Affari sporchi tra Finlandia, Estonia e Carelia (una delle 21 repubbliche autonome della Federazione Russa) per il romanzo d'esordio di Matti Rönkä, mezzobusto da tiggì con il genio del genere Dekkari, file under: Krimi, file under: nero criminale. Il protagonista è "è nato e cresciuto in Unione Sovietica. Finlandese dell'Ingria da parte di padre, la famiglia materna aveva trovato rifugio in URSS durante la guerra civile. Viktor si è stabilito in Finlandia e ha assunto il cognome originale, Kärppä, che significa 'ermellino'" (pag. 10) - come recitano le ultime righe dell'utilissima nota introduttiva che ci scaraventa nell'universo careliano-ingriano, altrimenti roba cirillica per chi non respira regolarmente l'aria frizzantina dell'estremo nord-est europeo.
Ci sono Paesi, almeno per quanto mi riguarda, che non sono altro che semplici riquadri su una carta geografica. Conosco pochissimo di loro, della loro storia, della loro cultura, delle loro bellezze culturali e artistiche, anche se fanno parte dell’Europa e sono ormai facilmente raggiungibili con un volo aereo, ed è stato anche per questo motivo che ho deciso di leggere “La purga”, romanzo della scrittrice finlandese, di origine estone e classe 1977, Sofi Oksanen ambientato in Estonia. Il risvolto di copertina e gli innumerevoli premi e attestati di stima ricevuti dall’autrice sembravano far presagire qualcosa di notevole ma a lettura terminata si resta con la sensazione di aver letto un libro incompiuto.
Ma proprio tutto sulla Finlandia. La Finlandia. Cosa ci fa venire in mente la Finlandia? Tanto per cominciare Paasilinna, i fratelli Kaurismäki, la Nokia, i laghi a profusion, Rovaniemi e Babbo Bastardo Natale, le saune – anche assassine, come nel caso del campionato mondiale di quest’estate durante il quale un vecchio russo è schiattato e il campione uscente finnico per poco non si liquefaceva davanti ai nostri occhi. E ancora: gli strepitosi romanzi di Kari Hotakainen, i suoni di Sibelius, gli Architecture in Helsinki (che non sono di Helsinki e nemmeno finlandesi), le umlaut della lingua suomi come nel nome Frans Eemil Sillanpää, vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1939.
“I tempi cambiano... il secolo morente marcia verso la notte dell’avello” sospira una celebrità letteraria locale sbirciando un corteo funebre da dietro le tende del suo studio. Il caro estinto non è uno qualunque: è un ateo dei nostri giorni, l’ultimo bolscevico. In due parole, un “grande bruciachiese”. Di nome fa Asser Toropainen e le sue estreme volontà, espresse sul letto di morte in pieno periodo pasquale, sono naturalmente di istituire una fondazione funeraria ove costruire un tempio, per l’esattezza una bella chiesetta in legno con la pianta a croce. Chi volesse farsi un’idea, sfogli – come ha fatto Asser Toropainen il grande bruciachiese – l’esaustiva monografia di Esa Santakari Le chiese di legno in Finlandia.
Il popolo finnico ha smesso di adorare i suoi dei, e di consacrare loro ricchi e opportuni sacrifici: s'è fatto cristiano e ha rinnegato le sue origini. Oggi, ammettere di adorare il Dio dei cristiani implica manicomio o gravi guasti sociali. L'antico capo degli Dei è stato tollerante per parecchi secoli: adesso non ne può più d'essere trascurato, e medita di radere al suolo la Finlandia. Gli altri dèi domandano un'ultima riunione per provare a salvare il salvabile. La storia la racconta – a modo suo – il grande Arto Paasilinna. Magnificamente blasfema, satira di un'intelligenza sovrumana, “Il figlio del dio del tuono” è un'opera esemplare. È spirituale e credibile, rigenerante e solare. Vivere questo romanzo è stato folgorante.
Estate di San Giovanni, Helsinki, 1975. Un giornalista e un fotografo, depressi e delusi dalla vita, stanno tornando a casa, viaggiando indifferenti e stanchi, quando una lepre attraversa la strada. Viene investita. Il giornalista scende per curarla, laggiù, nel buio della radura dove s'è rifugiata. Il fotografo, stizzito e smanioso, lo richiama. Devono ripartire. Ma il giornalista non torna indietro. E così siamo rimasti qui, dice alla lepre, mentre la coccola e la conforta.
Stralunato, picaresco e grottesco, “Lo smemorato di Tapiola” (1991; IT, Iperborea, 2001), tenero e umanissimo romanzo dello scrittore finlandese Arto Paasilinna (1942), già padre del grande “L'anno della lepre” (1975; IT, Iperborea, 1994), è un libro destinato a fare la gioia di quei lettori in cerca di narrativa di viaggio (e quindi, come sempre, di trasformazione) atipica ed esotica; assieme, piacerà agli appassionati di questioni legate alla natura della memoria e ai problemi legati alle amnesie; infine, colpirà i lettori un po' più avanti negli anni, perché probabilmente riconosceranno nei vuoti, nelle aporie e negli irruenti recuperi del passato (dell'identità) del protagonista qualcosa di famigliare, e di proprio.
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