“La sapete una cosa? Da trent'anni faccio l'allenatore e vi dico che è questo il senso del calcio. Noi non siamo capaci di giocare a calcio. L'uomo non è fatto per il calcio. Un calciatore è condannato al fallimento. E un allenatore di calcio lo è a maggior ragione, se per anni al suo gruppo – pulcini, esordienti, giovanissimi, allievi, juniores fino a farli diventare uomini – vuole insegnare qualcosa che non potranno mai fare perché non lo sapranno mai fare. Solo che per ora nessuno l'ha capito. Perché il fatto che tentiamo di fare cose che tanto non sappiamo fare rientra nella normalità. Non ci troviamo niente di strano a occuparci di cose inutili, per ore e ore, per mesi, per una vita intera...”
Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè?
In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell'Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di “C'era una volta il Muro” di Matteo Tacconi, giornalista (“Limes”, “Europa”) e scrittore (“Kosovo”, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.
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Commedia brillante e intelligente come poche negli ultimi anni, "Good Bye Lenin!" del regista tedesco Wolfgang Beckern si inserisce in quel filone soprattutto anglosassone di commedie dal budget irrisorio (tanto per citarne un paio: "Full monty", "Billy Elliot"), dai pochi mezzi che uniscono però ottime idee, passione e umiltà, riuscendo a far riflettere lo spettatore grazie ai numerosi spunti degni d’attenzione.
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