Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Almanya – Wilkommen in Deustschland si è rivelato, in Germania, un inatteso successo al botteghino, raccogliendo anche unanimi consensi di critica. Il film, diretto dalla tedesca di origine turca Yasemin Sandereli, co-sceneggiato insieme alla sorella Nesrin, ripercorre in forma di commedia, attraverso l’esperienza emblematica di una famiglia, la storia dell’immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi, affrontando i temi classici dell’incontro, dell’identità, della società multietnica e dei profondi mutamenti delle culture che, incontrandosi, di influenzano.
Dopo il pogrom contro la minoranza Rom a Torino e la barbara uccisione di due senegalesi a Firenze, si rifa viva l'urgenza di parlare di minoranze etniche in Italia. I curdi non rappresentano numericamente un gruppo vasto. Sono molto più folte le comunità che si trovano in Germania, in Francia, in Inghilterra. Dato che però parlare di immigrazione nel nostro paese ci costringe proficuamente anche a parlare di altri luoghi, di tragedie che si consumano su altre terre, è giusto riconoscere il merito di questo volume apparso nel 2008 grazie all'impegno delle province di Milano, Roma, Venezia e dell'editore Terra Ferma.
Forse ha ragione Mereghetti: film così in Italia non ne faremo mai, per una lunga serie di ragioni, tutte valide. La prima: abbiamo ancora, nonostante i trascorsi storici, una visione retrograda dell’immigrazione. La seconda: in pochi hanno voglia di sognare su un tema molto delicato e ancora “demagogico”. La terza, la minore in ordine d’importanza: in pochi lo andrebbero a vedere, anche se il film, come in questo caso, è davvero bellissimo. È un peccato, perché Les Mains en l’air (Mani in alto), italianizzato in Tutti per uno, è una gran bella favola sull’immigrazione, semi-fantascientifica e futuribile, che racchiude in un’idea semplice, con una grande sceneggiatura, il pensiero dell’opinione pubblica più accorta.
Lorenzo, detto il Gladiatore, viene trovato morto, in una pozza di sangue, nell'ascensore di un palazzo di piazza Vittorio a Roma. I sospetti sembrano ricadere su Amedeo, uno degli inquilini. Ma chi è Amedeo? E perché avrebbe dovuto uccidere il Gladiatore?
“Un papavero rosso all'occhiello senza coglierne il fiore” è scrittura che s'impasta alla vita per raccontarne frammenti indimenticati e indimenticabili. È il sunto di un'esperienza che tocca i poli opposti di gioventù e maturità senza snaturarsi con la prudenza comoda di chi arriva a dire di sé, trattenuto dalla briglia del senno di poi. È un libretto sottile che racchiude “la scarsa cinquantina di mezze pagine scritte il martedì sulla buccia del Manifesto” da Erri De Luca e la arricchisce con l'accompagnamento fotografico di Danilo De Marco.
Non è sempre vero che dalla narrativa si può imparare qualcosa. Vero è che quando accade si ha la sensazione che leggere serva, concretamente, a qualcosa: che non sia un'attività rilassante o una sorta di più o meno evoluto intrattenimento, come oggi il profluvio di insulse pubblicazioni di genere vorrebbe farci credere, ma un'attività intellettuale di primo livello. Quando accade si ha la sensazione di riuscire a orientarsi meglio nella realtà; di aprire gli occhi su quanto sta avvenendo nel mondo, e nel nostro paese; quando accade, come in questo caso, si sente il desiderio di accogliere con diversa partecipazione (vorrei scrivere: "fraternità") le persone in fuga dalle loro terre originarie.
“Avevamo ammucchiato mezzo metro di roba morbida, fra cui: due polverose valigie di pelle, una polverosa discreta quantità di carta e cartone, della tela che era appartenuta al catino polveroso di una tenda da campeggio (che si chiama catino lo so perché l’ho letto su una pubblicità), alcuni polverosi vestiti usati, due cuscini di un divano ormai dilaniato dalla polvere e dai ragni, alcuni polverosi sacchi di tela verde, il cui contenuto è rimasto ignoto. Ho pensato a Tex, alle notti accanto al fuoco da campo, al cielo stellato. Ho pensato che mancava un’armonica, anche se non sapevo suonarla.” (p. 20).
Due vite negate, due mondi distanti che confluiscono nel dolore della schiavitù e si perdono nel sogno d’un amore che è speranza di rinascita e riscatto. Marek e Aleya sono la favola che non conosce il lieto fine e "Bloody Mary" è un noir intriso di rosso: rosso come i pomodori che lui è venuto a raccogliere nella campagna pugliese. Rosso come il sangue di lei ogni volta che un nuovo padrone la pesta fino a farle perdere i sensi. Rosso come la copertina stessa di questo libro scritto a quattro mani da Vichi e Gori e che, coerentemente con la linea editoriale di VerdeNero, sceglie la letteratura come terreno di lotta, come strumento di denuncia.
“Devo questo alle storie, di bastarmi, pur’io bastare a loro. Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela l’inchiostro nella penna. È stata la porzione a me assegnata, eredità che non si può ricevere e lasciare. Di questo sono fatto, di pagine sfogliate e poi riposte”.
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