Un bel coraggio, innanzitutto, bisogna dirlo. Un piccolo editore che pubblica un libro nel quale si dice un gran male dei piccoli editori. Anche se questo è solo un primo dato, parziale e pertanto da emendare. Federico Di Vita, tutto fare del piccolissimo effequ di Orbetello, lascia intendere intanto che “piccolo è bello” non è nemmeno una gran frase, perché è in ogni caso falsa. Ma il punto è questo: ci sono piccoli editori che fanno cose nobilissime, meritorie, impagabili. Sono risorse a cui, qui a Lankelot per esempio, siamo aggrappati tenendocele molto strette. Ma sono una minoranza, come in tutte le cose. Il resto è inguardabile. Di Vita lo dice senza girarci troppo intorno.
C’è stata una parte di me che ha quasi rimpianto di aver letto il libro inchiesta “Lo sa il vento – Il male invisibile della Sardegna” dei giornalisti Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti, con l’appassionata prefazione del musicista Paolo Fresu, perché le sue 218 pagine mi hanno fatto davvero male e ho avuto quasi voglia di prendere il libro e di gettarlo dalla finestra come per allontanare tutto il dolore, i drammi, gli orrori che questo libro contiene.
Ho pescato questo libricino da uno scatolone, in fondo allo stand della Sellerio a "Più libri più liberi". Non sapevo neppure che Leonardo Sciascia lo avesse scritto. Leggo il risvolto di copertina: "Questo racconto-inchiesta è stato pubblicato nel 1971, ha avuto dalla critica – non soltanto italiana – un vasto ed entusiastico consenso, è stato ristampato nel 1977: ma resta, tra i libri di Sciascia, il meno conosciuto".
Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
Discreto divertissement pop firmato da Simone Consorti, narratore romano classe 1973, “A tempo di sesso” è un'indagine sulla misteriosa scomparsa di una ragazza: è un quaderno di prose mosaicali con tinte thriller e sentimentali, fondato su una scrittura leggera e su un'onesta capacità di scandagliare contrasti, contraddizioni e ombre della psiche. Il romanzo non ha niente di pretenzioso: non è sperimentale nella scrittura e non nasce per stupire o per scandalizzare. È una matrioska capziosetta, va.
Sono nata e vivo nella Marsica. Il terremoto fa parte di quella storia sottopelle che trovi fissata in certi muri segnati, nei racconti di chi racconta che c'era e nelle scosse che, a modo loro, da sempre, ricordano che qualcosa di incontrollabile e più grande di te può devastarti l'esistenza. Alle 3.32 del 6 aprile 2009 dormivo, come tanti. Prima di quel momento anche qui, a una quarantina di chilometri in linea d'aria da L'Aquila, la terra aveva tremato in vari momenti. Nulla di eccezionale, in fin dei conti. Era già capitato. Poi, però, alle 3.32 la scossa più potente ed infinita. Questo ricordo più di tutto: sembrava non voler finire. Perché è proprio ciò che speri in quegli istanti: che finisca prima possibile. E il buio.
“I cadaveri interi avevano iniziato a finire nelle reti ai primi di gennaio del 1997, quando i pescherecci di Portopalo erano tornati in mare dopo una lunga pausa determinata in parte dalle feste di Natale e Capodanno e in parte dal cattivo tempo […] E mentre le ricerche continuavano senza alcun esito e nasceva il giallo del «naufragio fantasma», le reti dei pescherecci di Portopalo avevano continuato a raccogliere corpi per tutto il mese. A febbraio i cadaveri, mangiati dal mare e dai pesci, straziati dai divergenti, venivano ripescati a pezzi. La sera, nei bar di paese, i pescatori si raccontavano storie dell’orrore”
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