Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido.
Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
“12 gen. Caro Harold, ho molto freddo. gli uccelli hanno fatto tanto chiasso oggi che hanno cacciato via il sole. è ancora buio tanto buio che me lo sento nello stomaco. e ho tanto freddo nelle ossa perché il sole non è sorto. vorrei che sorgesse e facesse caldo. non mi piace tanto freddo.”
Spiegare ai tedeschi che le mafie hanno messo radici da anni nella loro terra è un compito arduo. Soprattutto se la stragrande maggioranza dei tedeschi continua a ritenere che la mafia sia lontana anni luce dalla Germania. Ecco perché la missione di Petra Reski non è affatto semplice. E' più che evidente che l'intraprendente ed acuta giornalista e scrittrice, corrispondente culturale per diverse testate, abbia scritto questo libro per illuminare i suoi connazionali.
Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee. Ma il naufragio del giovane scrittore svedese, nel quale è riflessa l’impressionante deriva di un’intera generazione amputata dalla guerra, non ha a che fare con il disincanto politico, almeno non solo con questo. Si tratta piuttosto in lui di uno scollamento dall’ideale, e dunque dal percorso artistico che ne è originato, il cui repentino affiorare tocca nodi irrisolti della sua personalità, come del resto ammette in alcune prose appartenenti all’ultimo periodo di attività e pubblicate postume.
C’è una scena del film “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler” diretto da Oliver Hirschbiegel, con uno straordinario Bruno Ganz nelle vesti del Furher, che mi è rimasta impressa visione dopo visione ed è quella che ritrae Adolf Hitler in compagnia di Albert Speer che ammirano il plastico della nuova Berlino, la futura Germania, mentre fuori dalle finestre la città è completamente in rovina, ridotta ad un cumulo di macerie. La guerra è definitivamente persa ma Hitler continua a credere che quel sogno sia ancora realizzabile. Follia che si mescola all’idiozia ma anche qualcosa di diverso, qualcosa che sfiora il nucleo più profondo di un sogno irrealizzabile. Quello di un’idea fondata sulla morte.
Vibrazioni di una metropoli. Metamorfosi al nero, scandita dagli ambienti della tecno. Gradazioni e risonanze fotografate dalla notte all’alba, intenso lirismo di una città al risveglio. Ritmo della capitale confuso alla sinfonia elettronica di un corpo urbano e umano in continuo movimento.
Il romanzo d'esordio di Jaroslav Rudiš si beve tutto d'un fiato, una di quelle opere prime che rivelano freschezza ed ironia sin dal titolo. Le pagine de "Il cielo sotto Berlino" si leggono come un disco punk scanzonato e lo-fi, ma si vivono con un retrogusto più pop ed eighties, un po' alla Nouvelle Vague. Rudiš, classe 1972, sceneggiatore, giornalista e drammaturgo, propone una Berlino in jeans strappati e t-shirt dei Die Toten Hosen. Voce narrante è Petr, giovane insegnante praghese che scappa a Berlino nel canonico inseguimento dei propri sogni rockettari.
Persio Nesti (1909-1969), letterato pratese, allievo di Giovanni Gentile alla Normale di Pisa, insegnò in diverse piccole università europee e a Firenze. Saggista, traduttore dal tedesco e dal serbocroato, come narratore pubblicò novelle, romanzi per ragazzi, memoir di guerra: larga parte della sua produzione narrativa è tuttavia rimasta inedita, ed è attualmente conservata presso la Biblioteca dell'Agenzia per il Turismo di Prato.
Gli anni che visse l'Europa dopo la fine della Prima Guerra Mondiale furono anni di enormi tensioni sociali, di sconvolgimenti e rivoluzioni che di lì a vent'anni l'avrebbero nuovamente travolta spingendola fra le fauci di un nuovo conflitto mondiale. Alcuni imperi si erano dissolti e gli stati sorti sulle loro ceneri erano costretti a subire le dure condizioni inflitte dai vittoriosi, la rivoluzione aveva travolto in Russia lo zar e ovunque nascevano focolai di nuove rivoluzioni, con una pandemica crisi economica spaventosa che riduceva allo stremo le popolazioni già vessate dalle conseguenze del conflitto.
“La sapete una cosa? Da trent'anni faccio l'allenatore e vi dico che è questo il senso del calcio. Noi non siamo capaci di giocare a calcio. L'uomo non è fatto per il calcio. Un calciatore è condannato al fallimento. E un allenatore di calcio lo è a maggior ragione, se per anni al suo gruppo – pulcini, esordienti, giovanissimi, allievi, juniores fino a farli diventare uomini – vuole insegnare qualcosa che non potranno mai fare perché non lo sapranno mai fare. Solo che per ora nessuno l'ha capito. Perché il fatto che tentiamo di fare cose che tanto non sappiamo fare rientra nella normalità. Non ci troviamo niente di strano a occuparci di cose inutili, per ore e ore, per mesi, per una vita intera...”
Il XX secolo é spesso stato chiamato “il secolo dei genocidi”: lo hanno tristemente caratterizzato il genocidio degli armeni, seguito dalla tragedia del Holodomor, dall'olocausto, dai Gulag, dal massacro di Katyn, senza dimenticare le diverse stragi avvenute in Cambogia e più di recente, nella Ex-Yugoslavia e in Rwanda.
Questo crimine non è una novità del novecento; era una pratica già diffusa molto tempo prima, ad esempio durante la colonizzazione dell'America, dove il 90% dei 80 milioni di indigeni furono sterminati senza dimenticare il dramma del colonialismo (Africa, Indonesia,...).
Genocidio: una definizione tardiva:
Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè?
Magris ha scritto che questo romanzo è un piccolo gioiello che può appassionare lettori molto diversi tra loro: lo studioso che va a scoprire la storia degli attriti nazionalistici tra sloveni e austriaci nella Krajna, e del successivo ingiusto esilio degli austriaci, e il profano che va ad appassionarsi alla storia della famiglia dell'autore e a tutti i suoi intrecci storico-politici, come se si trattasse d'un giallo.
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