“The Treatment” è il secondo album del gruppo romano Soul of the Cave composto da Paolo Boni (chitarra), Giovanni De Sanctis (basso e voci), Giacomo Serri (chitarra e voci) più Flavio Gamboni alla batteria, prodotto da Adriano Angelini e che arriva a distanza di quattro anni di distanza dal precedente “Asphalt”.
[seconda parte dell'intervista a Tommaso Pincio. La prima si può recuperare consultando questa pagina. Buona lettura]
“Un grido si avvicina, attraversando il cielo. E’ già successo prima, però niente di paragonabile ad esso” così si apre “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon e così è stato per me scoprire Tommaso Pincio. Un’emozione indescrivibile, una gioia pura, un invito a continuare a scrivere, a leggere, a vivere. Sfidando la mia naturale ritrosia ai contatti con gli scrittori e alle interviste e sfidando la solitudine di Tommaso, è uscita questa intervista che spero offra spunti interessanti a tutti voi.
“E c'era forse un buco più grigio di Aberdeen al mondo? Non faceva che piovere da quelle parti, veniva giù acqua come tagliavano alberi. Che a parte la pioggia era l'unica cosa che ti poteva venire in mente di dire su quel fantasma di città” (p. 8). Pioveva tutte le notti. Diceva Kurt che l’America era piena di cittadine come Aberdeen. Krist Novoselic spiegava meglio: “In tutto il mondo, davvero. Piccoli posti isolati con una specie di coscienza collettiva: la gente tira avanti e non sa assolutamente che cosa stia succedendo nel mondo, nella vita… in ogni campo”.
Diceva Kurt che l’America era piena di cittadine come Aberdeen. Krist Novoselic spiegava meglio: “In tutto il mondo, davvero. Piccoli posti isolati con una specie di coscienza collettiva: la gente tira avanti e non sa assolutamente che cosa stia succedendo nel mondo, nella vita… in ogni campo” (p. 110).
Accomodati.
Pensa ed immagina. Fumo ed alcool. Camere scure. Poca luce.
2004. Secondo album. Alle spalle, il promettente esordio, “Chat & Business”. Da Londra. Due ragazze e due ragazzi. “Modern Apprentice” non è un capolavoro ma risponde appieno alle aspettative. Perché è rock’n’roll allo stato brado, distorto e rozzo. Diretto, senza fronzoli; e ha un impatto sonoro davvero notevole.
Uno strano miscuglio tra grunge, punk e Sonic Youth (con la dovuta cautela).
Play.
Alice in Chains: una delle band storiche del grunge, anima dell’onda rock degli anni Novanta di Seattle, e, paradossalmente, una delle meno apprezzate da quanti, in Europa, s’erano concentrati esclusivamente sui Nirvana e sulla loro antitesi (a voler dar retta a Cobain): i Pearl Jam. È un peccato, perché gli Alice di Layne Staley incarnano e sintetizzano, nei due EP che presento in queste brevi paginette, l’aspetto più malinconico e introspettivo d’un movimento ritenuto dai più semplicemente furioso, iconoclasta e nichilista.
Commenti recenti
11 ore 36 min fa
11 ore 37 min fa
12 ore 51 min fa
12 ore 52 min fa
14 ore 8 min fa
15 ore 39 min fa
16 ore 2 min fa
16 ore 7 min fa
19 ore 17 min fa
19 ore 20 min fa