Dopo 70 anni il soldato inglese, Denis Avey, decide di raccontare, insieme al giornalista della BBC Robert Broomby, la sua storia di guerra. Prende così via un lungo racconto che ci porterà a rivivere una lunga parte della storia dell'ultima guerra mondiale. Chi parla è Denis Avey, oggi novantatreenne, un soldato che si autodefinisce fin dall'inizio una persona ribelle e determinata. La sua storia inizia il 22 gennaio del 2010, giorno dell'assegnazione dell'onorificenza 'Eroi dell'Olocausto', da parte del premier inglese dell'epoca Gordon Brown. Denis Avey era stato incluso tra i ventisette inglesi che si potevano fregiare di quella medaglia d'argento 'per i servigi resi all'umanità'.
Sembrerebbe di essere davanti a un classico caso di piano B. Nel decennio in cui si teorizza lo scontro di civiltà e la guerra al “terrore”, una famiglia fiorentina profondamente cristiana (padre, madre e figlia sui vent'anni) decide di abbandonare l'Italia e di andarsene a vivere in un paese la cui popolazione è al 90% musulmana sunnita: la Turchia. Per di più, scelgono di andare a vivere nell'est di questo paese, zona da trent'anni martoriata da un pesante e difficilmente solvibile conflitto etnico. Affatto spaventata, e anzi attratta e stimolata, la famiglia Ugolini compie questo splendido esperimento.
L'11 novembre 1975 l'Angola ha smesso di essere una colonia portoghese. L'Angola è un Paese grande almeno come un terzo dell'Europa, ma è tra i meno popolati al mondo. Il primo insediamento portoghese in Angola risale al 1573 quando Paulo Dias de Novais fondò un centro chiamato Luanda ed iniziò da lì l'esplorazione dei luoghi. Per secoli l'Angola è stata zona di rifornimento di schiavi: milioni di uomini e di donne sono stati strappati dalla loro terra e trasferiti in America o in Europa.
C’è una sorta di vuoto nella coscienza e nella memoria di noi italiani a proposito della storia della nostra penisola e personalmente me ne sono accorto per il 150° dell’Italia unita, al di là della retorica delle celebrazioni e delle ricorrenze. Sì, abbiamo studiato sui banchi di scuola quei fatti, maestre e insegnanti ci hanno insegnato della fondazione di Roma, di questo e quell’altro, di Garibaldi e dei Savoia, della dittatura e della Prima Guerra Mondiale ma la nostra conoscenza si limita spesso a un condensato di date simile a un bigino composta da poche pagine e sempre più scolorito. Perché questa premessa?
Once there was…Es war einmal…C’era una volta una guerra, che suona più o meno come “c’era una volta un califfo per un un’ora”. Il titolo è volutamente provocatorio. John Steinbeck, scrittore americano versatile e fecondo, si è cimentato con un evento drammatico, la guerra, vissuta in prima persona, in quanto inviato al fronte. Da questa esperienza sono scaturiti una serie di “pezzi”, spesso scritti nei tempi impossibili richiesti dai giornali e in situazioni affatto comode, il cui contenuto non appare invecchiato neppure di un giorno.
L’uomo, e soprattutto colui che meglio sa esprimere la propria sensibilità, fa risuonare dentro di sé l’incertezza del mondo, rivelandone le più brutali miserie e cadute. La sua discesa, sofferta quanto piena di vertigine, tocca «dolorose cose», secondo la sintesi rilkiana concepita nell’esperienza poetica, e risulta fecondata da quella prossimità al caos che nutre lo slancio del narratore. Dunque, al pari di ogni funambolo, l’artista riporta una visione al limite e, spinto da ciò che Elias Canetti ha definito «la responsabilità per la vita che si distrugge», si sente chiamato a esporla agli altri, perché chi vi assiste la possa cogliere e ricordare.
Va in scena un invalidante difetto del parlare che in questo lavoro, a causa della personalità d’eccezione che ne è colpita, acquista una speciale risonanza. La valida sceneggiatura di David Seidler dà vita a una sorta di dramma da camera che si sviluppa principalmente attorno alla “strana coppia”, composta dal duca di York (futuro Giorgio VI) e il logopedista australiano Lionel Logue, pioniere nel trattamento della balbuzie, cui si affianca, seppure in posizione più defilata, Elizabeth Bowes-Lyon, la moglie del duca, nota in seguito come regina madre.
