"Un artista è sempre insoddisfatto. Perché ricerca la perfezione. Ed è solo alla fine della sua vita che potrà rendersi conto del reale valore di ciò che ha realizzato” (pag.64).
Bastian Vivès è uno dei talenti del fumetto internazionale, una sorta di enfant prodige visto il livello e gli apprezzamenti conquistati fin dalla giovane età, è del 1984, e con ormai alle spalle una carriera ormai più che consolidata.
Si può provare un’angosciante forma di angosciante empatia per un uomo sgradevole e ripugnante come il “Wilson”, protagonista assoluto dell’omonima graphic novel, la prima non uscita a puntate, dell’artista statunitense Daniel Clowes, noto probabilmente ai più per “Ghost World” ma autore anche di altre splendide opere come “David Boring” o “Ice Haven”?
"Nella Spagna del 1957, quello del fumettista era un impiego. Non erano artisti, ma operai della vignetta. Guadagnavano un tanto a pagina, o a vignetta, lavoravano a cottimo seguendo modelli prestabiliti e inamovibili. Rinunciavano agli originali e ai diritti d’autore in cambio dei soldi. Sopravvivevano. Alcuni addirittura vivevano: chi iniziava a collaborare con case editrici straniere e i membri del vivaio di Bruguera, che firmavano contratti con i quali cedevano la proprietà sul loro lavoro, in cambio di uno stipendio annuale spesso più che dignitoso. Tutti loro dovevano sacrificare famiglia e svaghi, e restare incatenati alle loro scrivanie. Sopravvivendo o vivendo nel precariato.
“L’Uomo Bonsai", graphic novel del francese Fred Bernard, coi colori di Delphine Chédru, è un’opera che si rifà, senza mai essere eccessivamente citazionista, alla tradizione delle storie di pirati, marinai, indigeni tagliatori di teste, isole del tesoro, balene, mostri marini, tifoni, naufragi, vascelli volanti rese celebri fra gli altri dai vari Hermann Melville, Robert Louis Stevenson, Emilio Salgari, Joseph Conrad, Jack London, Hugo Pratt (a cui a mio avviso le tavole di questo volume devono molto) o ascoltate, in versioni magari ancora più eccitanti, in qualche bettola di mare da personaggi improbabili che non si riesce mai a comprendere quanto stiano prendendo per i fondelli l’uditorio radunatosi lentamente intorno ad
"Quartieri è una storia corale che nasce dall'esigenza di raccontare la vita comune, quella che la maggior parte delle persone vivono (o sono costrette a vivere) ogni giorno. Non c'è un protagonista unico, ma un microcosmo di gente che corre dietro a sogni, speranze e, a volte, anche illusioni, sempre però restando aggrappati a quella vita che ci fa ridere e piangere allo stesso tempo", scrive nell'introduzione Andrea Laprovitera, autore del soggetto e della sceneggiatura del graphic novel "Quartiere" disegnato magistralmente da Niccolò Storai e in queste parole è racchiusa la delicata bellezza di quest'opera che sfugge al consueto ritratto a tinte fosche della vita nei quartieri a cui ci siamo assuefatti.
In occasione del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia si stanno moltiplicando le uscite di saggi, romanzi e film ad essa dedicati. Molti di essi non sono altro che prodotti seriali di chi sfrutta abilmente l’occasione per aumentare i propri introiti, altri invece (penso al film di Mario Martone “Noi credevamo” o al saggio dedicato ai briganti di Giordano Bruno Guerri) appaiono come dei validi o quantomeno interessanti contributi al dibattito su uno dei periodi storici maggiormente ingessati dalla retorica patriottarda e anche più dimenticati e meno trattati dagli autori.
Inaugura la collana Strisce della Excelsior1881 una graphic novel dedicata a una delle figure più carismatiche, eccentriche e imprevedibili della scena artistica europea tra le due guerre: Kiki de Montparnasse, di cui la casa editrice milanese ha già pubblicato le memorie nella versione integrale (Kiki de Montparnasse, Infinitamente prezioso. Ricordi ritrovati, 2007).
Nell’immaginario occidentale la Russia è una presenza stabile, seppure velata inesorabilmente dalle luci e dalle ombre del mito. Tra Ottocento e Novecento, agli occhi dell’opinione pubblica colta rappresentava in Europa l’emblema della “terra di mezzo”. Il luogo dove la cultura occidentale, che a San Pietroburgo celebrava ancora una delle sue capitali, trascolorava nella barbarie delle steppe asiatiche e negli istituti feudali di immense campagne. Il Paese di Dostoevskij e Turgenev era lo stesso dell’autocrazia zarista, che nell’Europa delle fabbriche e delle prime conquiste sindacali non dava segno di voler abrogare la servitù della gleba.
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