangue, se non nella città di Dante? Ma l'Italia degli anni Ottanta e Novanta non conosceva saggezza, e forse non aveva voglia di ospitare leggende. E fu così che Baggio finì per diventare juventino, milanista, bolognese, interista, bresciano; tutto fuorché fiorentino, tutto fuorché artista fedele a una e una musa soltanto.
"Il saggio L’Unificazione Italiana (Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile) chiude con esemplare e non ovvia dilemmaticità l’anno non glorioso delle celebrazioni relative ai 150 anni dell’unificazione italiana.
Nella vita bisogna avere una strategia alternativa. Un piano B, una scelta da fare per cambiare vita, cambiare direzione, una volta per tutte. Una via di fuga, quando necessaria, per “tornare a stare bene”. Gianfranco Franchi ci guida nel mondo del “Piano b” in questo saggio arguto e originale pubblicato da Piano B edizioni, una piccola casa editrice di Prato.
Piano B numero 1: ho un paio di miei amici che qualche tempo fa conducevano una vita tutto sommato tranquilla e invidiata da molti, avevano un lavoro, vivevano in affitto in un appartamento normalissimo ma a cinquanta metri dal lago, tutto bene a prima vista ma negli ultimi tempi avevano perso il sorriso, si erano fatti insofferenti, scuri in volto, poco ospitali, poi un giorno l’amico mi dice “Ti porto in un posto.” Abbandoniamo la città, saliamo in montagna e ci fermiamo davanti a una piccola cascina ancora da ristrutturare e mi dice “Fra un mese io e lei andiamo a vivere qua e ci mettiamo a fare quello che abbiamo sempre sognato.” Furono in molti a dargli dei pazzi. Tre anni dopo il loro Piano B è diventata una nuova vita.
Un artista inespresso pieno di talento e di stile, incresciosamente e inspiegabilmente dimenticato dalla piccola e media editoria di qualità e di progetto: un'intelligenza letteraria notevole, uno spirito indipendente e ultrasensibile, una grande e contrastata personalità autoriale. Questo, oggi, è lo scrittore Andrea Consonni, lombardo, anarchico, classe 1979. A quasi otto anni di distanza dal suo secondo romanzo, “Wrong”, un libro fiutato e pubblicato da uno scout laterale di lusso come Gordiano Lupi, esce adesso il suo terzo libro di narrativa, “La maledizione degli affetti”.
Gran bel libro, "Nel silenzio un canto" di Nevio Casadio. Storie di ingiustizie, dolori e riscatti, questo il sottotitolo esplicativo, edito per Marsilio, è un volume di reportage giornalistici scritti da un inviato di quelli veri, che vedono la professione come una missione; che osservano con attenzione il mondo e la società che ci sta intorno, riflettono e poi scrivono Reportage con la R maiuscola.
Mangia la zuppa, amore. Il titolo mi ricorda vagamente Vuoi star zitta per favore? di Carver, ma è più debole, dà l'idea di due persone, a tavola, di cui una con qualcosa dentro da dire, ma che l'altra non ha così voglia di sentire, probabilmente perché già sa cos'è quel qualcosa dentro, e così dice: Mangia la zuppa, amore. Che una persona rimane con quel grumo dentro, e anche se l'altra sa, è lo stesso, perché certe cose dovrebbero comunque uscire.
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
“Per M. l'inattività di quelle ore libere era solo angoscia e anche dolore. Infatti per lui, uomo e non macchina, quelle due ore erano anch'esse il frutto di una convenzione, la convenzione della libertà, del tempo libero da occupare a piacimento. Senonché era proprio questa libertà, che lo angosciava. Egli non si rendeva ben conto del perché provava quei sentimenti, era però cosciente di provarli mentre le macchine d'ufficio non li provavano affatto. Eppure, riflettendo, non trovava alcuna differenza reale tra sé e quelle macchine, la loro vita era pressoché uguale: stessi orari, stesse pause, stesso riposo.
In occasione del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia si stanno moltiplicando le uscite di saggi, romanzi e film ad essa dedicati. Molti di essi non sono altro che prodotti seriali di chi sfrutta abilmente l’occasione per aumentare i propri introiti, altri invece (penso al film di Mario Martone “Noi credevamo” o al saggio dedicato ai briganti di Giordano Bruno Guerri) appaiono come dei validi o quantomeno interessanti contributi al dibattito su uno dei periodi storici maggiormente ingessati dalla retorica patriottarda e anche più dimenticati e meno trattati dagli autori.
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