“Hey Mom, Where’s Timbuktu?” il terzo album degli svizzeri ticinesi Kovlo si apre e si chiude con un inserto vocale tratto da Apocalypse Now ed è un’atmosfera da apocalisse quella che si respira lungo le sei tracce che lo compongono. Post-rock all’ennesima potenza ma mai di maniera e sempre attento a cercare lievi spostamenti nelle partiture musicali ma soprattutto ad emozionare, a colpire il cuore.
Assistendo al quotidiano spettacolo messo in scena dai mezzi d'informazione viene da chiedersi se l'Africa (ma questo vale anche per l'Asia e l'America Latina) esista ancora fisicamente e se il mondo in cui viviamo sia realmente ancora quello rintracciabile su un Atlante Geografico.
“A me non interessa quello che dicono. Io voglio solo un bel nastro ricco”. Harry Caul lo sa. Come Amleto, archetipo dell’eroe moderno, Harry ha bevuto il senso della nostra epoca. La sua catatonia, per dirla alla Baudrillard, è il risultato di quell’overdose di immagini e suoni che ha annientato le nostre percezioni. Non esiste più una realtà facilmente interpretabile.
"A Don Vito Corleone tutti si rivolgevano per aiuto senza mai venire delusi. Non faceva vane promesse e neppure avanzava scuse vili di aver le mani legate da forze più potenti. Non era necessario che fosse amico, e neppure avere i mezzi con cui ripagarlo. Una sola cosa era fondamentale. Che il supplicante, lui, lui stesso, proclamasse la sua amicizia. E allora, non aveva importanza quanto povero o quanto debole fosse, Don Corleone avrebbe preso a cuore i guai di quell'uomo. Nulla avrebbe lasciato di intentato per risolverne il caso. La sua ricompensa? Amicizia, il rispettoso titolo di 'Don' e qualche volta il più affettuoso omaggio di 'Padrino'” (p. 10).
Secondo capitolo della storia della famiglia Corleone, tratta dall’omonimo e poco fortunato libro di Mario Puzo, "Il Padrino: parte II" racconta magistralmente, con una narrazione che alterna presente e passato, la nascita della famiglia attraverso la storia di Vito Andolini, divenuto Corleone per un errore burocratico al porto di New York, ragazzino costretto ad emigrare, appunto, dalla Sicilia agli Stati Uniti nel 1901, dopo che Don Francesco Ciccio, il capo mafioso del suo paese natale ha ucciso tutta la sua famiglia; ed in parallelo la vicenda personale di Michael Corleone, figlio di Vito, nel 1958, alle prese con la famiglia, tra problemi privati e difficoltà amministrative, grane con la polizia e tradimenti familiari.
Una folgore. Proprio come una folgore arriva nelle sale il nuovo film di Francis Ford Coppola, a dieci anni da L’uomo della pioggia, suo precedente lungometraggio, e come una folgore acceca. La stessa folgore con cui prende vita la storia del suo protagonista, un lampo che annienta per rigenerare, le cellule morenti come la coscienza. L’ispirazione, da cui il regista americano attinge a piene mani, arriva da un visionario ed evocativo romanzo del rumeno, storico delle religioni e studioso dello yoga e dello sciamanesimo Mircea Eliade, insieme a Dumézil e Guénon il più autorevole del Novecento.
Hank è uno sfasciacarrozze, Frannie è vetrinista in un’agenzia di viaggi. È il 4 luglio, il giorno del quinto anniversario del loro primo incontro. Ma le cose non vanno come da copione e i festeggiamenti si risolvono in fallimento, in abbandono e in tradimenti.
I due si confrontano: lei lo ha tradito in passato con il suo migliore amico, lui ha passato una notte di sesso con un’amichetta. I due si lasciano, e senza perdere tempo, nella stessa notte, Hank seduce una ballerina-acrobata, mentre Frannie si lascia conquistare da un gentiluomo che canta in un piano bar e che tira avanti facendo il cameriere.
Esistono storie che hanno la valenza dell’archetipo, le cui strutture di fondo percorrono le arti di ogni tempo (e forse di ogni luogo), variando infinite volte negli aspetti esteriori eppure restando aderenti al modello d’origine; e sono, queste, le storie che riescono a descrivere i momenti eterni, diremo così, dello spirito umano. Fra questi ultimi risultano fondamentali – al punto quasi da comprendere tutti gli altri – il gesto della ricerca e il moto di tensione insoddisfatta che vi sta alla base, i quali rimandano al carattere transitorio e incompiuto dell’esistenza come pure all’ansia, destinata a sua volta a rimanere inappagata, di captarne il senso.
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