Dopo la traduzione Sellerio del 2002, esce nella medesima versione di Elena Rolla ma presso i tipi de lanuovafrontiera (benemerita casa specializzata in letteratura sudamericana) un classico del giornalismo investigativo e in un certo senso, da chiarire, “letterario”.
Con l'espressione “delitto d'onore” si intende un delitto in cui, nove volte su dieci, la vittima è una donna e il carnefice è un uomo membro della medesima famiglia. Figlie, sorelle, persino madri uccise per essere incorse in comportamenti ritenuti socialmente indegni, che “macchiano” l'onore e la rispettabilità di una famiglia. Macchie che si pretende di lavare col sangue, infilandosi in un tunnel in cui si perdono sia il futuro, sia l'onore. A ben vedere il delitto d'onore ha due vittime concrete, l'ucciso e l'uccisore, e un mandante virtualmente astratto, ma socialmente concretissimo: l'onore.
“Ve lo avevo detto” è un titolo probabilmente fuorviante, come se l’autore di questa raccolta di articoli, Indro Montanelli, sia stato un autentico profeta ed avesse da subito compreso la personalità del suo ex editore.
Sono sempre più numerosi in libreria i saggi che hanno come tema il mondo di internet. Analisi sociologiche, psicologiche, manuali, libri tecnici o meno tecnici, ce n’è per tutti i gusti. Ed è difficile orientarsi tra tutte queste pubblicazioni, così come spesso è difficile trovare una voce originale, qualcuno che si imponga per la forza delle sue tesi.
Partiamo dalla fine, se si può considerarla fine, del disastro avvenuto nell’aprile del 2010 in seguito ad un incidente a bordo della Deepwater Horizon, una piattaforma di perforazione della BP situata al largo delle coste statunitensi nel Golfo del Messico.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Gran bel libro, "Nel silenzio un canto" di Nevio Casadio. Storie di ingiustizie, dolori e riscatti, questo il sottotitolo esplicativo, edito per Marsilio, è un volume di reportage giornalistici scritti da un inviato di quelli veri, che vedono la professione come una missione; che osservano con attenzione il mondo e la società che ci sta intorno, riflettono e poi scrivono Reportage con la R maiuscola.
Dopo tanti anni come inviato speciale per la televisione, per forza di cose ci sono episodi, incontri, storie che rimangono più che mai presenti nella memoria e rappresentano al meglio il significato del proprio mestiere. In tempo di velinari e zelanti operatori nel campo della disinformazione di massa fa sempre piacere leggere delle cronache che ti riportano con i piedi in terra e mostrano la realtà così com’è; anche nella sua veste più tragica e priva di consolazioni.
Il titolo del libro potrebbe far pensare a qualcosa più di un pamphlet, magari una sorta di manuale ad uso degli “adbusters” e di quei “casseurs de pub”, che negano ogni legittimazione alla pubblicità e la vogliono in qualche modo distruggere.
Memorie di un autore tv e di un giornalista d'inchiesta caro a Sergio Zavoli ed Enzo Biagi: uno che sembra consacrato alla sua professione con una dedizione incrollabile, uno che vive ogni reportage come una battaglia per restituire verità, luce e giustizia a chi vive nell'ombra, da vittima dell'arroganza e delle prepotenze. Uno che non ha dimenticato affatto cosa il giornalismo d'inchiesta sia. Quello vero. La bella notizia è che Nevio Casadio esiste, e non è una creatura letteraria: Casadio si direbbe uno dei pochi grandi esempi superstiti del giornalismo televisivo d'una volta, etico e onesto: un esempio capace di fronteggiare, con dignità e orgoglio, la volgarità, la grettezza e la mediocrità del circo catodico forzista.
«Dino ogni mattina – ricorda la moglie Almerina - usciva di casa alla stessa ora e si recava al giornale a piedi. Dalle otto alle venti era impegnato al “Corriere”. Di sera, a casa, sia che fossimo soli, sia che fossimo in compagnia di amici, aveva l’abitudine di scrivere. Seduto sul divano col taccuino tra le ginocchia riempiva fogli e fogli. Scriveva o disegnava, sempre, ogni sera. A volte, mentre scriveva, dava l’impressione di essere in un suo mondo, assorto in un atto liberatorio» (p. IX).
Pietro Calabrese non è stato un giornalista qualunque. Uomo colto che non amava mettersi in mostra, come fanno molti colleghi, con trombonesca erudizione. Apriva il suo bagaglio di conoscenza per comunicare ai lettori forti emozioni. Era un giornalista vecchio stampo che sfoderava l’arma dell’emozione per raccontare con straordinaria imparzialità il proprio tempo.
Negli articoli di Calabrese non si buttava niente. Da giornalista di razza riusciva a catturare l’attenzione dei suoi lettori, che lo apprezzavano per l’ironia e la lungimiranza delle sue analisi. Pietro non si sottraeva alle critiche e al confronto serrato. Amava con grande passione il suo mestiere e scriveva soprattutto per i suoi lettori, con i quali aveva un filo diretto.
14.9.2010, la Corte europea dei diritti umani dichiara la Turchia colpevole di violazione della libertà d'espressione e di mancata protezione della vita del giornalista Hrant Dink. Lo stato dovrà risarcire la famiglia con una somma pari a 105.000 euro, mentre il ministro degli esteri turco Davutoğlu ha dichiarato che la Turchia accetterà la sentenza e non condurrà il caso in appello. La difesa della Turchia presso la corte europea aveva assunto dei contorni imbarazzanti per lo stato, dopo che il legale incaricato della difesa aveva tracciato dei paralleli fra il caso Dink e un caso tedesco in cui si era processato un neo-nazista, costringendo il ministro suddetto a svariate capriole retoriche per dissociarsi. Ma chi era Hrant Dink?
Oggi sappiamo praticamente tutto sui campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e dei colpevoli, eppure leggere “L’inferno di Treblinka” di Vasilij Grossman riesce a scuotere anche chi su quell’abominio ha visto e letto molto. Un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
Commenti recenti
3 min 3 sec fa
2 ore 19 min fa
2 ore 29 min fa
2 ore 36 min fa
2 ore 46 min fa
3 ore 35 min fa
4 ore 3 sec fa
4 ore 12 sec fa
4 ore 40 min fa
5 ore 25 min fa