Giovanni Modica pubblica il suo secondo saggio di cinema e si pone all’attenzione della critica come uno degli autori più preparati della nuova generazione. Il primo lavoro, dedicato a Sette note in nero di Lucio Fulci, faceva intravedere doti di sopraffino intenditore cinematografico e di grande cultore della materia, anche se la forma era ancora sovrabbondante. “Dario Argento e L’uccello dalle piume di cristallo”, invece, è un testo completo, esauriente, informato e definitivo sul primo thriller del regista romano. La forma della scrittura è migliorata, anche se preferisco un approccio più divulgativo e meno tecnico, più rivolto ai lettori e meno agli studiosi.
Remake di un horror per la televisione diretto nel 1973 da John Newland, Non avere paura del buio, segna l'esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist divenuto pupillo del produttore e sceneggiatore, nonché noto regista, Guillermo del Toro. E trattandosi di del Toro, come noto agli appassionati, ci addentriamo in un mondo che mescola orrorifico, fanciullezza e fiaba iniziatica, un territorio in cui le paure infantili si materializzano e diventano letali per i malcapitati personaggi in scena.
Di vampiri, a partire da quelli di Polidori, per poi passare dal classico di Stoker e per finire ai vampiri adololescenziali delle saga Twilight, ne abbiamo conosciuti veramente tanti per un genere che pare non voler proprio morire come i loro eroi, a volte totalmente negativi, a volte più misteriosi ed enigmatici che realmente crudeli e desiderosi di banchettare col genere umano. La Gargoyle con “Vivono di notte”, preso atto che il vampirismo in letteratura è il racconto di un mito con innumerevoli variazioni su tema, ci propone i succhiasangue di Micheal Talbot, autore dalle nostre parti ancora misconosciuto.
Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi premi in diverse rassegne cinematografiche e che aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere.
Il circo dei vampiri (in originale “The traveling vampire show”) è un romanzo di formazione, e se horror, lo è nel grado in cui questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzini protagonisti della vicenda. In effetti, è un romanzo che diventa horror, in un crescendo continuo. Un libro, almeno per me, divertente, di quelli che vorresti poter leggere a velocità doppia, o tripla, tanto l'autore riesce a catturarti, tanto vorresti sapere già come va a finire (anche se lo sai già, in effetti, come finirà, ma vuoi proprio saperlo facendo tutto il percorso, ecco), eppure, sotto questa velocità, l'autore dissemina piccoli indizi sui vari personaggi della storia, a volte lasciandoli sospesi, facendoti dubitare, e nel dubbio ecco l'inquietudine.
Profondo Rosso è una casa editrice romana benemerita per gli amanti del cinema di genere, così com’è importante la rivista milanese Nocturno, che da anni studia e storicizza generi considerati di serie B come l’horror e il cinema sexy. In questo libro di Francesca Lenzi si incontrano le due scuole di pensiero, perché l’introduzione è firmata da Manlio Gomarasca e Davide Pulici - ideatori di Nocturno - che danno il loro benestare a un lavoro colto e al tempo stesso popolare.
Rudy Salvagnini, sceneggiatore di fumetti e critico cinematografico, pubblica la seconda edizione del suo Dizionario dei Film Horror - Dall’Abbraccio del ragno a Zora la vampira, schedando in un libro monumentale oltre 3.000 titoli. Salvagnini ha collaborato alle riviste Robot, Aliens, Nosferatu, Amarcord e attualmente scrive per Segnocinema. Per la collana Il Castoro ha pubblicato una monografia su Al Hashby. Il suo Dizionario dei film horror era già il più completo mai pubblicato in Italia, una vera Bibbia per gli appassionati, un volume indispensabile per critici e studiosi della materia.
Stefano Simone (1986) compie un ulteriore passo avanti nella sua carriera cinematografica. Ricordiamo gli acerbi ma incoraggianti cortometraggi Il delitto di classe (1999), Fear – Paura (2000), Madre delle tenebre (2001), Gli occhi del teschio (2001), Il gatto nero dalle grinfie di sciabola (2005), Istinto omicida (2006), Infatuazione (2006), L’uomo vestito di nero (2007), Lo storpio (2007) e Contratto per vendetta (2008).
