“Tanto tempo fa, l'Anatolia faceva parte dell'Impero Bizantino, abitata dalle genti greche e armene dell'epoca. Nel 1381 questa terra fu conquistata dai turchi, e da quel giorno greci e armeni sono stati minoranze, soggette ai conquistatori maomettani”. E la storia raccontata dal regista e scrittore Elias Kazanjoglou, alias Elia Kazan (nato a Costantinopoli da una famiglia di Cesarea, Cappadocia – oggi Kayseri, Turchia – nel 1909) ha inizio qualche secolo più tardi, nel 1898.
"Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l'avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l'occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze".
Una grazia sconfinata, una grande semplicità, uno stile inconfondibile: queste le tre caratteristiche principe delle microbiografie scritte dalla bizantinista Silvia Ronchey, fautrice di un approccio originale, fiabesco e seducente alle vite di letterati, filosofi, poeti e santi, madri padri e padrini della nostra civiltà. “Il guscio della tartaruga” [Nottetempo, 2009] è un mosaico composto da sessantacinque argomenti diversi; è la storia di tante storie, scritta rispettando la lezione degli enciclopedisti e degli agiografi bizantini: sa essere evocativa in poche battute, sa scolpire il passato con lucidità e consapevolezza, sa affascinare e sa insegnare con deliziosa naturalezza.
“Alla fine, dalla valigia, aveva tirato fuori un libro. Era un vecchio romanzo, 'La maschera di Dimitrios' di Eric Ambler, un autore che a lui era sempre piaciuto. Il romanzo cominciava con una frase alla quale sarebbe tornato più avanti nel tempo, quando Soula, da sconosciuta con la quale aveva scambiato solo poche battute all'aeroporto di Atene, sarebbe diventata la sua donna, lì in Grecia. La frase è: 'Un francese di nome Chamfort disse una volta che il 'caso' si identifica con la provvidenza'” (Zandel, “Il fratello greco”, p. 39)
Errico è un dirigente d’azienda con una carriera rispettabile. Improvvisamente il suo datore di lavoro decide di metterlo da parte. A cinquant’anni la sua vita cambia. Si ritrova a fare i conti con una realtà che stravolge le sue abitudini esistenziali e professionali. Complice le buone intenzioni di sua moglie, Errico decide di inseguire il suo passato e di partire alla ricerca delle verità nascoste che riguardano suo padre. I buchi neri della memoria lo portano sull’Isola greca di Kos. Qui Errico scoprirà qualcosa che cambierà definitivamente il corso della sua esistenza.
«“Cosa ti ho detto questa notte?” - diceva Brogli. “La situazione è tremenda, siamo d'accordo” - rispondeva Serri. “Ma non bisogna disperare finché siamo vivi”. La temperatura divenne meno rigida, cominciò a nevicare sui cappotti degli alpini, sulle groppe dei muli e sulle coperte dei feriti. La sosta era angosciosa, la fame mordeva tutti, i muli addentavano gli spinosi arbusti del bosco, gli uomini silenziosi guardavano con invidia le bestie pensando all'ultima distribuzione di cibo avuto a Sslawianka. “Quando ci hanno dato l'ultima galletta e scatoletta?” - chiedeva il conducente Pilon, morto di fame. “Il diciassette gennaio” - diceva il sergente Fraita. “E oggi quanti ne abbiamo, Clerici?” “Ventuno”.
Questo libro nasce da una domanda: “Ha senso dirsi 'democratico'? Se no, perché?
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
Diego Zandel, fiumano-romano, innamorato della Grecia come di sua moglie, è una delle più belle voci della cultura giuliano-dalmata del secondo Novecento. Racconta le terre perdute negli anni atroci della Seconda Guerra Mondiale con la nostalgia di chi sa d'essere stato sradicato forse per sempre dal mare e dalle case degli antenati, ma non dalla loro cultura e dalla loro identità. Sa farlo senza mai cedere all'odio etnico – cosa impossibile per tutti noi che di lì veniamo, composti come siamo di tante etnie diverse – e all'odio politico – cosa meno facile, soprattutto una volta; è un artista, piuttosto, votato alla pacificazione, alla conciliazione delle memorie e delle storie, nel rispetto della verità storica e dell'armoniosa dialettica tra i popoli.
“Infanzia è una corruzione di Ninfanzia: periodo della vita che l’uomo consuma sotto l’autorità di Anzia, ninfa delle primizie. (Anzia da «ante», prima)” (pag.573). Come si annuncia in prefazione, questa è la storia di un uomo “nato” sotto il sole di Atene che vivrà la maggior parte dell’infanzia e dell’adolescenza in mezzo all’aristocrazia europea e, da gregario qual era inizialmente, arriverà a rifiutarne integralmente l’abnorme ipocrisia. Dalla nascita di Nivasio, come per ogni bambino nato in Grecia, ci si aspettava il grido benaugurale della civetta, l’uccello che preannunciava la dea Minerva, svegliata per l’occasione dal sonno eterno.
Alberto de Chirico nacque in Grecia, ma successivamente alla morte del padre, la famiglia decise di tornare in Italia e poi di recarsi in Germania, per dar modo al piccolo di casa di continuare gli studi musicali a cui dedicò la prima parte della sua vita. Tra il 1910 ed il 1914, Alberto visse a Parigi, dove lo seguirono la madre ed il fratello Giorgio. Alberto, in quegli anni maturò la decisione di lasciare l’attività di musicista per una ricerca sperimentale del nuovo su cui far convergere la letteratura e la pittura, al di fuori di qualsiasi schema o genere.
L’alchimia delle spezie
“Ho imparato i primi segreti delle spezie nella bottega del nonno sulle rive orientali del Bosforo. Per imparare i segreti della nostra cucina bisogna partire dalle spezie. A volta bisogna usare quelle sbagliate per ottenere l’effetto desiderato. Il cumino è forte ed aggredisce, induce le persone a chiudersi. Lo zenzero è delicato e pungente, spinge a guardarsi negli occhi”
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