“Tutto a un tratto, fu lui a prendere in mano la conversazione, insegnandoci quelle che considerava le tre lezioni necessarie al buon andamento nella nostra esistenza e del nostro avvenire: Se uno di voi si trova in serie difficoltà, e dico serie, nella scelta tra andare in prigione o all’ospedale psichiatrico, che scelga la prigione, perché da lì le persone escono tutti i giorni […]
"A Don Vito Corleone tutti si rivolgevano per aiuto senza mai venire delusi. Non faceva vane promesse e neppure avanzava scuse vili di aver le mani legate da forze più potenti. Non era necessario che fosse amico, e neppure avere i mezzi con cui ripagarlo. Una sola cosa era fondamentale. Che il supplicante, lui, lui stesso, proclamasse la sua amicizia. E allora, non aveva importanza quanto povero o quanto debole fosse, Don Corleone avrebbe preso a cuore i guai di quell'uomo. Nulla avrebbe lasciato di intentato per risolverne il caso. La sua ricompensa? Amicizia, il rispettoso titolo di 'Don' e qualche volta il più affettuoso omaggio di 'Padrino'” (p. 10).
Secondo capitolo della storia della famiglia Corleone, tratta dall’omonimo e poco fortunato libro di Mario Puzo, "Il Padrino: parte II" racconta magistralmente, con una narrazione che alterna presente e passato, la nascita della famiglia attraverso la storia di Vito Andolini, divenuto Corleone per un errore burocratico al porto di New York, ragazzino costretto ad emigrare, appunto, dalla Sicilia agli Stati Uniti nel 1901, dopo che Don Francesco Ciccio, il capo mafioso del suo paese natale ha ucciso tutta la sua famiglia; ed in parallelo la vicenda personale di Michael Corleone, figlio di Vito, nel 1958, alle prese con la famiglia, tra problemi privati e difficoltà amministrative, grane con la polizia e tradimenti familiari.
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