Ci siamo rincorsi per mesi io e “Il Divoratore” il romanzo di Lorenza Ghinelli, per vari motivi quando ci incontravamo ci respingevamo, vuoi per la mancanza di tempo, vuoi per la copertina che, mi dispiace confessarlo, fa tanto libro fantasy dozzinale (molto meglio la vecchia copertina, quella della prima edizione uscita per Il Foglio…e tanto di cappello, come sempre, all’intuizione di Gordiano Lupi nell’aver scoperto questa autrice), vuoi anche per quella scritta “Il caso letterario dell’anno” di cui sinceramente non se ne può più, e adesso che l’ho divorato tutto d’un fiato in un pomeriggio, posso dire di essere contento di averlo finalmente letto.
Allucinazione splatterosa, romanesca, dark e malaticcia, “Vloody Mary” è il nuovo, divertente e delirante romanzo di Paolo Di Orazio.
È stata una gradita sorpresa ricevere un libro da un ragazzo, Francesco Manarini, che non sentivo da anni, lo è stata ancora di più quando questo libro, scritto in coppia con Massimo Rodighiero, ha saputo tenermi sulla graticola per tutto il pomeriggio che ho impiegato nel leggere le sue duecento pagine, con una tensione costante molto più intensa di quella che ho trovato negli ultimi mesi in tanti, troppi romanzi pubblicati presso affermate case editrici e incensati, spesso senza alcun motivo, da pubblico e critica.
Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di pubblicazioni e film dedicati ai vampiri, un virus contagioso e molto redditizio che spesso con i Vampiri ha poco a che fare. Qualcosa insomma che sa di strategia ben pianificata, di prodotti seriali destinati al pubblico per fare cassa nella maniera più semplice. Vampiri mescolati nella plastica, ripuliti di ogni possibile ambiguità e sparati nelle case di un pubblico di acquirenti la cui età anagrafica si abbassa sempre più. Vampiri che fanno poca paura, molto “stilosi”, molto emo soporiferi, una via di mezzo fra Beautiful e Beverly Hills. Vampiri che non mordono nemmeno più, vampiri buonissimi e bellissimi contro vampiri cattivissimi e molto stereotipati.
La prima domanda che è lecito porsi, e di conseguenza porre a Gordiano Lupi, scrittore, editore, giornalista e talent scout letterario di Piombino, è la seguente: ma c’era proprio bisogno di una storia del cinema horror italiano? Non bastano forse i generici dizionari di cinema che già sono sul mercato da anni? E poi, ancora: a chi interessa l’horror del tempo andato, quando di crudeltà ed efferatezze a buon mercato ne è piena la vita di tutti i giorni, con tanto di media ad amplificarne l’eco? Non bastano Avetrana o i deliri di sangue di qualche sedicente gruppuscolo satanista divenuto tale per ammazzare la noia e il vuoto esistenziale che restituisce la sempre più desolata provincia del profondo nord?
“Ero un lupo mannaro da ventun anni quando, nel maggio del 1863, lessi della spedizione di Quinn in un servizio sul 'Times'. Non avevo ancora, evidentemente, trovato risposta alle grandi domande che continuavano a tormentarmi. Una volta al mese mi trasformavo in un mostro, mezzo uomo e mezzo lupo. E va bene. Uccidevo e divoravo esseri umani, e la prima era stata mia moglie. E va bene anche questo. Ma dove si inseriva tutto questo nel disegno delle cose?” [Duncan, “L'ultimo lupo mannaro”, p. 209].
“Qualcosa stava scivolando giù dal muro! Sembrava una macchia di sporco che stesse colando dal piano di sopra, rapida ma inesorabile, senza alcun rumore. Ma non era tanto quello a incuriosirlo, quanto il fatto che la ‘cosa’ sembrava cambiare direzione volontariamente”.
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