Da ormai almeno un secolo, l'ossessione del popolo curdo è la frontiera. Nel caso specifico le frontiere (5): quelle che si interpongono alle sovranità territoriali di Iran, Iraq, Siria e Turchia. Lo stesso per gli abitanti della diaspora, che la frontiera la astraggono, la sublimano e ne fanno un sentimento: l'esilio. La frontiera può servire a definire un luogo, un'identità. Ma serve anche a dividere e ad allontanare. Se spacca un popolo in quattro porzioni ineguali, la frontiera è uno strumento di guerra e di governo, secondo il vecchio adagio latino divide et impera. È la premessa delle pratiche assimilatorie.
Erano anni che gli appassionati li attendevano su questi sentieri mitici e polverosi, la dove finisce la frontiera e comincia il nuovo mondo, nel tempo in cui l’America puritana comincia a respirare lo spirito libertario e i cavalieri senza nome, vecchi e stanchi dopo le tante battaglie sostenute, si dileguano all’orizzonte lasciando che si disperda l’eco delle loro imprese avventurose. Al western mancavano i Coen, e ai Coen mancava il western. Ecco allora che arriva Il Grinta, rilettura molto fedele del romanzo True Grit, di Charles Portis, uscito a puntate per la prima volta nel 1968 sul Saturday Evening Post.
“Per la gente di qua e di là è come se non ci fosse: il nascere, il vivere e il morire insieme, da queste parti, è un modo d'essere che si perde nella notte dei tempi. I confini hanno importanza solo sulle strade, dove ci sono le sbarre e le guardie messe lì a curare degli interessi”. Figuriamoci quando la guerra è finita e ancora non s'è deciso tecnicamente dove mettere un nuovo confine: allora è possibile prendere e spostarlo in qua o in là, con allegra disinvoltura. “Pare che si possa compiere questo e altro, contro chi, come noi, ha perso una guerra”: soprattutto se il confine è stato messo su alla buona, con quattro paletti di legno.
“L'esodo fa parte della storia del nostro Paese. Come fanno parte della nostra storia, rispetto a questo specifico problema, le responsabilità di quanti nell'immediato dopoguerra mostrarono una preconcetta ostilità contro i profughi, ritenendoli solo una massa di fascisti in fuga da chissà quale paradiso socialista. Invece erano in gran parte italiani e per lo più povera gente, vittima di una politica di annessione che aveva tra i suoi primi scopi quello, come diceva Milovan Gilas, di 'indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo' dall'Istria” (Diego Zandel).
Nelle pagine di Ara e di Magris, trascorsi ora più di vent’anni, troviamo una guida dallo smalto intatto, un osservatorio ancora generoso sullo spettacolo – misero, splendido – della letteratura di Trieste, e della sua storia. Abisso quella storia lo è per la sua letteratura, ma anche viceversa, l’una e l’altra essendo alfa e omega della stessa antinomia. Presumibilmente, qui è Magris che ne svela la consistenza: quando nell’ultimo capitolo, nello sforzo magnifico di ribadirne l’indicibilità, pure la dice «di carta».
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