Ventisette prose, tra racconti ed esercizi di stile, a firma Giani Stuparich, originariamente apparse per Garzanti nel 1942 e quindi, per la seconda e sin qua ultima volta, sempre per Garzanti ma nel dopoguerra, nel 1950. Ventisette racconti, prometteva il vecchio segnalibro Garzanti, superstite tra le mie mani nel 2011, in cui è facile scoprire “come un senso di pace, un'inimitabile armonia che par fatta di silenzi, un amore profondo – si potrebbe dire reverente, grato – alla natura, quasi una nostalgia di solitudini, di contemplazione”.
“Amo il frammento del ricordo, la parola che illumina, il rigo ritrovato, la parola che, sbiadita, più non si legge e deve essere interpretata. Amo il vecchio che stenta nel racconto ma che pure mi disegna un sentiero. Amo la parola colta al volo, il ritaglio di giornale sbucato fuori, una fotografia con uno sguardo che già contiene mille pagine da scrivere. Amo il vagabondare lirico, senza efficienze e neppure comodità, e soprattutto il passo in solitaria quando si sa che può accadere un agguato, ma che proprio da un agguato può sorgere il miracolo di una parola, di una frase. Mi sento senza presunzione un frate stordito dal chiasso del mondo [...]” (Acitelli, “Sulla strada del padre”, p. 127].
Il Festival Internazionale del Film di Roma ha aperto le proiezioni, dopo aver omaggiato Ugo Tognazzi, con un interessante film del regista bavarese Sam Garbarski (già regista di Irina Palm), una coproduzione franco-belga-lussemburghese in concorso nella sezione “Alice nelle città”. Quartier Lointain è un’opera dal retrogusto fiabesco, che parte da uno spunto dolcemente nostalgico centrato sui ricordi infantili e sull’immaginaria possibilità di correggere il passato per evitare il dolore e la perdita.
My heart is broke but I have some glue / Help me inhale and mend it with you / We'll float around and hang out on clouds / Then we'll come down and I have a hangover, have a hangover/ Have a hangover, have a hangover. Dumb, Nirvana.
"Intanto, poco per volta, lentamente, stavo cambiando pelle, e gradualmente diventai un giovanotto in tutto e per tutto. Una fotografia scattata a quel tempo mostra un ossuto, alto contadinotto in scadenti abiti di scolaretto, dagli occhi smorti e dalle rustiche membra immature. Solamente la testa mostrava un po' di sicurezza e di precocità. Con una specie di stupore mi vedevo smettere le maniere proprie dell'adolescenza e attendevo, con oscuro presentimento di gioia, il tempo dell'Università[...]" (Hesse, "Peter Camenzind", cap. II)
“Gioventù che muore”, romanzo breve datato 1949, è il sentiero scelto da Giovanni Comisso (1895-1969) per trasfigurare l'esperienza e la sorte d'una generazione di giovani italiani, protagonista degli anni dolorosi e tristi della Seconda Guerra Mondiale e della guerra civile. È un sentiero pieno di sentimento e di innocenza, caratterizzato da una capacità non comune di aderire all'incoscienza dei poco più che adolescenti, innervato da una discreta letterarietà e da una buona capacità descrittiva.
“Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, scriveva Barrie in “Peter Pan”; forse perché, come cantava un poeta romano, giovanissimo, negli anni Settanta, “Ferirsi non è possibile / morire meno che mai / e poi mai” (“Pezzi di vetro”, 1975).
“Ora la vecchiaia è qui. Mi circonda. Mi assedia. Guardo la mia mano. Non ci sono ancora le macchie che deturpano la pelle dei vecchi. Il sangue pulsa generosamente nelle vene. Nulla di veramente essenziale mi è, per il momento, impedito. Ma come Antonius Blok, il Cavaliere del Settimo sigillo, io so che sto giocando a scacchi con la Morte. E che siamo alle ultime mosse”. (p.25).
“La bella estate”, pubblicato nel 1949, contiene tre romanzi brevi: “La bella estate” intitolato originariamente “La tenda” scritto nel 1940, “Il diavolo sulle colline” (1948) e “Tra donne sole” (1949).
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