Un diario come terapia, un diario per non tacere, per non abbassare sempre la testa. Pagine per disobbedire e denunciare. Suad Amiry scrive per sé stessa, la pubblicazione è fuori dai suoi progetti, l'unico desiderio è quello di raccontare le ripetute invasioni di Ramallah da parte dell'esercito israeliano, tra il 17 novembre 2001 e il 26 settembre 2002 e poi, a ritroso, fino al 1981 per ricostruire la storia della propria vita. Perché il mondo fa finta di non accorgersi della progressiva cancellazione della Palestina e invece serve conoscere e capire. Non si può fingere di non sapere che c'è un popolo che vive sotto occupazione da decenni e a cui sono negati i più elementari diritti.
E' uscito nell'aprile 2011, per i tipi di Atmosphere Libri, il romanzo "Textile" della scrittrice israeliana Orly Castel-Bloom. Una storia contemporanea che racconta la vita di una borghesissima famiglia di Tel Aviv, meglio: del quartiere Tel Baruch nord di Tel Aviv che "benché sia stato edificato in un batter d'occhio e sia completamente nuovo, emana vecchiaia e stabilità, in barba alla transitorietà dell'esistenza". Un meraviglioso, posticcio, lussureggiante quartiere adatto ad ospitare persone in vista proprio come i protagonisti di "Textile". Il "tessuto", infatti, ha qualche attinenza con il romanzo.
Libro testamento a cui Shabtai lavora fino all'ultimo anno della propria vita, lasciando la responsabilità di revisione e pubblicazione alla moglie, “In fine” è il risultato di un'assidua ricerca di perfezione stilistica, che porta l'autore ad una tripla stesura, seguendo una concezione del romanzo come contenitore di varie versioni alternative. Quella definitiva è frutto della scelta di Yaakov per ciò che concerne la seconda e la terza delle parti in cui l'opera si divide.
“Ascolta: io Davide, messia, re d'Israele, la notte scorsa ho fatto un sogno. Ho sognato che volavo sopra i monti della Giudea, luminosa trasparenza. Non che mi fossi trasformato in angelo o in aquila: restavo l'uomo che sono. Ma un vigore incomparabile mi circolava di nuovo nelle membra, sicché con l'agitare le braccia mi tenevo sospeso sulle gialle solitudini. Le rotondità del paesaggio, col bizzarro fatto di concepirle soffici quando nessuno più di me ne conosce la durezza, m'introducevano nel corpo una frenesia di piacere. Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità, e l'indicibile godimento, di fecondare la terra” (Incipit di “Davide”).
Da autunno ad autunno in un pigro e goffo riappropriarsi di sé, in un progressivo distacco dalla morte per sopravviverle e sopravviversi. Yehoshua racconta di un borghese piccolo piccolo e ne tratteggia la quotidianità nelle infinite, minuscole azioni di rinascita dopo i sette lunghi anni fagocitati dal cancro al seno di una moglie, che era stata il suo dolce tiranno ben prima della malattia. Una donna severa, il cui sguardo impietoso crocifiggeva il mondo tutt'intorno, non risparmiando critiche. Una donna che finisce per diventare corpo mutilato innalzato sull'altare di quel letto ospedaliero, piazzato al centro della loro stanza matrimoniale.
Tragicomico, cattivo, allegorico, coraggioso e disperato, “Il nazista & il barbiere”, romanzo del 1971 (It, Marcos Y Marcos, 2006; 2010) è una favola nerissima scritta da un ebreo tedesco, classe 1926, errante come da grande tradizione e sofferente per tutti i mali del Novecento, come da universale e ingiusta condanna. Hilsenrath è riuscito, tuttavia, a scrollarsi di dosso il male trasfigurandolo e animando un romanzo determinante per capire con quanta semplicità si possa essere grandi, e con quanta fantasia si possa scrivere qualcosa di sinceramente credibile.
Aprile 2008. La giornalista Antonella Ricciardi pubblica un saggio sulla questione israelo-palestinese: “Palestina. Una terra troppo promessa”. L'opera, destinata a solleticare l'interesse degli studiosi del Medioriente e del Novecento, nata per colmare le lacune informative a proposito della storia della fondazione di Israele, e dei crimini a danno dell'umanità a essa riferita, è stata stampata con un piccolo editore partenopeo (Controcorrente).
Ahi, l’amore, che brutta bestia, che suadente angelo, “che roba” insomma, quello che volente o nolente ci si deve avere a che fare a meno che non ci rassegna a spingersi e piangere dicendo “è tutta colpa degli altri”. E poi, sia detto per inciso, non si parla qui dell’amore quello apparentemente terso e puro che si vive in epoche post adolescenziali anche di ritorno, ma quello serio, per così dire, quello impegnato, quello che veramente o la va o la spacca, quello che insomma può decidere sul serio una vita, non una stagione, una esuberanza ormonale, un. Quando poi il giorno dopo tutto ricominci come se niente fosse ed invece tutto è. Qui ci si gioca un essere, un apparire, un volere, un potere. E magari, anche se il sole tramonta, è bellissimo poterselo godere.
La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, ch
Università di Tubinga in Germania, 17, 21 e 22 gennaio 2002. Amos Oz tiene, nell'ateneo tedesco, tre interventi. Il saggio "Contro il fanatismo" non è che il frutto e il riassunto delle tre lezioni dello scrittore israeliano.
Il titolo originale dell’opera di Leonid Mlecin presenta un punto interrogativo in più rispetto alla versione italiana del testo. Tuttavia le intenzioni dell’autore vengono comunque conservate in questa formula, anzi, a lettura ultimata potremmo dire che rispetta ancor di più il senso dell’opera nel suo insieme. Perché Stalin creò Israele non vuole costruire un processo interrogativo sulle ragioni della nascita dello stato d’Israele. Perché Stalin creò Israele è infatti un titolo che rivela la matrice giornalistica dell’opera. La rivela perché pone come già dato ciò che per l’opinione pubblica non è, ed enfatizza fin da subito, con linguaggio categorico, l’univocità delle cause nel processo di costituzione di Israele.
“Lessi 'La morte di Virgilio” di Hermann Broch: seduto nella barca, Virgilio scivola lentamente verso la morte, sapendo bene dove è diretto. Viaggiavo sull'onda delle parole, che mi ipnotizzavano con la loro saggezza nebulosa, senza pietà” (p. 123).
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