Immaginatevi per un attimo la situazione in cui un vostro ex compagno di studi con il quale avete condiviso lezioni, avventure sentimentali, concerti, magari anche un gruppo musicale si trasformi nel terrorista numero 1 al mondo ed immaginatevi anche di diventare voi stessi uno degli obiettivi del terrorista. Immaginatevi anche di trovarvi invischiato in una storia malatissima per cercare di fermarlo. Come vi sentireste se tutto ciò accadesse? Immaginate anche di essere una persona normale, con una famiglia, un figlio e di trovarvi sequestrato e di rischiare la morte. Riuscite a farlo?
Da Paisà a Salò e oltre è il terzo libro del professor Maurizio De Benedictis pubblicato dalla casa editrice Avagliano, e come il titolo stesso suggerisce si prefigge di analizzare il cinema italiano attraverso un periodo di tempo ben delineato: dal 1946 del capolavoro rosselliniano al 1975 dell’opera postuma di Pasolini. Due film estremamente diversi e lontani nel raccontare la società italiana e differenti soprattutto nel linguaggio – realista il primo, metaforico il secondo – utilizzato per raccontarla.
"A Don Vito Corleone tutti si rivolgevano per aiuto senza mai venire delusi. Non faceva vane promesse e neppure avanzava scuse vili di aver le mani legate da forze più potenti. Non era necessario che fosse amico, e neppure avere i mezzi con cui ripagarlo. Una sola cosa era fondamentale. Che il supplicante, lui, lui stesso, proclamasse la sua amicizia. E allora, non aveva importanza quanto povero o quanto debole fosse, Don Corleone avrebbe preso a cuore i guai di quell'uomo. Nulla avrebbe lasciato di intentato per risolverne il caso. La sua ricompensa? Amicizia, il rispettoso titolo di 'Don' e qualche volta il più affettuoso omaggio di 'Padrino'” (p. 10).
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