“I due racconti di questo libro sono le facce di una stessa medaglia: vano insieme ma l'uno sarebbe sorpreso di leggere l'altro, tanto differente. Un po' di esperienza ci insegna che pari e dispari sono segnati sullo stesso dado e che il dramma e la farsa accompagnano a vicenda un personaggio indeciso o semplicemente mediocre.”
È Flaiano stesso, nell'introduzione, a fornirci la chiave di lettura di “Una e una notte”, testo del 1959 che si compone di due parti distinte eppure complementari, così come lo sono i due protagonisti da cui prendono rispettivamente il titolo.
“Il realismo mette tragici limiti a ogni finzione e, per conto suo, non raggiunge mai i propri limiti” (Flaiano, “La pietra turchina”, p. 25).
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Nei “Fogli di via Veneto” c'è più di qualche passo di straordinario interesse, a dispetto della – consueta – natura frammentaria del testo. In prima battuta, in queste pagine si può ricostruire un (piccolo, ma romantico) spaccato della vita degli artisti romani negli anni Cinquanta e Sessanta: Flaiano raccoglie tutta una serie di aneddoti (protagonisti, Maccari, Cardarelli, Fellini, Brancati), commemora le morti (Brancati, 1954; Cardarelli, 1959; Longanesi, 1957) e descrive via Veneto e Roma com'erano prima degli anni del boom.
Sessant’anni dopo il folgorante esordio letterario di Ennio Flaiano, “Tempo di uccidere”, vede la luce una nuova allegoria dell’esperienza colonialista italiana: “Ali di sabbia” di Valerio Aiolli, narratore italiano classe 1961.
“Diario notturno”, originariamente apparso assieme ad altri scritti, “appunti, aneddoti, viaggi e raccontini immaginari” sul “Mondo” di Mario Pannunzio, venne raccolto in volume per la prima volta da Bompiani nel 1956. Ammantato, a cinquant’anni di distanza dalla pubblicazione, dall’aura del gran capolavoro italiota e dissanguato da un citazionismo pulviscolare, che tende a farne – nella percezione del neofita – un magistrale libro di aforismi, è in realtà un libro così poco coerente e uniforme che davvero non riesce in altra missione non sia quella dell’intrattenimento, tradendo così, parzialmente, le sue origini.
“C’è qualcosa di guasto in questo paese”, dissi.
Pensavo al sottotenente, che anche lui “sapeva”.
“È un impero contagioso”, aggiunsi e riuscii a sorridere.
(Capitolo IV, “Piaghe molto diverse”, p. 136)
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