"Emoterapia" è un disco ostico, della durata di poco meno di 37 minuti, a tratti irritante per chi non è abituato e disposto ad ascolti complessi, ad improvvise interruzioni sonore, a sperimentazioni e divagazioni.
Un pastiche sonoro e linguistico che prende e rilascia, che s'aggroviglia e improvvisamente acceca, che agisce per accumulo e sottrazioni, in cui convivono e litigano allo stesso tempo Beck, Frank Zappa, no-wave, elettronica, cabaret, cantautorato, possibili hit radiofoniche, reminescenze cinematografiche, incursioni meta-musicali, space-rock, intermezzi interlocutori, cut-up di testi e suoni.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome: i Mantra sono una giovane band napoletana con una visione musicale, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di questo ep, Rooms, in attesa della pubblicazione del primo full-length nel corso dell’inverno.
Non se avete mai sentito dentro di voi un'urgenza così devastante da non riuscire a contenerla. Un'urgenza di...e puntini di sospensione da riempire con tutto quello che avete nello stomaco, nel cuore, nella testa, con tutto quello che è successo nella vostra vita presente e passata. Pensieri, ricordi, ansie, sogni, delusioni, progetti andati in fumo o che stentano a realizzarsi o anche solo ad avere un inizio. Una Fine prima di tutto. Una situazione a cui non sappiamo dare una spiegazione se non prendendocela col Destino, la Sfortuna, gli Altri, in fin dei conti con Noi stessi.
L'unico, vero romanzo rock italiano è la storia di una band mai esistita, raccontata da un trentenne che allora esordiva: Gianluca Morozzi, da Bologna. Era il 2001, e i Despero entravano nei cuori di una nutrita, agguerrita legione di fan, assieme al loro creatore; uno scrittore capace di raccontare (inventare), in questo suo romanzo di formazione, dodici anni d'amore, di appartenenza a due sogni diversi – la sua band, e la sua musa – di scelte di vita, di coerenza.
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Ho incontrato questo gruppo per puro caso, arrivando sul loro myspace da quello dei Manetti! e ho desiderato all’istante ascoltare l’intero album, sorpreso piacevolmente da linee melodiche d’infinita tristezza che mi ricordavano gli episodi più malinconici e dilatati degli Explosions in the Sky alla "Your hand in mine" (tra l’altro una meravigliosa canzone supportata da un video tristissimo che ogni volta che lo rivedo mi scendono le lacrime) coi loro finali sconquassanti e intrigato dal fatto che questi ragazzi, almeno da quello che mi era sembrato di capire (e magari mi sbaglio), fossero di stanza sul versante comasco del Lago di Como, a due passi insomma da casa mia.
"Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell'amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest'acredine arida
che mi tormenta. " (Cesare Pavese)
Infine ho deciso: questa non sarà una recensione vera e propria del libro di Gianfranco Franchi “Radiohead. A kid”, contenente tutti (o quasi) i testi, con commento, della band inglese da “Pablo Honey” a “In Rainbows”, comprese citazioni di b-side, cover, e canzoni dei gruppi che hanno preceduto la formazione definitiva della band. Non lo sarà perché, via, sono troppo legato ai Radiohead per, e legato pure al Franchi, per. Scriverò semplicemente una serie di cose che hanno a che fare più o meno con il libro, più o meno con i testi, più o meno con Franchi. Certo ci saranno critiche, lodi e via dicendo, aspettative, pure. Non lo so cosa scriverò, a parte che non penso ne verrà fuori una recensione. Quindi, comincio, ed inizio dall'autore.
Binario 14 della Stazione Centrale di Piazza Garibaldi. Sono le 12:30. Le lancette che segnano le 15:11, orario di arrivo a Roma Termini, non sono che un lontano miraggio, perse come sono nell'afa e nella scomodità di un anonimo sediolino di un treno regionale. Al primo stridere delle rotaie sui binari, inserisco subito le cuffie dell'iPod. Sun Gangs, è ancora un oggetto non identificato tra le centinaia di playlist, e immaginando che il live sarà incentrato quasi interamente sui pezzi del nuovo album, decido di non farmi trovare impreparato. L'album è già uscito da qualche giorno, ma nonostante sia particolarmente affezionato ai primi due album, The Runaway Found e Nux Vomica, la curiosità per questo terzo lavoro rasenta lo zero.
"Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento". Si apre con queste parole la nuova opera di Gianfranco Franchi. L'ho atteso con trepidazione questo libro, l'ho cercato e alla fine l'ho trovata, letta, meglio dire divorata in una giornata. E tenuta stretta fra le mani, come si può tenere la donna amata. Monteverde ha lasciato dentro di me ferite paragonabili forse a quelle inferte a Roma nel 1527 dai Lanzichenecchi guidati da Georg von Frundsberg.
Iniziamo la scoperta della moderna scena musicale francese in maniera simbolica, con il disco di una figlia d’arte, Charlotte Gainsbourg. Quello della Gainsbourg è uno di quei rari casi in cui un artista riesce a divincolarsi egregiamente dal peso del proprio nome, con una carriera di assoluto valore. Caratterizzata da una bellezza non classica come quelle che invadono gli schermi hollywoodiani, la Gainsbourg ha un fascino tutto particolare che l’ha imposta all’attenzione del grande pubblico in film come 21 Grammi di Inarritu, I’m not there di Todd Haynes e soprattutto L’arte del sogno di Michel Gondry.
Basta guardare quel volto ripreso in copertina per innamorarsi di questo disco. Un volto tumefatto. I capelli scomigliati. Lo sguardo perso in un dolore privato. Feroce. Quella maglietta che ricorda le bende di una mummia appena ritrovata nelle segrete di un castello nei Carpazi.
Quella ragazza, Anja Plaschg, in arte Soap & Skin ha poco più di 19 anni e sarebbe difficile ipotizzare una così giovane età dopo aver ascoltato Lovetune For Vacuum (Pias, 2009). Si penserebbe ad una donna ferita dalla vita e ritiratasi a vita privata in una casa sul ciglio dell'oceano o rinchiusa in un ospedale psichiatrico.
Giunti alla seconda prova dopo il trascinante "A New Position For A Second Degree Burnt" (opera segnata dalla guerra in Iraq del 2003), gli svizzeri Kovlo sfornano un disco di rara potenza espressiva per una band gravitante nello strabordante ma stitico sottobosco post rock che guarda con sguardo nuovo alle trame emozionali disegnate dagli Explosions in the Sky.
Zach Condon è un musicista straordinario. Originario di Albuquerque (New Mexico) ma praticamente apolide, Zach da vita a Beirut, one man band che in una manciata di album riesce a ridare l'acqua della vita ad una scena indie che, più che una scena, sembra un elenco di next big thing. Invece i Beirut mantengono tutte le promesse, a cominciare dal loro splendido e caotico esordio: Gulag Orkestar, l'orchestra del gulag. Più o meno.
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