“Vedete i segni del cambio di Potere? È accaduto e continuerà ad accadere in ogni parte del mondo. Domani, se il Potere che è al di là della linea riuscirà ad allungare la sua ombra fin qui, vedrete. A ogni cambio di Potere, giù le statue di quello precedente, via i vecchi eroi per far posto a quelli nuovi. È così che disfacciamo la storia che facciamo” [Mattioni, “Dove”, p. 41].
Quando, due anni e mezzo fa, morì il vecchio Mario Rigoni Stern, il suo amico e sodale Ferdinando Camon commentò, su “Repubblica”: “Era uno scrittore grandissimo. Aveva la grandezza che hanno i solitari. Quando sono stato presidente del Pen Club italiano è stato il primo italiano che ho candidato al Nobel: era uno scrittore classico, dalla visione lucida e dalla scrittura semplice ma potente; aveva carisma anche come uomo. Aveva un carattere buono e mite. Se ne fregava dei convegni e delle società letterarie”.
«“Cosa ti ho detto questa notte?” - diceva Brogli. “La situazione è tremenda, siamo d'accordo” - rispondeva Serri. “Ma non bisogna disperare finché siamo vivi”. La temperatura divenne meno rigida, cominciò a nevicare sui cappotti degli alpini, sulle groppe dei muli e sulle coperte dei feriti. La sosta era angosciosa, la fame mordeva tutti, i muli addentavano gli spinosi arbusti del bosco, gli uomini silenziosi guardavano con invidia le bestie pensando all'ultima distribuzione di cibo avuto a Sslawianka. “Quando ci hanno dato l'ultima galletta e scatoletta?” - chiedeva il conducente Pilon, morto di fame. “Il diciassette gennaio” - diceva il sergente Fraita. “E oggi quanti ne abbiamo, Clerici?” “Ventuno”.
"Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti, come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, dalla bestialità corrotto (….) vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù dei sapienti e de i virtuosi , e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, che, se ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno”. Così s’apre Tendo al mio fine, prosa d’arte al principio del Castello di Udine apparso a puntate su Solaria e raccolto per la prima volta nel 1934, secondo volume pubblicato dal Gadda.
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
“Restammo sulle rive della Mosella per dodici deliziosi giorni e poi, con gran dispiacere, sgomberammo. Ma avevamo imparato tutti una cosa: se i comuni soldati di qualsiasi esercito potessero riunirsi sulla riva di un fiume e discutere le cose con calma, nessuna guerra durerebbe più di una settimana” (William March, “Compagnia K”, frammento del soldato semplice Plez Yancey, p. 92).
“La candela riluce pace / nella stanza scura / una mano d'argento / la spegne; / silenzio di vento, notte senza stelle” (“Estate”, ottobre 1913). Trakl, poeta maudit austriaco classe 1887, borghese, malinconico figlio di madre neuropatica e consumatrice d'oppio, fu farmacista, artista e ufficiale al fronte, nella Prima Guerra Mondiale. Pacifista andato in guerra forse per autodistruzione, perse la testa nel settembre 1917 quando, durante la battaglia di Grodek, dovette “provvedere senza mezzi a novanta feriti gravi, in un granaio circondato da cadaveri di contadini ruteni impiccati agli alberi”, in Galizia. Un mese più tardi si suicidò. Overdose di cocaina.
"La mia generazione" – è l'esordio di Ugo Intini – "è cresciuta così. Prima sotto le bombe, nell'Italia della guerra mondiale; poi in mezzo alla guerra civile; poi nell'Italia della ricostruzione". Questi tre periodi Intini li racconta via flash di memoria, perché "il flash della memoria fotografa il particolare, certo, non l'insieme: ma un particolare legato alla propria esperienza personale, del quale perciò si può essere assolutamente sicuri". La storiografia, invece, quando per ragioni ideologiche, quando per rispetto dell'egemonia dominante, tende a deformare e cancellare i particolari (p. 11). Periodicamente. Ecco spiegata la voglia di raccontare il proprio passato senza vestire i panni dello storico. Intini preferisce essere un vecchio bambino.
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