La maledizione degli affetti. La maledizione degli affetti. La. Maledizione. Degli. Affetti. Maledizione. Affetti.Non è un titolo che, non appena lo leggi, ti stende? Ti butta al tappeto. Knock Out. Quattro parole, quattro pugni in volto: articolo e preposizione di studio, i nomi ad affondare. Almeno, su di me ha avuto questo effetto. Difatti ho dovuto aspettare del tempo per poterlo leggere. L'avevo qui, sul computer, questo e-book, e ogni tanto l'aprivo, ne leggevo qualche brano, richiudevo. Credo di averlo letto, a pezzi e bocconi, come si dice, quasi tutto, ed alcuni capitoli più volte, prima che mi sentissi pronto a farne una lettura dalla prima all'ultima riga. Come se mi fossi allenato, per mesi, a resistere tutti i rounds del match.
Raccontare cinque giorni di immersione nella musica dal vivo mi era sembrato troppo difficile, appena tornato da Barcellona. Dopo oltre sette mesi i ricordi si sono sedimentati, e le impressioni sono diventate convinzioni. E' tempo di raccogliere quel distillato, di rimettere in ordine immagini e suoni di un festival, il Primavera Sound 2011, che valeva davvero la pena di vivere fino in fondo.
Cantano i Geff nel brano (l’unico in italiano) ‘Riff Geff’, sorta di manifesto programmatico del gruppo ed ironica autocensura: Io preferisco chi inventa davvero… Non male come intenzione, soprattutto di questi tempi, dove invece è inevitabile che ci si rifaccia a qualcosa o a qualcuno. Vero è che nelle note di accompagnamento al disco i musicisti – ma come non potrebbe essere – rivelano i loro padri putativi: si va dai classici per eccellenza, Beatles e Led Zeppelin (ma personalmente nel sound vedo molto poco Beatles e molto più Led Zeppelin) all’indie rock inglese degli ultimi venti anni, Radiohead, Arctic Monkeys e Placebo.
Sono passati quasi 17 anni dall’uscita di questo disco. Era il maggio 1994 (il disco lo ascoltai compiutamente nella seconda metà dell’anno a ripresa delle scuole), l’anno dopo la morte di Kurt Cobain. 17 anni sono tanti, quasi la metà della mia vita e in questo disco c’è buona parte della mia esistenza, delle persone che mi hanno permesso di scrivere i miei due romanzi, di superare momenti complicati, di sorridere, di vivere nuove esperienze e ancora oggi, quando lo ascolto, mi si riempiono gli occhi di lacrime tanto sono luminosi i ricordi che mi prendono e si materializzano davanti ai miei occhi.
Ho esitato a lungo prima di prendere carta e penna e buttare giù alcune impressioni sul libro di Gianfranco Franchi. Tutt’altro che digiuno di musica pop pock, non sono però un espertissimo nel ramo e – con qualche ragione – ho voluto approfondire un po’ di temi prima di sparare parole in libertà; tanto più che proprio in relazione al rapporto musica e testi, tempo fa mi erano passate sotto gli occhi delle interessantissime riflessioni, magari riferite al genere “accademico”, ma del tutto pertinenti anche per analisi di canzoni rock.
Ricky Russo ed Elisa Russo sono due vere anime rock. Due anime rock capaci di plasmare, nel tempo, una delle poche esperienze radio-televisive indie di grande qualità e di respiro internazionale: “In Orbita”, appuntamento cult di Radio e Tv Capodistria. E intanto organizzano concerti, un bel po' di dj set, collaborano con quotidiani (come “Il Piccolo”) e riviste (“NTWK”, per parecchi anni).
Ricky Russo ed Elisa Russo sono due vere anime rock. Due anime rock capaci di plasmare, nel tempo, una delle poche esperienze radio-televisive indie di grande qualità e di respiro internazionale: “In Orbita”, appuntamento cult di Radio e Tv Capodistria. E intanto organizzano concerti, un bel po' di dj set, collaborano con quotidiani (come “Il Piccolo”) e riviste (“NTWK”, per parecchi anni).
Ne avevo sentito parlare così tanto sui giornali e siti musicali (la presunta Bibbia musicale Pitchfork aveva pure messo un ottimo 8.4 al loro album), sui blog di musica indie, che alla fine mi sono deciso, cercandomi di liberare da tutta una serie di perplessità inizialo, ad ascoltare l'omonimo disco d'esordio della giovane band newyorkese The Pains of Being Pure At Heart.
E mi sento subito di dire che questo di album di dieci canzoni per un totale di 34 minuti è la solita truffa venduta come grande disco.
"Emoterapia" è un disco ostico, della durata di poco meno di 37 minuti, a tratti irritante per chi non è abituato e disposto ad ascolti complessi, ad improvvise interruzioni sonore, a sperimentazioni e divagazioni.
Un pastiche sonoro e linguistico che prende e rilascia, che s'aggroviglia e improvvisamente acceca, che agisce per accumulo e sottrazioni, in cui convivono e litigano allo stesso tempo Beck, Frank Zappa, no-wave, elettronica, cabaret, cantautorato, possibili hit radiofoniche, reminescenze cinematografiche, incursioni meta-musicali, space-rock, intermezzi interlocutori, cut-up di testi e suoni.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome: i Mantra sono una giovane band napoletana con una visione musicale, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di questo ep, Rooms, in attesa della pubblicazione del primo full-length nel corso dell’inverno.
Non se avete mai sentito dentro di voi un'urgenza così devastante da non riuscire a contenerla. Un'urgenza di...e puntini di sospensione da riempire con tutto quello che avete nello stomaco, nel cuore, nella testa, con tutto quello che è successo nella vostra vita presente e passata. Pensieri, ricordi, ansie, sogni, delusioni, progetti andati in fumo o che stentano a realizzarsi o anche solo ad avere un inizio. Una Fine prima di tutto. Una situazione a cui non sappiamo dare una spiegazione se non prendendocela col Destino, la Sfortuna, gli Altri, in fin dei conti con Noi stessi.
L'unico, vero romanzo rock italiano è la storia di una band mai esistita, raccontata da un trentenne che allora esordiva: Gianluca Morozzi, da Bologna. Era il 2001, e i Despero entravano nei cuori di una nutrita, agguerrita legione di fan, assieme al loro creatore; uno scrittore capace di raccontare (inventare), in questo suo romanzo di formazione, dodici anni d'amore, di appartenenza a due sogni diversi – la sua band, e la sua musa – di scelte di vita, di coerenza.
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Ho incontrato questo gruppo per puro caso, arrivando sul loro myspace da quello dei Manetti! e ho desiderato all’istante ascoltare l’intero album, sorpreso piacevolmente da linee melodiche d’infinita tristezza che mi ricordavano gli episodi più malinconici e dilatati degli Explosions in the Sky alla "Your hand in mine" (tra l’altro una meravigliosa canzone supportata da un video tristissimo che ogni volta che lo rivedo mi scendono le lacrime) coi loro finali sconquassanti e intrigato dal fatto che questi ragazzi, almeno da quello che mi era sembrato di capire (e magari mi sbaglio), fossero di stanza sul versante comasco del Lago di Como, a due passi insomma da casa mia.
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